Un neonato e sua madre: un viaggio col cancro di una famiglia palestinese

Gerusalemme – Palestine Chronicle. Di Tamar Fleishman.

“Stiamo aspettando un malato di cancro da Jenin per portarlo all’ospedale Augusta Victoria, sul Monte Scopus, nella Gerusalemme Est”, afferma il membro del team medico della Mezzaluna Rossa di Gerusalemme mentre aspettava nell’ambulanza parcheggiata sul ciglio della strada vicino ad un checkpoint militare a Qalandiya.

Ho aspettato con loro.

Abbiamo aspettato a lungo. Abbiamo passato il tempo a parlare di varie questioni relative alla loro difficile missione, incluso il trasferimento dei pazienti palestinesi tra ambulanze, le vaccinazioni ed altro ancora.

Ma niente mi ha preparato al fatto che il malato di cancro che stavamo aspettando fosse un bambino di 11 mesi.

Furath, gravemente malato di cancro, è stato portato fuori dall’ambulanza tra le braccia della madre, mostrando un braccio piccolo e magro trafitto da un tubo di plastica, dove entrava la flebo.

Erano presenti due squadre mediche palestinesi – una di Jenin e una di Gerusalemme Est – due ambulanze, due barelle, soldati israeliani e guardie di sicurezza, armi ed un bambino malato accompagnato dalla madre.

La procedura militare è stata seguita rigorosamente, inclusa l’ispezione dei bagagli. La madre ha dovuto consegnare Furath ad un membro della squadra medica e mostrare il contenuto delle sue borse ad un soldato.

Nonostante io non accusi l’occupazione militare del cancro di Furath, poiché tali malattie sono spesso una questione di destino, l’occupazione è lo stesso colpevole: colpevole di aver portato con la forza un bambino e sua madre lontano dalla loro città, isolandoli dalla propria famiglia, separando un bambino gravemente malato e suo padre, a cui è stato ingiustamente negato il permesso di accompagnare la moglie in questo doloroso viaggio.

Sebbene ci siano ospedali in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, gestiti da squadre mediche impressionanti e capaci, la cosiddetta “amministrazione civile israeliana” blocca il passaggio di attrezzature sanitarie vitali, necessarie per il trattamento con radiazioni. Questo è il motivo per cui Furath e sua madre stanno aspettando al posto di blocco. Senza questo viaggio difficile e pericoloso, il destino di Furath, come molti prima di lui, sarebbe già segnato.

Più avanti lungo la strada, oltre il Muro dell’Apartheid, di fronte al campo profughi di Qalandiya, un tassista mi ha detto che mi vede venire lì da anni ormai, a fare foto, domande, ascoltare e dire che scrivo dell’occupazione. “Ma tutto questo aiuta?” mi ha chiesto, interrogativo o dubbioso. “Cambia mai qualcosa da queste parti?”.

Mentre meditavo sulla mia risposta, ho sentito che esiste una verità che non può essere mascherata o negata. Qui, non solo la situazione peggiora costantemente, ma anche la disperazione si approfondisce.

Poi ho continuato a parlare delle ingiustizie dell’occupazione come ho sempre fatto.

(Foto: Tamar Fleishman, The Palestine Chronicle).

In qualità di membro di Machsomwatch, Tamar Fleishman documenta gli eventi ai checkpoint militari israeliani tra Gerusalemme e Ramallah. I suoi rapporti, foto e video sono disponibili sul sito web dell’organizzazione: www.machsomwatch.org. È anche membro della “Coalition of Women for Peace” e volontaria in “Breaking the Silence”. Collabora regolarmente con The Palestine Chronicle.

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