Incontro con Khaled Hussein.

SE DIO VUOLE…
Con Francesco Caruso al Carcere di Benevento per incontrare Khaled
Hussein, all’ergastolo in Italia per l’Achille Lauro

di Francesco Giordano e Mila Pernice *

Sabato 15 marzo-Carcere di Benevento EIV (Elevato Indice di Vigilanza)
– Le pareti verdi e bianche potrebbero essere quelle di un qualsiasi
ospedale, ben pulito. Ma a ricordare l’aria che si respira in quei
corridoi ci sono le sbarre, quelle delle celle. Quelle dei cancelli che
separano le diverse sezioni e, fuori, quelle del cancello della
prigione che si è aperto all’arrivo del piccolo gruppo che andava a
trovare Khaled Hussein, 78 anni, detenuto dal 1991, condannato all’
ergastolo in contumacia. Palestinese.
Ad attenderci c’era la direttrice e alcuni graduati degli agenti
Penitenziari. La sezione dove è detenuto Khaled è ordinata, imbiancata
di recente, ma silenziosa, troppo silenziosa. Ci ha accolto con grandi
sorrisi e una serena ospitalità, com’è consuetudine in Palestina verso
gli amici ed i compagni.
In 17 anni passati nelle carceri italiane (fino allo scorso gennaio si
trovava nella prigione di Parma, poi senza motivo apparente è stato
trasferito nella sezione speciale di Benevento, aperta proprio in quei
giorni) Khaled Hussein ha imparato a fare bene il caffè. Ha organizzato
la sua dispensa nel mobiletto della piccola cella, dove non entrano né
aria né luce, impedite dal pesante foglio di plexiglas che copre la
finestra sbarrata.
Nei racconti e nel ricordo di Khaled tornano i giorni dell’Achille
Lauro, la vicenda i cui sviluppi hanno fatto sfiorare la crisi
diplomatica fra Italia e Stati Uniti, la vicenda per cui Khaled Hussein
è stato accusato di essere il responsabile operativo del commando
(aveva accompagnato il gruppo sulla nave da Genova fino ad Alessandria,
dove era sceso) appartenente al Fronte di Liberazione della Palestina,
che tra il 7 e il 9 ottobre dell’ ’85, organizzò un’azione che doveva
portare alla liberazione di 52 prigionieri palestinesi, e invece
diventò un tentativo di dirottamento che, dice Khaled, non era
previsto.
Khaled Hussein ha sempre rigettato un’accusa da cui non ha mai avuto
la reale possibilità di difendersi e di essere difeso, motivo per cui
sta nascendo in Italia un comitato che si occuperà della riapertura del
processo. Hussein è condannato all’isolamento totale, anche dai suoi
compagni di sezione (che può vedere solo nell’ora d’aria), senza la
possibilità di leggere libri scritti in arabo, senza poter ricevere la
posta scritta nella sua lingua.
Sta scrivendo un libro sull’Achille Lauro, “scrive sempre”, ci dice la
direttrice. “A volte aspetto prima di mettere le date” aggiunge Khaled,
“perché voglio essere sicuro della cronologia dei ricordi”. Con noi
parla della sua vita di palestinese della diaspora, a partire dal ’48,
quando è cominciata la sua condizione di profugo, vissuta nei campi del
Libano (a Nar El Bared, a Beddawi) e dello Yemen. Risale a quegli anni,
forse, il suo tatuaggio sul polso -“Inch’Allah”, se Dio vuole… Hussein
ricorda “come fosse ieri” i giorni dell’Achille Lauro: “Volevo fare
qualcosa per i prigionieri politici palestinesi”, dice, “senza
violenza”.
In questo carcere ad elevata vigilanza, dove lui e gli altri 9
detenuti della sezione araba vivono un “quasi 41 bis”, il
settantottenne Khaled Hussein ci dice con un sorriso che la sua mente è
fuori, in Palestina, che vorrebbe tornare in Cisgiordania, dove nel ’48, prima della Nakba, di cui quest’anno ricorre il 60° anniversario, c’era la sua casa.
Intanto potrebbe avere almeno il diritto a dei permessi. E alla
riapertura del processo.
Inch’Allah, se Dio vuole…

*Campagna 2008 – Anno della Palestina

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