Il Sionismo in Palestina e il grande furto dei libri e della cultura araba.

Di Adib S. Kawar

Il Sionismo non si accontentò di rubare la Palestina araba e tutto ciò che si trovava sopra e sotto di essa: si appropriò anche della cultura araba, e delle biblioteche palestinesi pubbliche e private.

Come hanno fatto quei libri ad arrivare da casa sua, non lontano dalle mura della Città Vecchia, agli scaffali della Biblioteca Nazionale Sionista?

Quando Khalil as-Sakakini, noto educatore e autore arabo cristiano, fuggì dalla sua abitazione a al-Katamon, quartiere di Gerusalemme, il 30 aprile 1948, un giorno dopo l'occupazione dell'area da parte delle forze dell'Hagana, lasciò dietro non solo la casa e i mobili, l'enorme pianoforte, il frigorifero, la scorta di liquori e il narghilé, ma anche i suoi libri.

Che cos'accadde ai libri di centinaia di migliaia di profughi palestinesi che fuggirono dalle loro case nella guerra del 1948?

Che cosa ne è stato della cultura palestinese?

L'esercito-gang israeliano – che i sionisti chiamano “l'esercito più etico del mondo” – nelle terre arabe palestinesi, com'è stato detto prima, ha fatto man bassa di tutto quel che si trovava sopra e sotto terra, così come della cultura e persino della cucina araba; quei soldati immorali assaltarono la Freedom Flotilla mentre andava a infrangere l'assedio criminoso di Gaza, e uccisero nove pacifisti, tutti turchi, rendendo così evidenti la bellicosità e i crimini sionisti agli occhi dei leader della Turchia; quei soldati senza un minimo di decenza rubarono gli effetti personali dei pacifisti, inclusi i computer, le videocamere e i treppiedi, in aggiunta ad altri oggetti dei quali gli attivisti hanno dimostrato il furto, senonché, quando lo Stato canaglia d'“Israele” non seppe più negare il reato, raccontò che si trattava di un caso isolato, e che era stato un singolo soldato a commettere i furti…  E invece era parte integrante della cultura e della storia sioniste. I sionisti hanno rubato la cultura araba palestinese e la conservano in quella che loro chiamano la Biblioteca Nazionale Sionista.

Israele e il grande furto dei libri

Max Ajl, 1° settembre 2010

Ero intento a cercare altre informazioni sul saccheggio dei libri che ebbe luogo durante la Nakba, e ben presto mi sono imbattuto nel saggio riportato sotto, pubblicato in origine nel periodico letterario ebraico anti-sionista Mitaam: una rivista per il pensiero radicale. L'autore è Gish Amit, e la traduzione dall'ebraico è di Rebecca Gillis. Le ideologie possono avere o non avere importanza nella risoluzione del conflitto, e i palestinesi potrebbero essere o non essere disposti a riavviare il compromesso storico del 1987. Ma se la Nakba non viene posta al centro dell'analisi, se ogni giudizio non parte da quella, sembra che siano gli israeliani a rinunciare alle loro terre per la pace, mentre in realtà, nel 1987, furono i palestinesi ad acconsentire alla cessione delle loro terre per la pace.

Addio, libri miei! Addio alla casa della saggezza, al tempio della filosofia, all'istituto delle scienze, all&#0
39;accademia della letteratura! Quanto olio ho bruciato nelle lanterne insieme a voi, leggendo e scrivendo, nel silenzio della notte mentre tutti dormivano… addio, libri miei! … Non so che fine abbiate fatto dopo che ci siamo lasciati: vi avranno rubati? Bruciati? Vi avranno trasferiti, con ogni sorta di riguardo, in una biblioteca pubblica, o privata? Vi avranno mandati dal fruttivendolo, per avvolgere le cipolle con le vostre pagine?
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Quando Khalil as-Sakakini, noto educatore ed autore arabo cristiano, fuggì dalla sua abitazione a al-Katamon, quartiere di Gerusalemme, il 30 aprile 1948, un giorno dopo l'occupazione dell'area da parte delle forze dell'Hagana, lasciò dietro non solo la casa e i mobili, l'enorme pianoforte, il frigorifero, la scorta di liquori e il narghilé, ma anche i suoi libri. Come altri, era convinto che sarebbe tornato presto a casa. Diciannove anni dopo, nell'estate del 1967, la figlia di as-Sakakini visitò la Biblioteca ebraica nazionale ed universitaria con sua sorella, e scoprì là i libri di suo padre, con gli appunti che era solito scrivervi. Che cosa ne è stato dei libri di as-Sakakini, quei libri che, come ricorda questi, venivano consultati anche da dottori e funzionari pubblici? Come hanno fatto quei libri ad arrivare da casa sua, non lontano dalle mura della Città Vecchia, agli scaffali della Biblioteca Nazionale Sionista? Che cos'accadde ai libri di centinaia di migliaia di profughi palestinesi che fuggirono dalle loro case nella guerra del 1948? Che cosa ne è stato della cultura palestinese?

Diversi fatti mi si accumulano nel cervello mentre mi accingo a questa ricerca, mentre compio i primi passi esitanti in un viaggio del quale non conosco ancora l'itinerario. L'occupazione non è limitata al controllo di uno spazio; essa raggiunge la sua massima potenza nel controllo di una cultura, nella sua cancellazione o assimilazione. Le forze militari non operano mai da sole. Questo è il quadro che m'interessa, che dirige i miei passi, almeno per il momento; un quadro che non è per nulla immaginario: i soldati vi marciano sopra. Gli impiegati della Biblioteca Nazionale seguono i loro passi, e raccolgono i libri nelle case abbandonate dai loro inquilini, in tutti i quartieri di Gerusalemme ovest: al-Katamon, Musrara, Talbiya, Baka'a e la Colonia Tedesca. I militari occupano le case, sgombrano gli spazi, sgominano le sacche di resistenza e aprono le strade, mentre i bibliotecari – alcuni dei quali sono essi stessi arruolati nell'esercito, mentre altri ne sono esonerati per motivi di età o perché il loro lavoro è vitale – saccheggiano una cultura e un patrimonio spirituale. Un compito, il mio, della massima importanza: estrapolare i bibliotecari dalla funzione apparentemente marginale che la storia assegna loro, per svelare la parte che hanno avuto nella creazione della narrazione di uno Stato, nella costruzione di questa coscienza collettiva, nell'atrocità (più avanti, come ho appreso in seguito, lo staff militare e i guardiani delle proprietà confiscate, senza i quali tutto questo non sarebbe stato possibile, ricevettero le lettere di ringraziamento degli impiegati delle biblioteche).

Allo stesso tempo e nel culmine dell'operazione, s'impiantavano i germi del dubbio e del ripensamento: questi sono davvero i nostri libri? E che cosa ne dovremmo fare? Noi, popolo della Biblioteca nazionale, li stiamo saccheggiando o ce ne stiamo prendendo cura in via provvisoria? Li restituiremo ai loro proprietari? E quanto chiederemo per i nostri sforzi? Tutto questo, come ho già accennato, nel pieno del conflitto, e senza che simili riserve intaccassero di un briciolo l'entusiasmo e la determinazione profusi in questo lavoro, o la convinzione che si trattava di un atto sincero di cortesia e di salvataggio di un patrimonio. Questo potrebbe essere vero, almeno in parte: dopotutto, sarebbe rimasto qualcosa di questi libri se non fosse stato per l'energico intervento dei bibliotecari, la maggior parte dei quali erano giunti pochi anni prima dall'Europa in Israele? 

Khalil As-Sakakini

Dalla ribellione al laicismo

Di Saqr Abu

Riformista e progressista

Studiò a Gerusalemme e nel 1907 viaggiò in Inghilterra e negli Stati Uniti, dove svolse i lavori più faticosi. Il suo soggiorno all'estero, tuttavia, non durò che otto mesi, dopodiché ritornò in Palestina nel 1908, subito dopo il varo della Costituzione Ottomana.

E proprio la “Scuola della Costituzione” venne fondata da lui un anno dopo a Gerusalemme. Qui contribuì inoltre alla redazione della rivista “al-Asma'i” e del giornale “Al Quds”, per poi fondare il giornale “ad-Dustur” (“La Costituzione”) insieme a Jamil al-Khaledi.

Al 1918 risalgono i suoi incontri con il principe Faysal Bin al-Husayn – a Damasco – e con il sultano Basha al-Atrash – ad as-Suwayda, sempre in Siria – che gli offrì la sua protezione da alcuni fastidi che aveva avuto. Ma as-Sakakini lasciò presto la Siria per l'Egitto, dove rimase fino al 1919, e si ritrasferì quindi a Gerusalemme, dove assunse la direzione della Casa degli Insegnanti. Da quest'incarico diede però le dimissioni dopo la nomina di Herbert Samuel ad alto commissario del Regno Unito in Palestina.

Nel 1926 venne quindi nominato ispettore generale per la lingua araba presso la Direzione dell'educazione palestinese, e fu scelto come membro dell'associazione nell'Accademia Araba di Damasco.

Nel 1938 fondò l'Università an-Nahda a Gerusalemme.

Nel 1948 fu costretto a lasciare la città a causa dei combattimenti, e si trasferì al Cairo con la sua famiglia.

Morì in Egitto nel 1953.

Tra le sue opere, pubblicate postume: “Questo sono io, o mondo” (1982) e “Diari di Khalil as-Sakakini” (in otto volumi, 2004-2010).

La Palestina non ha mai conosciuto nella sua storia moderna dei movimenti di riforma religiosa rapidi come quelli che hanno visto al loro interno l'Egitto, la Grande Siria o l'Iraq, né ha mai potuto vantare pensatori progressisti del calibro di Shibli ash-Shamil, Farah Antun, Abd ar-Rahman al-Kawakebi o Ahmad Fares ash-Shidyaq.

Ciononostante, con la sua ribellione nei confronti della Chiesa Greco-Ortodossa, Khalil as-Sakakini incarnò un fenomeno senza precedenti nella storia palestinese contemporanea; e anche se molti lo hanno considerato un modello transitorio nella vita culturale e ideologica della regione, è comunque un modello che non si è più ripetuto. Questo perché Khalil as-Sakakini fu, con i suoi gesti e i suoi scritti, il primo a incominciare una critica della Chiesa e della destra conservatrice palestinese all'inizio del XX secolo; e nonostante nessuno abbia saputo eguagliare una simile ricerca cognitiva, né a as-Sakakini – che visse fuori dalla Palestina per molto tempo – né al suo pensiero sulla riforma religiosa, sulla rinascita araba e sul progresso è stata concessa la stessa attenzione che è stata data ai suoi contemporanei, quali Muhammad Abduh, Ali Abd ar-Razeq e Ma'ruf ar-Rasafi.

Khalil as-Sakakini era un cristiano palestinese, non appartenente ad alcuna setta, coraggioso nel manifestare le proprie opinioni di laico, severo con i membri della Chiesa Ortodossa, e nazionalista panarabo convinto. Fu arrestato dalle autorità turche nel 1917 per aver offerto rifugio a un ebreo americano, un'accusa pericolosa nel periodo della Prima Guerra Mondiale, e venne quindi trasferito a Damasco, dove fu rinchiuso nel carcere della Moschea Sospesa nel quartiere di Bab al-Jabiyya. Restò in prigione fino al gennaio del 1918, dopodiché fu rilasciato sotto l'ordine di non uscire da Damasco. Ma nell'agosto 1918 si unì alla grande Rivolta Araba, lasciando Damasco per la cittadina siriana di al-Qariyya, rifugio del sultano al-Atrash. E qui compose l'inno della Rivolta.
La riforma religiosa

Secondo Khalil as-Sakakini, i fattori che indebolivano maggiormente la società palestinese erano il controllo esercitato dalle autorità religiose sui loro fedeli in nome della religione e del sacro, e il dominio della Chiesa nelle questioni di vita quotidiana, che si realizzava per mezzo delle figure del protettore, del gregge e del bastone pastorale.

Una volta convinto che un simile esempio non era degno di essere seguito, as-Sakakini cominciò a rifiutare tutti i rituali, invitando a cogliere invece lo spirito della Bibbia, dalla quale traeva spesso le parole: “La lettera uccide, l'anima ridà la vita”. Quindi guidò un movimento riformista all'interno della Chiesa Ortodossa per liberarla della tirannia del clero greco, e per “arabizzare” la Chiesa palestinese, senza cessare di ripetere: “Non temete il cielo: l'autorità [dei preti] non proviene da lì”.

Per questo motivo, Khalil as-Sakakini si separò dalla Chiesa Ortodossa dopo il fallimento del movimento di riforma che aveva fondato e guidato con zelo magnifico, e la scissione gli costò la scomunica da parte della stessa Chiesa, che troncò ogni rapporto con lui e smise di ascoltare le sue opinioni. Quindi rifiutò di sposarlo, e lo scacciò persino dalla casa in cui abitava, di proprietà del convento ar-Rom, a Gerusalemme.

Fu visitato un giorno da Francis al-Khayat e Hanna al-Isa, che vollero discutere con lui sulla possibilità di fondare un partito cristiano; una proposta alla quale rispose: “Se il vostro è uno scopo politico non lo approvo, perché io sono arabo prima di ogni altra cosa. A mio parere, sarebbe meglio fondare un partito nazionale, che raggruppasse le voci dei figli della nazione al di là delle diverse sette e dottrine, risvegliasse il sentimento patriottico e trasmettesse uno spirito nuovo negli animi della gente”.

As-Sakakini non fu affatto un sostenitore della Chiesa Ortodossa; anzi, rifuggì sempre dai rituali e dalle tradizioni finte e puritane. Forse propendeva per l'anglicanesimo, senza mai appartenervi; di certo apprezzava i sacerdoti inglesi, com'è dimostrato da questo suo ricordo: “Quando andai in Inghilterra scoprii che tutti gli uomini di chiesa erano nel pieno della giovinezza, e sui loro volti non vi erano che i segni della gioia. Vestivano abiti eleganti e costosi, avevano barba e baffi rasati e vivevano come vive la gente comune. Avrebbero potuto dimostrarsi degli abili ballerini, o cantare canzoni d'amore e di passione. Se delle ragazze vogliono cercare marito, la loro scelta cade su di loro, perché sono i ragazzi più avvenenti, più gentili, più colti, dallo spirito più gradevole e sensibile. Non ho conosciuto un prete in Inghilterra che non fosse tra gli uomini più belli, e non ho conosciuto una moglie di un prete che non eccellesse in bellezza e non fosse orgogliosa di suo marito. Ma quanto sono lontani da quest'immagine i sacerdoti del Medio Oriente! Conosco la moglie di un prete che maledice il giorno in cui ha spostato un prelato. Le donne più sfortunate della regione sono le mogli degli uomini di chiesa. Che sono gli uomini più pesanti che si conoscano. E se la Chiesa d'Oriente ammettesse il divorzio, le mogli dei prelati sarebbero le più rapide a rifiutare i loro mariti!”

I vagabondi

Khalil as-Sakakini frequentava il caffè al-Mukhtar vicino a Bab al-Khalil, a Gerusalemme, per incontrare il suo gruppo di amici più cari. A loro aveva affibbiato il nome affettuoso di “Compagnia dei Vagabondi”, e al luogo nel quale si ritrovavano quello di “Caffè dei Vagabondi”, che finì per essere più conosciuto del nome reale. Aveva persino dotato la sua Compagnia di una Costituzione, il cui Articolo 1 decretava che ogni membro si astenesse dal chiedere un favore a chiunque, se non a un membro della stessa compagnia, e nell'interesse degli altri membri.

In quel periodo, la Francia aveva espulso un certo Ali Naser ad-Din dal Libano, costringendolo a sistemarsi a Gerusalemme. Qui, Naser ad-Din aveva preso a frequentare anche lui il Caffè dei Vagabondi. Quando poi la Francia gli diede il permesso di rientrare in Libano, la Compagnia dei Vagabondi lo munì di un decreto che gli concedeva di rappresentarla nel suo Paese. Questo decreto fu persino pubblicato dal giornate Filastin nella pagina delle curiosità. Senonché, al suo arrivo a Beirut, Naser ad-Din fu subito arrestato dalle autorità francesi e confinato sull'isola siriana di Arwad, con l'accusa di appartenere a un'associazione politica.

Le sciagure

Questo spirito ribelle e rivoluzionario che l'autorità della Chiesa e quella del Sultano non riuscirono a dominare, e contro il quale nulla aveva potuto nemmeno l'Impero Ottomano, andò distrutto soltanto quando venne afflitto dal dolo
re delle sciagure.

Queste ebbero inizio con la morte del padre, seguita da quella della madre. Fu poi la volta del suo amico più intimo, Dawud as-Saydawi. Quando poi morì la sua amata moglie Sultana, venne travolto da un dolore insopportabile. Ma a spezzargli la schiena fu la scomparsa del suo unico figlio Sari, da lui adorato, la quale lo portò a fare i primi passi verso una morte dolorosa, lì nel suo rifugio cairota.

L'ultima delle sue sciagure avvenne infatti quando fu costretto a lasciare il quartiere di al-Katamon, alla fine dell'aprile 1948, e a trasferirsi in Egitto, lasciando la casa che aveva costruito lui stesso pietra dopo pietra, oltre alla sua biblioteca e alla tomba di Sultana, che commemorava devotamente. Tra gli Egiziani, as-Sakakini visse nella miseria e nella disperazione, la sua dottrina della vita si tramutò nel suo opposto, e condusse così la sua esistenza fino alla sua morte nel 1953. Fu sepolto al Cairo, nel cimitero della Chiesa ortodossa di S. Giorgio (Mar Jurjus).

 

 

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