Notte di preghiera.

Notte di preghiera

Di Gideon Levy

Haaretz, 23 ottobre 2008

Ali Jabarin è solo più un’ombra di quel che era. Dal fermo e dal
pestaggio non lavora, dorme poco, soffre spesso di mal di testa,
capogiri ed incubi, ed i timpani a pezzi non gli lasciano tregua. Tutto
questo per i pugni degli agenti della Polizia di Frontiera, che l’hanno
fermatato mentre si recava alla funzione di preghiera per commemorare
Laylat al-Qadr, la notte in cui Mohammed ha ricevuto il Corano dal
Cielo. Quella notte, sul pellegrino Jabarin — che abita a pochi minuti
da Gerusalemme ma che ha il divieto di andarci, anche per le preghiere
più sacre – sono piovuti colpi e calci.

Pochi mesi fa, con la mamma ricoverata all’ospedale Makassed, a
Gerusalemme Est, Jabarin vi si intrufolava attraverso i tubi fognari che
escono dalla sua cittadina. Si toglieva i pantaloni per guadare l’acqua
lercia, alta fino al ginocchio, che usciva dall’altra parte della fogna,
e si faceva strada verso la città santa. Ora anche questa opzione è
finita: Israele ha sigillato la tubatura e chiuso la strada dalla parte
vecchia di Beit Hanina, in cui abita, a quella nuova, situata entro i
confini della città di Gerusalemme.

Beit Hanina, un sobborgo di Gerusalemme, anche piuttosto prestigioso, è
divisa fra la parte vecchia e quella nuova. Quella vecchia è tagliata
fuori da Gerusalemme dalla Strada 443, che la separa dalla capitale,
dividendo gli abitanti dalla città che era stata il loro centro di vita.
Nella parte vecchia di Beit Hanina, come nelle cittadine contigue di
Biddu e Beit Iksa, restano vuoti centinaia di appartamenti, abbandonati
da chi vi abitava per il muro di separazione e la Strada di apartheid
443, destinata ad israeliani, e soltanto a loro. L’autostrada per
Gerusalemme è simile ad un’altra barriera di separazione. Ricordalo, la
prossima volta che ci passi: per questa autostrada, Ali Jabarin non può
pregare nel luogo per lui sacro.

Jabarin ha 35 anni ed è il padre di due bambine; sua moglie è incinta di
due gemelle. Lavora per un’organizzazione caritatevole per orfani a
Azzariyeh. Questa settimana, a casa sua, a Beit Hanina, ci ha raccontato
la storia di quel che gli è successo, soffermandosi sui dettagli di ogni
pugno e di ogni insulto subito.

La mattina del 25 settembre, alla fine del sacro mese di Ramadan, ha
telefonato a un amico nella sezione gerosolimitana di Beit Hanina,
dicendogli che avrebbe cercato di raggiungerlo, in modo da poter andare
su alla moschea di Al Aqsa insieme, per passare la notte in preghiera.
Jabarin è andato al posto di blocco di Qalandiya, sperando di essere in
grado di arrivare a Gerusalemme. Fin lì, la sua preghiera è stata
esaudita. Racconta che c’era una folla di centinaia di palestinesi,
riusciti in qualche modo a sfondare il posto di blocco (i soldati lì
avevano perso il controllo), e di essersi trovato fra loro. È salito a
bordo di un autobus palestinese dirigendosi a casa dell’amico, a Beit
Hanina.

Alcuni minuti dopo essere sceso dal bus, mentre camminava verso quella
casa, una jeep della Polizia di Frontiera gli si è fermata bruscamente
accanto; il guidatore gli ha chiesto la carta di identità. Quella di
Jabarin, dei territori, gli proibisce di essere dov’è. Una passante ha
gridato all’agente della Polizia di Frontiera: "Cosa volete da lui?"
Quello ha risposto con una grandine di imprecazioni, e Jabarin gli ha
risposto: "Parla più cortesemente: ti rivolgi a un essere umano". Allora
sono cominciati il pestaggio ed i maltrattamenti: agli agenti della
Polizia di Frontiera non piace essere rimproverati per come si
comportano, in particolar modo da un palestinese.

Dopo aver rifiutato di entrare nella jeep fino a che gli parlavano con
sgarbo, Jabarin è stato fisicamente costretto a salire sulla macchina, e
portato ad un edificio della Polizia di Frontiera, ad Atarot. È stato
condotto giù per alcuni gradini in un ampio spazio in cui erano in stato
di fermo circa 70 detenuti palestinesi. Alcuni, come lui, avevano
cercato di raggiungere la funzione di preghiera.

Era durante i giorni del digiuno di Ramadan, e i prigionieri non avevano
mangiato o bevuto alcunché dalla notte prima. Fra di loro vi erano
alcuni bambini e pure alcuni anziani. Su di loro, per tutto il tempo,
era puntata una telecamera di sicurezza. Uno degli agenti di Polizia di
Frontiera che li sorvegliava li insultava di continuo: "Chiaveremo tua
madre, chiaveremo le tue sorelle, vi fotteremo tutti", e così via.
Riferendo le parolacce Jabarin, per l’imbarazzo, abbassa la voce.

Ad un certo punto, i prigionieri hanno deciso di ignorare gli insulti,
ed uno di loro ha iniziato a leggere ad alta voce da un Corano che
portava con sé. L’agente della Polizia di Frontiera gli ha ordinato di
tacere, ma quello ha proseguito lo stesso. Insulti e lettura sono andati
avanti per circa tre ore, fino a circa le due del pomeriggio. Poi è
arrivato un nuovo agente della Polizia di Frontiera, uno che parlava
bene l’arabo; anche questo ha iniziato a insultare i prigionieri — in
arabo, questa volta. Ha diretto la maggior parte dei suoi insulti al
tipo che continuava a leggere versetti dal Corano. Jabarin non ha di
nuovo ha potuto star zitto: si è alzato e ha detto qualcosa all’agente
della Polizia di Frontiera, sulle parolacce. L’agente è andato da lui;
Jabarin ha pensato che gli volesse parlare. Aveva intenzione di dirgli,
spiega, che lì c’erano bambini e vecchi, e che non avrebbe dovuto
insultarli. Ma, invece di parole, hanno cominciato a volare contro di
lui pugni e calci. I pugni alla testa, i calci allo stomaco.

Per i colpi arrivati sulla faccia e le orecchie, gli sono venute le
vertigini; presto è caduto a terra, stordito. Poteva sentire di aver la
schiuma alla bocca. Quando ne parla adesso, molti giorni dopo
l’incidente, appare molto turbato. A ferirlo, non sono stati solo i
colpi e gli insulti, ma anche il fatto che tutto è avvenuto davanti a
decine di altri prigionieri, fra cui alcuni bambini e adolescenti. È
stato anche un colpo alla sua dignità. Dopo circa 10 minuti ha cercato
di mettersi in piedi, ma non ne è stato capace. Aveva le vertigini e la
nausea, come se avesse dovuto vomitare. Con le ultime forze che gli
restavano è barcollato su per i gradini e ha chiesto agli agenti di
Polizia di Frontiera che erano lì di chiamargli un’ambulanza e la
polizia. Oltre al trattamento medico, voleva sporgere querela per il
pestaggio.

Nessuno gli ha risposto, e gli hanno ordinato di tornare giù alla stanza
di detenzione. Racconta che sentiva scoppiare le orecchie dal dolore.
Uno degli agenti di Polizia di Frontiera gli ha chiesto chi l’avesse
pestato, aggiungendo che, chiunque fosse, non era stato sufficiente:
"Avrebbe dovuto ammazzarti". Un uomo in abiti civili, armato di pistola,
sopraggiunto nel fratttempo, ha condotto Jabarin nel suo ufficio. Questi
racconta di aver sostenuto con lui che non ci si dovrebbe rivolgere ai
detenuti in modo così volgare, soprattutto durante il digiuno. Ha anche
richiesto di conoscere il nome dell’agente che l’aveva pestato, ma
l’uomo in abiti civili non voleva dirgli ne’ quel nome, ne’ il proprio.
L’hanno ricondotto alla stanza di detenzione, dopo avergli promesso
l’arrivo di un’ambulanza.

Al posto di un’ambulanza, un uomo in divisa della Polizia di Frontiera,
che ha annunciato di essere un medico. Jabarin ha chiesto di vedere la
sua tessera di sanitario, ricevendo un rifiuto. L’agente che l’aveva
pestato ha asserito: "Mi hai scocciato; il problema è che ti ho
picchiato davanti alla telecamera". Jabarin ha risposto di non aver
bisogno della telecamera: aveva 70 testimoni. L’agente della Polizia di
Frontiera ha chiesto ai detenuti se vi fosse qualcuno che avesse visto
il pestaggio e volesse testimoniare, ma nessuno si è alzato. Jabarin ha
chiesto chi dei giovani sapesse leggere l’ebraico, e, quando qualcuno si
è fatto avanti, gli ha chiesto di leggere il nome dell’agente che
l’aveva pestato, scritto in ebraico sul cartellino. Era Raad Malahala,
"o qualcosa del genere". Jabarin racconta di essere stato spinto e
picchiato ancora, ogni volta che chiedeva un’ambulanza. "Non dirmi di
non essere mai stato picchiato", è stato il commento, sorpreso,
dell’agente che lo pestava.

Intorno alle sei e mezza del pomeriggio è arrivato l’ordine di liberare
i detenuti. Hanno comandato loro di camminare in fila per uno, scortati
da un agente della Polizia di Frontiera, verso il posto di blocco di
Qalandiyah. All’ora del rilascio erano stati fermati ancora più
illegali, fra cui donne e bambini; la punta, stima Jabarin, è stata di
circa 100 detenuti, lì. Dapprima ha rifiutato di andarsene a piedi,
continuando a chiedere un’ambulanza, ma la sua richiesta è stata
rifiutata. Ha usato il cellulare per telefonare al cugino, Karim Jubran,
ricercatore per B’Tselem (un gruppo per i diritti umani) nell’area di
Gerusalemme, e gli ha spiegato cosa succedeva. Non molto tempo prima,
quando era arrivato il momento di interrompere il digiuno, uno dei
detenuti aveva gridato "Allahu Akbar" per indicarne la fine, e, a dire
di Jabarin, gli agenti della Polizia di Frontiera avevano pestato pure lui.

Infine si sono diretti a piedi verso il posto di blocco. Jabarin, che
poteva a malapena star dritto, si trascinava dietro, incitato da un
agente della Polizia di Frontiera. Alla fine è stato caricato su un loro
veicolo e portato in auto per il resto della strada, fino al posto di
blocco. L’amico di Jabarin, che è un attivista nell’organizzazione per i
diritti umani Al-Haq, da lì gli ha dato un passaggio in macchina,
accompagnandolo direttamente all’ospedale Sheikh Zayed, a Ramallah. Là
gli hanno diagnosticato la rottura dei timpani per il pestaggio.
B’Tselem ha registrato la testimonianza di Jabarin, e programma di
sporgere presto un reclamo al dipartimento investigativo della Polizia
di Israele.

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Un portavoce della Polizia di Frontiera questa settimana ha risposto:
"Non siamo a conoscenza di un tale episodio. Alla ricezione del reclamo,
compierà un’investigazione il comandante del distretto ‘circondario di
Gerusalemme’. Allo stesso tempo, presenteremo un reclamo al Dipartimento
Investigativo della Polizia, nell’ambito della politica di tolleranza
zero per l’uso non autorizzato della forza. Ma prima controlleremo se
l’episodio è o no realmente avvenuto".

Testo inglese: http://haaretz.com/hasen/spages/1030950.html

tradotto da Paola Canarutto

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