I romanzi di Suad Amiry.

Suad Amiry è un’architetta palestinese, fondatrice e direttrice del Riwaq Center for Architectural Conservation a Ramallah. Cresciuta tra Amman, Damasco, Beirut e Il Cairo, ha studiato architettura all’American University di Beirut e all’Università del Michigan, specializzandosi infine a Edimburgo. Dal 1981 insegna archittettura alla Birzeit University e, da allora, vive a Ramallah. Ha scritto e curato numerosi volumi sui differenti aspetti dell’architettura palestinese.

Altre info: www.feltrinellieditore.it/SchedaAutore?id_autore=1000235

 

 

Niente sesso in città
Suad Amiry, Edizioni Feltrinelli  

In breve

Un gruppo di donne si trova regolarmente in un noto ristorante di Ramallah, Palestina. Intorno il mondo è minacciato, ma queste donne hanno il semplice coraggio di guardare indietro, alle loro storie private, di guardare il destino dei loro paesi, di vivere la propria femminilità esausta come un’allegoria del presente. l ristorante Darna, a Ramallah, si riunisce periodicamente un gruppo di donne accomunate da due elementi: la menopausa e il legame, per nascita o elezione, con la Palestina. Intorno al tavolo, sul quale si succedono le prelibatezze assemblate nella cucina del galante Usamah, si intrecciano le storie privatissime di Ola, Jamileh, Lena, Rana e delle loro amiche: ognuna parla di sé con sincerità ed emozione, sullo sfondo più ampio delle tormentate vicende politiche e sociali del Medio Oriente, dal nazionalismo di Abdul Nasser alla vittoria di Hamas, passando per la guerra del ’67, la questione libanese e Arafat.
L’amore, la guerra, la famiglia, la politica, il sesso, la vita e la morte sono alcuni dei grandi temi sui quali le commensali si confrontano – a volte con ironia, a volte con accenti più sofferti – rivelando sogni e aspirazioni, fragilità e ferite mai del tutto sanate, delusioni, speranze e segreti. E, attraverso il loro racconto, prende vita tutto un mondo fatto di case, strade, voci, stanze, paesaggi, popolato da un gruppo variopinto e meravigliosamente assortito di parenti stravaganti, di volta in volta burberi, teneri, crudeli, eccentrici, comici o cupamente tragici.

Una grande storia al femminile che spazza via i cliché e le gratuità violente e ottuse dell’attualità televisiva. Qui c’è la vita. Ci sono molte vite. E c’è forse, indicata, fra un ricordo e una delusione, fra un sapore forte di spezie e un terrore che fa sobbalzare il petto, la piccola strada che porta oltre il conflitto.

Sharon e mia suocera
Suad Amiry, Edizioni Feltrinelli

In breve

Un “diario di guerra”. Un documento che, in forza della sua magica freschezza, si schiera ma senza rinunciare al dialogo e alla complessità di un conflitto che non cessa.

Il libro

Una donna palestinese, colta, intelligente e spiritosa, tiene un “diario di guerra”. Gli israeliani sparano ma, nella forzata reclusione fra le pareti domestiche, “spara” anche la madre del marito, una suocera proverbiale. In pagine scoppiettanti di humour e di lucidità politica e sentimentale, i colpi bassi di Sharon e del suo governo finiscono per fare tutt’uno con le idiosincrasie della suocera petulante, con la quale l’autrice si trova a trascorrere in un involontario tête à tête il tempo dell’assedio. Ma, come la guerra, neanche l’avventura cominciata con Sharon e mia suocera finisce ed ecco che Suad Amiry con Se questa è vita ci regala una nuova puntata del suo irresistibile diario di guerra e di vita quotidiana dai Territori occupati. Con l’indiavolato humour che la contraddistingue e sfoderando un’ormai piena e affilata sapienza narrativa, ci conduce da una stazione all’altra del calvario palestinese, facendoci piangere, ridere, sdegnare, riflettere, connettere, ricordare. Portandoci, con tono lieve e tragicomico, a scoprire i piccoli e grandi contrattempi del vivere nel devastato scenario mediorientale. Al centro del suo affresco narrativo, come sempre, l’ingombrante e svagata suocera Umm Salim, che resiste alla brutalità dell’occupazione militare con abitudini da tempi di pace, orari, buone maniere. Attorno a lei un balletto indiavolato di vicini di casa, parenti, amici, funzionari israeliani, spie e collaboratori, cani, muri in costruzione, paesaggi splendidi e violati, checkpoint e soldati.

Note: Diari di guerra da Ramallah, Palestina

Una donna palestinese, colta, intelligente e spiritosa, tiene un “diario di guerra”. Gli israeliani sparano ma, nella forzata reclusione fra le pareti domestiche, “spara” anche la madre del marito, una suocera proverbiale. Un documento che, in forza della sua magica freschezza, è schierato senza rinunciare al dialogo, alla complessità di un conflitto che continua a non chiudersi.

Riuscite a immaginare qualcosa di più feroce e devastante dell’occupazione militare del vostro paese e di un severo coprifuoco imposto per mesi alla vostra città? Sembrerebbe d’obbligo una risposta negativa e invece Suad Amiry, palestinese di Ramallah e architetta, grazie a una mossa letteraria totalmente fuori schema, riesce a spiazzarci con un esilarante diario pubblico-privato che registra le cose… dal basso e in interni. In un pugno di pagine scoppiettanti di humour e di vetriolica lucidità politica e sentimentale, i colpi bassi di Sharon e del suo governo finiscono così per fare tutt’uno con le idiosincrasie di una suocera petulante, con la quale l’autrice si trova a trascorrere in un involontario tête à tête il tempo dell’assedio. Sconveniente e sofisticata quanto basta per increspare le acque della correttezza politica e per evitare il tormentone retorico che vorrebbe vittime e oppressori sempre assegnati a campi rigorosamente separati, con Sharon e mia suocera Suad Amiry dà alla letteratura quello che il regista araboisraeliano Elia Suleiman ha dato al cinema con il recente Intervento divino: un quadro lieve, surreale e ad altissima definizione dei guasti di una vita offesa. 

Indice – Sommario

1. A proposito dell'autrice

2. Un cappuccino A Ramallah

3. Trentaquattro giorni

4. Incontri insostenibili: Nablus e Jaffa

5. “Caro presidente Push …”

6. Sharon e la mia casseruola di teflon

Ringraziamenti

 

Un brano:
Bentornata a casa, dottoressa Suad!

Non ero in vena.

“Ci cacciate da Jaffa e poi vi chiedete come mai siamo nati da un’altra parte!”

Furono le prime parole che mi uscirono di bocca quando cominciai a rispondere alla prima di una lunga serie di domande rivoltemi dall’addetto alla sicurezza israeliano all’aeroporto di Lud,* Tel Aviv.

Giuro che non ero in vena.

Erano le quattro e mezzo del mattino di una calda giornata estiva del 1995. Le quasi cinque ore di volo da Londra mi avevano ridotta uno straccio e volevo solo correre fuori dall’aeroporto in cerca di Ibrahim, venuto fin da Ramallah a quell’ora impossibile unicamente per recuperarmi. Che tesoro!

Va detto che la mia ansia e la mia irritazione aumentarono quando la giovane donna al controllo passaporti fece scivolare un cartellino rosa nel mio passaporto palestinese. Io, ovviamente, non ho alcun problema, né con il rosa, né con il fatto di essere palestinese. Ma in quel preciso momento, l&rsquo
;unica cosa che desideravo era un cartellino bianco. C’ero già passata molte altre volte: rosa significava automaticamente almeno un’ora in più o giù di lì in compagnia degli addetti alla sicurezza dell’aeroporto.

Non avete idea di quanto desiderassi un cartellino bianco, questa volta. Non ero proprio in vena.

“Come mai è nata a Damasco?” ripete il funzionario, evidentemente non contento, né soddisfatto, della mia risposta impulsiva.

Non ero in vena di raccontare all’addetto alla sicurezza di come, nel 1940, mio padre, venuto a Beirut da Jaffa, fosse rimasto folgorato alla vista di mia madre, originaria di Damasco. Lei aveva diciotto anni, lui trentatré. Lui si era laureato all’Università americana di Beirut, circa dodici anni prima, lei frequentava ancora il Syrian Protestant College.
Nel momento in cui mise piede nel grandioso cortile del palazzo dei Jabri, nel cuore della vecchia Damasco, e si rese improvvisamente conto di quanto fosse ricco il padre della ragazza, un noto mercante, il sogno di sposare quella donna di stupefacente bellezza, alta e dagli occhi verdi, cominciò a vacillare. A torto, perché quel sogno finì con il realizzarsi: altri, molti altri si sono infranti, poiché insieme hanno vissuto una vita tormentata.

Non ero in vena di raccontargli che, nel dicembre 1978, mio padre era morto d’infarto a Praga, mentre partecipava a un convegno di scrittori. Emile Habibi, che aveva passato la serata con lui, era stato l’ultimo a vederlo.

Non ero in vena di informare l’addetto alla sicurezza israeliano che, ogni volta che restava incinta, mia madre andava a Damasco a dare alla luce il bambino. Nel 1943, nel 1944, e poi nel 1949, era andata da Gerusalemme a Damasco per mettere al mondo le mie sorelle, prima Arwa (che oggi fa la psicologa e vive ad Amman), poi Anan (che oggi fa la sociologa e vive in America), e molto più tardi mio fratello Ayman. Si era trasferita da Amman a Damasco anche in occasione della mia nascita, due anni dopo. Non volevo ammetterlo, perché non avrebbe fatto altro che complicare le cose, aumentando senza alcun dubbio i timori per la sicurezza di Israele dell’addetto ai controlli. Il che, va da sé, avrebbe prolungato l’interrogatorio.

“È mai vissuta a Damasco?” chiede l’addetto alla sicurezza.
“No,” rispondo e più concisa non potevo essere.

Non ero in vena di dire all’addetto ai controlli che fino all’età di diciotto anni, quando lasciai Amman per studiare architettura presso l’Università americana di Beirut, quella stacanovista di mia madre, proprietaria di una tipografia e di una stamperia, ogni estate non vedeva l’ora di liberarsi dei suoi quattro figli. Non appena cominciavano le vacanze estive, ci mandava a casa dei suoi genitori a Damasco e dei suoi parenti a Beirut. Mio fratello Ayman ed io eravamo felicissimi di trascorrere parte delle vacanze insieme alle nostre zie nubili: Nahida e Suad (da cui ho preso il nome), che viziavano in modo vergognoso sia noi sia le mie due sorelle adolescenti. Ci portavano a cogliere le ciliegie nella casa di villeggiatura estiva di zia Farizeh, a Zabadani. Ogni venerdì aiutavamo le zie a trasportare cibo e angurie, in vista di uno spuntino in uno dei tanti ristoranti lungo il fiume Barada (colmo di cocomeri messi in fresco), nel lussuoso quartiere di Dummar.
Uno dei punti culminanti delle nostre vacanze estive era la Fiera internazionale di Damasco, dove zia Nahida ci comprava quelli che riteneva fossero i prodotti russi più nuovi: una matrioska di legno per me e macchine e aeroplani di legno per mio fratello Ayman. Quando eravamo a corto di idee, zia Nahida ci portava a fare una passeggiata nell’affollato suq El-Hamadiyyeh, dove placavamo la nostra sete con il gelato al pistacchio e alla gomma arabica della gelateria Bukdash. A distanza di quasi quarant’anni, sento ancora il gusto della gomma arabica.
Di pomeriggio, quando le zie facevano la siesta, insieme ai nostri numerosi cugini, giocavamo e correvamo intorno all’immensa fontana al centro del cortile, l’ed-dyar. La nostra villeggiatura non sarebbe stata all’altezza delle nostre aspettative, se non fossimo andati a Beirut. Dopo qualche giorno di assillo costante, le zie accettavano di accompagnarci, o a volte di lasciarci andare da soli, a passare qualche giorno a casa di zio Mamduh e zia Firdaus, a Furn esh-Shubbak. Non amando il pessimo carattere di zio Mamduh, passavamo buona parte della giornata a nuotare sulle spiagge affollate dell’umida e afosa Beirut. Alla fine dei nostri tre mesi di vacanza, giusto un giorno o due prima che la scuola ricominciasse, facevamo ritorno ad Amman e la prima cosa di cui la mamma si lamentava era il colorito scuro della nostra pelle. Gli abitanti di Damasco, ossessionati com’erano dalla bianchezza, non apprezzavano affatto l’idea che l’abbronzatura potesse essere di moda.

 

Se questa è vita
Suad Amiry, Edizioni Feltrinelli

In breve

“Mi chiedo quale sarebbe la tua reazione se fossi vissuto sotto occupazione tutti gli anni che ci ho vissuto io, o se i tuoi diritti di consumatore, come tutti i tuoi altri diritti, fossero violati giorno e notte, […] se il tuo villaggio fosse stato spianato con un bulldozer, o la tua casa demolita, se tua sorella non potesse raggiungere la sua scuola, o tuo fratello avesse avuto tre ergastoli, o tua madre avesse partorito a un posto di blocco, o se tu fossi stato in fila per giorni nel caldo torrido d’agosto in attesa del tuo permesso di lavoro…”.

Il libro

L’avventura cominciata con Sharon e mia suocera: diari di guerra da Ramallah, Palestina (diventato ormai un piccolo libro di culto in diversi paesi del mondo) non è finita. L’architetta palestinese Suad Amiry ci regala una nuova puntata del suo irresistibile diario di guerra e di vita quotidiana dai Territori occupati. Con l’indiavolato humour che la contraddistingue e sfoderando un’ormai piena e affilata sapienza narrativa, l’autrice ci conduce da una stazione all’altra del calvario palestinese, facendoci piangere, ridere, sdegnare, riflettere, connettere, ricordare. Portandoci, con tono lieve e un lucido mix di commedia e tragedia, a scoprire i piccoli e grandi contrattempi del vivere nel devastato scenario mediorientale. Al centro del suo affresco narrativo c’è, ancora una volta, Umm Salim, l’ingombrante e svagata suocera ultranovantenne, che resiste alla brutalità dell’occupazione militare irrigidendosi su abitudini da tempi di pace, orari, buone maniere. Attorno a lei un balletto indiavolato di vicini di casa, parenti, amici, funzionari israeliani, spie e collaboratori, cani, muri in costruzione, paesaggi splendidi e violati, checkpoint e soldati. Lettura imperdibile per chiunque voglia orientarsi nel disordinato mondo contemporaneo e non sia disposto a dimenticare che la grande storia è pur sempre fatta di donne e uomini in carne e ossa, il nuovo libro di Suad Amiry si candida a fare da bussola ai tanti Gulliver stanchi di guerra del terzo millennio.

Note: Dalla Palestina in tempo di occupazione  

“Mi chiedo quale sarebbe la tua reazione se fossi vissuto sotto occupazione tutti gli anni che ci ho vissuto io, o se i tuoi diritti di consumatore, come tutti i tuoi altri diritti, fossero violati giorno e notte, […] se il tuo villaggio fosse stato spianato con un bulldozer, o la tua casa demolita, se tua sorella non potesse raggiungere la sua scuola, o tuo fratello avesse avuto tre ergastoli, o tua madre avesse partorito a un posto di blocco, o se tu fossi stato in fila per giorni nel caldo torrido d’agosto in attesa del tuo permesso di lavoro…”

L’a
vventura cominciata con Sharon e mia suocera: diari di guerra da Ramallah, Palestina (diventato ormai un piccolo libro di culto in diversi paesi del mondo) non è finita. L’architetta palestinese Suad Amiry ci regala una nuova puntata del suo irresistibile diario di guerra e di vita quotidiana dai Territori occupati. Con l’indiavolato humour che la contraddistingue e sfoderando un’ormai piena e affilata sapienza narrativa, l’autrice ci conduce da una stazione all’altra del calvario palestinese, facendoci piangere, ridere, sdegnare, riflettere, connettere, ricordare. Portandoci, con tono lieve e un lucido mix di commedia e tragedia, a scoprire i piccoli e grandi contrattempi del vivere nel devastato scenario mediorientale. Al centro del suo affresco narrativo c’è, ancora una volta, Umm Salim, l’ingombrante e svagata suocera ultranovantenne, che resiste alla brutalità dell’occupazione militare irrigidendosi su abitudini da tempi di pace, orari, buone maniere. Attorno a lei un balletto indiavolato di vicini di casa, parenti, amici, funzionari israeliani, spie e collaboratori, cani, muri in costruzione, paesaggi splendidi e violati, checkpoint e soldati. Lettura imperdibile per chiunque voglia orientarsi nel disordinato mondo contemporaneo e non sia disposto a dimenticare che la grande storia è pur sempre fatta di donne e uomini in carne e ossa, il nuovo libro di Suad Amiry si candida a fare da bussola ai tanti Gulliver stanchi di guerra del terzo millennio.

Un brano:

Dal capitolo 1 Primo incontro con Diala

Agosto 1992

Era una torrida giornata estiva. L’ondata di calore mi stava rosolando a fuoco lento mentre, al volante della mia automobile e in preda all’entusiasmo, andavo a prendere Diala, la mia nipote diciottenne, appena sbarcata a Gerusalemme.

Doveva essere stato quell’adorabile pigiama rosa a creare un legame così forte e indissolubile tra Diala e me. Ricordo ancora vividamente la mia passeggiata lungo al-Hamra, all’epoca la strada più alla moda di Beirut. Era una deliziosa giornata d’aprile. Eccitatissima, avevo detto al proprietario del negozio di abiti per bambini al-Zahhar che volevo un pigiama molto speciale per la nipotina che mi era appena nata (nella speranza che crescesse amante del sonno proprio come la sua zietta). L’uomo mi aveva guardata con un’espressione irritata e mi aveva teso il pigiama.
“Questo è molto speciale. Ne vendiamo almeno dieci al giorno.”

Volevo spiegargli che Diala era veramente speciale. Era la prima nipote della famiglia e probabilmente l’ultima. Volevo dirgli che, anche se eravamo tre sorelle e un fratello, nessuno di noi, tranne Arwa, madre di Diala, aveva figli. Mia sorella Anan, sposata due volte, senza figli. Io, per il momento sposata una sola volta, senza figli. Ayman, il mio unico fratello, mai sposato, quindi niente figli. Volevo metterlo a parte di tutto ciò, per fargli capire quanto fosse speciale Diala, ma avevo paura di svelargli quanto fossimo terrorizzati all’idea di mettere al mondo dei figli simili a noi.

Ok, il pigiama forse non era poi così speciale, ma Diala senza dubbio lo era.

Ero al settimo cielo. Finalmente ero riuscita a ottenere un permesso perché uno dei membri della mia famiglia residenti ad Amman, Damasco o Beirut venisse a trovarmi a Ramallah. Tuttavia, vedersela con l’Amministrazione civile israeliana per ottenere un “permesso di visita” è un paio di maniche, mentre aiutare i propri familiari a superare la paura del viaggio è tutt’altra cosa.

Mia madre, che è siriana, ha adottato la posizione politica del presidente Assad:
“NO alla normalizzazione con Israele”.
“Santo cielo, mamma, sono tua figlia, venirmi a trovare a Ramallah non vuol dire normalizzazione con Israele.”
“Habibi Susu (Mia adorata Susu), non occorre che ti dica quanto mi piacerebbe venire da te e da Salim a Ramallah. Sai che cosa significa per una madre non conoscere la casa della propria figlia dopo otto anni di matrimonio?” dice mia madre mentre le lacrime le velano gli occhi grigio-verdi. L’espressione che si disegna sul suo viso mi costringe a cambiare discorso.

Non so che cosa fosse più difficile: se per mia madre cambiare posizione ideologica o per il governatore militare israeliano di Ramallah concederle un permesso d’entrata. Forse il rifiuto di lei era in previsione del rifiuto dell’autorità israeliana.

Dopotutto mia madre è sempre stata una donna orgogliosa.

Adesso che Diala ce l’aveva fatta, avevo maggiori speranze che l’estate prossima sarei riuscita a ottenere un permesso di visita per mia madre. Pioggia o ciel sereno, bisognava che dedicassi qualche settimana del mio tempo a fare la fila davanti al quartier generale dell’esercito israeliano in mezzo a folle intollerabili e soldati.

Con il braccio destro sul petto e il sinistro appoggiato al volante, mi ritrovai a promettere con tutto il fiato che avevo in gola:
“Mamma, lo prometto, l’anno prossimo a Gerusalemme” […]

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