Perché la dichiarazione Balfour non ha promesso uno Stato ebraico

Middleeasteye.net. Il termine «focolare nazionale» è indubbiamente un termine ambiguo, ma di certo non significa Stato.
Di Basheer Nafi, storico dell’Islam e del Medio Oriente.

Da qualche tempo sono alle prese con le ragioni che sottendono la dichiarazione Balfour della Gran Bretagna, e ciò che essa davvero volesse dire.
Iniziamo da ciò che conosciamo.
All’inizio di marzo del 1915 la Russia zarista chiese con una certa urgenza alla Gran Bretagna e alla Francia di entrare nei negoziati delle potenze alleate sull’Impero Ottomano. I russi, cercando di mettere in sicurezza il controllo del Bosforo e dei Dardanelli, erano spinti ad agire in seguito alla campagna di Gallipoli degli inglesi, del 19 febbraio 1915, il cui obiettivo era la presa di Istanbul per mezzo di forze navali.

Imperativi strategici britannici in Medio oriente.
Gli interessi russi in Tracia, nello Stretto dei Dardanelli e nell’Anatolia orientale erano stati concordati con i britannici con l’Accordo di Costantinopoli del 12 marzo 1914 (cui si aggiunsero i francesi il 10 aprile 1915) (1). Ma il governo di Londra, consapevole di vedersi arrivare presto richieste simili dalla Francia, decise di formare un comitato interdipartimentale, presieduto da Sir Maurice de Bunsen, per analizzare e definire gli imperativi strategici britannici in Medio Oriente. Gli interessi britannici e francesi andavano negoziati, e questi negoziati iniziarono a Londra il 23 novembre 1915, con il rappresentante degli inglesi, Sir Mark Sykes, e quello dei francesi, Francois George-Picot. I due raggiunsero un primo accordo nel gennaio 1916.
Prima della conclusione dei negoziati di gennaio tra Sykes e George-Picot non c’è traccia di alcun accordo significativo tra il governo del primo ministro britannico HH. Asquith (in carica tra il 1908 e il1916) e il movimento sionista. Gli unici contatti si ebbero su basi personali non ufficiali.
Nonostante le critiche da Whitehall, il governo decise di ratificare la bozza di accordo tra Sykes e George-Picot il 16 maggio 1916: per prima cosa, non appariva politicamente tattico richiedere delle revisioni dal momento che la Francia si stava accollando i più grossi oneri di guerra, secondariamente, non lo era per il fallimento della campagna di Gallipoli.
Andrebbe anche ricordato che gli inglesi, a quel tempo, non avevano fatto ancora progressi sostanziali né nella campagna d’Iraq, né nella spedizione del Sinai.

Primi contatti ufficiali con i sionisti.
Fu durante quel periodo cruciale tra la bozza di accordo tra Sykes e Picot e la sua ratifica che avvennero i primi contatti ufficiali tra i funzionari britannici e i sionisti (2).
Ciò che favorì questi contatti fu l’allusione alle aspirazioni degli ebrei sionisti di stabilirsi in Palestina, presente nella critica risposta alla bozza di accordo tra Sykes e Picot scritta nel gennaio 1916 dal capitano Reginald Hall, capo dell’intelligence navale.
Un mese più tardi Hugh O’Beirne, uno dei funzionari più anziani al ministero degli Esteri, emanò un breve sommario dei vantaggi politici che secondo il ministero stesso sarebbero conseguiti alla causa alleata dagli interessi sionisti in Palestina, soprattutto negli Stati Uniti.
Essendo già iniziate le ricerche delle modalità di liberazione della Gran Bretagna dagli obblighi verso la Francia in Medio Oriente, prima ancora della ratifica dell’accordo Sykes iniziò a considerare l’opzione sionista (3).
Dal punto di vista britannico, la zona a sud della linea che si estendeva dal nord dell’Iraq al Mediterraneo, o «dall’ultima o di acro all’ultima k di Kirkuk», come si espresse una volta Sykes, sarebbe dovuta andare sotto controllo britannico.
Poiché era chiaro che l’accordo con i francesi non avrebbe soddisfatto una tale visione, si credette che ammettendo i sionisti al tavolo dei negoziati si sarebbero soppiantate le richieste francesi, e ci si sarebbe assicurati il sud della Siria come zona d’influenza britannica.

Calcoli cinici.
Le pretese presentate da alcuni storici circa una politica britannica-sionista motivata da affinità bibliche e protestanti sono alquanto improbabili (4).
L’approccio degli inglesi verso i sionisti nacque da calcoli cinici, e prese forma da necessità dell’impero in Egitto, nel Mediterraneo orientale, in Iraq e in India. Né Asquith, né il segretario agli esteri Edward Grey, né i cattolici Mark Sykes e Hugh O’Beirne erano sionisti.
Dei due membri ebrei del governo di allora, Herbert Samuel e Edwin Montague, solo il primo aveva dei contatti con i sionisti.
Il memorandum del gennaio 1915 di Samuel, nel quale egli invitava il governo a considerare le aspirazioni ebraiche in Palestina, non ebbe molto seguito. Il governo Asquith non si espresse a riguardo, il memorandum non circolò nei dipartimenti interessati e rimase – ed ancora si trova – tra le carte del gabinetto (5).
Inoltre, il rapporto di giugno 1915 di De Bunsen non fa alcun riferimento al Sionismo o agli interessi sionisti (6).
Fu evidentemente dopo aver letto le osservazioni di Hall e il verbale di O’Beirne che Sykes prese l’iniziativa di prendere i primi contatti con i sionisti. Egli si incontrò con Samuel e Moses Gastor nella primavera del 1916, e pochi mesi dopo con Aharon Aaronsen.
Contemporaneamente, nei mesi precedenti il cambio di governo di dicembre 1916, Sykes e i funzionari del ministero degli Esteri si scambiarono diverse opinioni sulle aspirazioni degli ebrei a stabilirsi in Palestina, con piena consapevolezza di Sir Edward Grey.
Né David Lloyd George, successore di Asquith a Downing Street, né Arthur Balfour, che sostituì Grey agli Esteri, intrapresero alcuna decisione definitiva per il Medio Oriente. E’ vero che Lloyd George dimostrava più entusiasmo sul fronte mediorientale, soprattutto sperando di poter portare buone notizie al popolo britannico, prostrato dal prolungarsi della guerra e dalle conseguenti perdite orribili.
Ma è anche vero che era già iniziato, prima dell’insediamento del governo di Lloyd George, un dibattito su come liberarsi dagli impegni presi in Medio Oriente con i francesi, e sugli interessi sionisti in Palestina. Soprattutto, Sykes non solo rimase a servire il nuovo governo, ma venne anche promosso alla segreteria di gabinetto.

‘Il focolare nazionale’.
Nella seduta del 31 ottobre 1917 il governo di Lloyd George approvò il testo della dichiarazione ai sionisti della segreteria degli Esteri, che era già stata oggetto di diverse stesure. La dichiarazione del 2 novembre 1917 prese la forma di una lettera da Balfour a Lord Walter Rotschild, il più illustre rappresentante della comunità ebraica nel Regno Unito, da essere comunicata alla Federazione sionista in Gran Bretagna e Irlanda. In essa leggiamo:
“Il governo di Sua Maestà vede con favore la costituzione in Palestina di un focolare nazionale per il popolo ebraico, e si adopererà per facilitare il raggiungimento di questo scopo, essendo chiaro che nulla deve essere fatto che pregiudichi i diritti civili e religiosi delle comunità non ebraiche della Palestina, né i diritti e lo status politico degli ebrei nelle altre nazioni” (7).
Il termine «focolare nazionale» è indubbiamente un termine ambiguo, ma di certo non significa Stato. Come ha osservato James Galvin, esso non ha precedenti nel diritto internazionale. Quasi tutti i leader sionisti dei decenni successivi, così come i funzionari britannici che ebbero a che fare con la questione palestinese, erano consapevoli dell’ambiguità del termine.
Anche dopo la fondazione dello Stato di Israele rimasero dei dubbi sull’intento sottostante l’espressione «focolare nazionale».
Nel 1949 il Libro ebraico annuale di diritto internazionale pubblicò un articolo di Ernest Frankestein, illustre professore all’Accademia di diritto internazionale dell’Aia, intitolato «Il significato del termine Focolare nazionale per il popolo ebraico» (8). Ricorrendo a tutta la retorica legale a disposizione Frankenstein non poté trovare alcun briciolo di prova per poter sostenere che la dichiarazione Balfour implicasse la fondazione di uno Stato ebraico in Palestina.
Nel periodo del mandato britannico, il primo chiarimento alla dichiarazione venne suggerito nel rapporto del luglio 1937 della Commissione Peel, che raccomandava la partizione di uno Stato ebraico e di uno Stato arabo, collegati dalla Transgiordania (9). Le raccomandazioni della commissione Peel, però, non durarono a lungo, e nel novembre del 1938 un’altra commissione, presieduta dal giudice Woodhead, concluse che il progetto di partizione non era praticabile e che non potesse essere attuato (10).

La corrispondenza tra Balfour e Curzon.
Alcuni anni fa, in una visita di ricerca all’Ufficio dell’Archivio di Stato, trovai un documento estremamente interessante, allegato a una corrispondenza dell’inizio del 1919 tra Lord Balfour, il ministro degli Esteri, e il suo collega di gabinetto, presidente del Consiglio, Lord Curzon. E’ forse bene notare che Curzon successe a Balfour all’Ufficio degli Esteri alcuni mesi più tardi, nello stesso anno. La prima corrispondenza avuta da Curzon con Balfour, che si trovava alla conferenza di pace di Parigi, venne scritta il 16 gennaio 1919, in seguito a un incontro tra Curzon e il generale maggiore Arthur Wigram Money, amministratore di Allenby a Gerusalemme.
Nella sua lettera, Curzon dice che ciò che egli ha capito da Money è che «un governo ebraico di qualsiasi tipo implicherebbe una rivolta araba, e che i nove decimi della popolazione che non è ebraica avrebbe preso gli ebrei a pesci in faccia».
Dichiarandosi d’accordo con l’affermazione di Money, Curzon aggiunse: «Come sapete, io la penso allo stesso modo, e sento da molto tempo che le pretese di Weizmann e soci sono stravaganti e non verificabili».
Alcuni giorni più tardi, il 20 gennaio, Balfour rispose. La sua lettera fu breve, ma in essa chiaramente si asserisce che l’impegno britannico verso i sionisti non comprende la fondazione di uno Stato ebraico. Egli scrisse: «Da quel che so, Weizmann non ha mai preteso un governo ebraico in Palestina. Tale richiesta sarebbe, dal mio punto di vista, certamente inammissibile, e personalmente non ritengo che si debba superare la dichiarazione originale che io feci a Lord Rotschild».
Il 26 gennaio Curzon scrisse una seconda, elaborata missiva, nella quale spiegava a Balfour che «…sebbene Weizmann possa dire una cosa, e lei possa interpretare in modo diverso il termine Focolare ebraico, lui sta cercando qualcosa di alquanto diverso».
Nessuno Stato ebraico in Palestina
Con un crescente sentimento di disperazione riguardo la politica palestinese, Curzon mandò una terza lettera a Balfour, il 25 marzo 1919, commentando la decisione della Conferenza di pace di inviare una commissione d’inchiesta americana in Medio Oriente.
Egli scrisse: «Mi piacerebbe che la commissione ci facesse uscire dalla posizione in cui ci troviamo sulla Palestina… Le ho detto un po’ di tempo fa che il dott. Weizmann si è allontanato dal modesto programma che condivideva con voi un anno fa, e che le ambizioni dei sionisti superano ogni limite».
Curzon concluse la corrispondenza esprimendo la speranza che la commissione americana, nota più tardi come Commissione King-Crane, consigliasse che «il mandato in Palestina venisse conferito a qualunque altro paese, liberando la Gran Bretagna» (11).
Questa era l’opinione di due grandi del governo inglese durante e immediatamente dopo la guerra. Pur occupando entrambi il posto di segretari agli Esteri, Balfour fu colui il cui nome rimase per sempre collegato all’infame dichiarazione ai sionisti. Ma entrambi erano assolutamente certi che la dichiarazione non riguardava la fondazione di uno Stato ebraico in Palestina.
Non c’è dubbio che la dichiarazione Balfour sia stata l’origine di tutti i mali nel Medio Oriente arabo. Appare comunque fuori misura il mostro che si è in seguito originato da quel pezzetto di male.

Traduzione di Stefano Di Felice

Notes:
1 Robert J. Kerner, “Russia, the Straits, and Constantinople, 1914 – 15,” The Journal of Modern History, 1, 3 (Sep. 1929): 400 – 15; Hugh Seton-Watson, The Russian Empire, 1801 – 1917 (Oxford: Clarendon Press, 1967), 706 – 7. At least partially, the Gallipoli campaign was prompted by earlier Russian requests for Britain to stage a diversionary attack against the Ottomans, who launched a major offensive on the Russian front in January 1915. David Fromkin, A Peace to End All Peace (London: Andre Deutsch Ltd., 1989), 128.
2 Mayir Vereté, “The Balfour Declaration and Its Makers,” in Mayir Vereté, From Palmerston to Balfour, ed. Norman Rose (London: Frank Cass, 1992), 1 – 38, esp. 9 – 16. Vereté’s seminal article was first published in Middle Eastern Studies, 1970.
3 Vereté, “The Balfour Declaration and Its Makers,” 12 – 13.
4 For example, Barbra W. Tuchman, Bible and Sword: England and Palestine from the Bronze Age to Balfour (New York: New York University Press, 1956); Regina Sharif, Non-Jewish Zionism: Its Roots in Western History (London: Zed Books, 1984).
5 Herbert Samuel, “The Future of Palestine,” CAB 37/ 126. The memorandum was discussed by the cabinet on 13 March 1915, where, according to Asquith, only David Lloyd George, Chancellor of Exchequer at the time, supported its proposal. See Jonathan Schneer, The Balfour Declaration: The Origins of the Arab–Israeli Conflict (London: Bloomsbury, 2011), 145.
6 CAB 27/ 1, Minutes and Reports of the Committee on Asiatic Turkey, June 1915.
7 The Times, 9 November 1917.
8 Ernest Frankenstein, “The Meaning of the Tern ‘National Home for the Jewish People’,” The Jewish Yearbook of International Law, eds. N. Feinberg and J. Stoyanovsky (Jerusalem: Rubin Press, 1949), 27 – 41.
9 Cmd. 5479: The Secretary of State for Colonies, Palestine Commission Report (The Peel Commission Report), London, July 1937, 381 – 2; Cabinet Minutes, 30 June and 5 July 1937, Cab 28/ 37.
10 Cmd. 5854: Palestine Partition Commission Report (The Woodhead Commission), London, November 1938; Palestine Statement by His Majesty’s Government in the United Kingdom, 7 November 1938, FO 406/ 76/ E 6506.
11 Private Correspondence between Lord Balfour and Lord Cuzon, Regarding the Interpretation of the Balfour Declaration, attached to FO 371/ 24565/ E 3124, 5 and 23 December 1940. The correspondence were found among Lord Balfour’s papers at the Foreign Office by an official at the Library Department, most likely its head Charles W. Baxter. Aware of the confusion surrounding British policy on Palestine, following the publication of the 1939 White Paper, officials at the Library Department distributed the correspondence for the attention of their colleagues at the Eastern Department on 5 December 1940. The correspondence, commented upon by officials at the Eastern Department, were listed in the Eastern Department records on 23 December 1940.

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