La sfida turca

Jornal do Brasil. Di Mauro Santayana.

Quanto più cauta deve essere stata la reazione dei Paesi arabi – riuniti ieri (il 13 settembre, ndr) al Cairo — di fronte alla posizione di Recep Erdoğan nel suo scontro con Israele, tante più conseguenze promette di avere.

Come ha affermato il premier turco prima di partire per il Cairo, lunedì, Israele non solo agisce con crudeltà nella Striscia di Gaza, ma anche con la irresponsabilità di un bambino viziato.

Gli è dunque mancato soltanto dire chi è che vizia il bambino, ma questo non è necessario. Da molto tempo, la ninnananna a Israele è stata un fatto quasi naturale: l'Occidente aveva la coscienza sporca per il proprio antisemitismo storico, aggravato dal massacro perpetrato dai nazisti nei campi di sterminio. 

Tale benevolenza con lo Stato di Israele è diventata un incentivo a una guerra che può allargarsi al di là del Mediterraneo.

Erdogan è sintetico nel dire che Israele non ha capito che il mondo è cambiato e che sta a Tel Aviv trovare una forma di buona convivenza con i suoi vicini e con il resto dell'Umanità. 

La Turchia è una nazione-chiave nella geopolitica del Mediterraneo. E' un Paese musulmano e europeo e si definisce laico. Erdogan non è arabo. Lui crede che sia conveniente che anche tutti i Paesi del Medio Oriente si dichiarino stati laici, il che favorirebbe la comprensione del mondo. Questo suo atteggiamento lo sta rendendo il leader necessario nel Medio Oriente. Ha ragione nel dichiarare che, a maggio dell'anno scorso, il governo di Tel Aviv violò le leggi internazionali nell'attaccare una nave disarmata, battente bandiera turca, in acque di libera navigazione, con aiuti umanitari a un popolo assediato e costantemente aggredito. Nell'attacco morirono 9 cittadini turchi.

Parlando dal Cairo, il nostro ambasciatore in Egitto, Cesário de Melo Antonio, è andato dritto al punto: inizia a formarsi una triplice alleanza contro il governo di estrema destra israeliano, composta da Turchia, Egitto e Iran. Lui, che fu ambasciatore a Tehran e Ankara prima di essere trasferito al Cairo, conosce le anime di questi tre popoli più che quelle dei governi. 

Avrebbe potuto citare la Siria, ma non lo ha fatto. E non si può dimenticare il potere militare e politico di Hezbollah in Libano. Se diamo un'occhiata all'orizzonte storico un po' al di là della nostra visione, coglieremo il momento in cui, liberi dalla presenza militare nordamericana, l'Iraq, l'Afghanistan e, possibilmente, il Pakistan, si uniranno alla potente coalizione anti-Israele nella regione.  

Erdogan ha annunciato che pattuglierà il Mediterraneo, per garantire la libera navigazione nel grande mare interno. La Russia mantiene una base navale nel porto siriano di Tartus, e ciò spiega perché la Nato — a cui la Turchia appartiene, bisogna ricordarlo — è ancora reticente nell'eseguire la richiesta francese di intervento contro Assad. Questo gioco strategico coincide con l'atteso riconoscimento all'Onu, questo mese, dello Stato di Palestina, all'interno dei confini anteriori al 1967.

Il Brasile, per quello che sappiamo, non è esente da preoccupazioni verso il Mediterraneo. E' interessante notare che l'11 settembre, il capo della diplomazia brasiliana, Antonio Patriota, si trovava a Istanbul e, lì, condannava l'eccesso di potere militare nel mondo. La presidente Dilma Rousseff visiterà la Turchia il mese prossimo.  

Israele si trova di fronte alla grande opportunità di negoziare la propria sopravvivenza con i Paesi arabi e con il mondo. Ciò richiederà la difficile rinuncia alla presunzione di superiorità — che anima parte del suo Esercito, dei suoi intellettuali e politici – e l'accettazione di vivere in pace con i palestinesi. Gli Stati Uniti, che lo proteggono con il loro potere bellico ed economico, si trovano in una difficile situazione.

Il New York Times, nella sua edizione di domenica (11 settembre, ndr), ha pubblicato un importante articolo del principe saudita Turki Al-Faisal, ex-ambasciatore negli Usa, ex capo dei servizi di sicurezza del suo Paese e noto studioso dei problemi dei musulmani. Al-Faisal ha dato al suo testo un titolo forte: “Veto a State, lose an ally” (Date il Veto a uno Stato e perdete un alleato, ndr). Se gli Stati Uniti useranno il potere di veto al riconoscimento dello Stato di Palestina, correranno il rischio di perdere il loro maggiore alleato in Medio Oriente: l'Arabia Saudita, e, probabilmente con lei, l'unico fornitore affidabile di petrolio nella regione.

Gli analisti di politica internazionale non percepiscono che, nonostante la forza diplomatica e militare di Washington, esiste un punto che unisce tutti i musulmani, e anche altri popoli: l'appoggio ai palestinesi. Le relazioni più o meno normali tra Israele e alcuni Paesi musulmani furono determinate da una congiuntura storica, che li hanno resi occasionalmente alleati degli Stati Uniti, ma questa situazione sta cambiando, e rapidamente.

Israele vinse la guerra contro gli Arabi in un certo momento storico. Affrontò avversari che erano usciti indeboliti dalla guerra, senza aiuti stranieri e senza eserciti propri ben armati e addestrati.

Oggi la Turchia, da sola, ha un potere bellico molto superiore a quello di Israele, sebbene abbia la bomba atomica, e potere equilibrato nell'aviazione militare. Nella Marina da guerra è immensa la superiorità turca, così come nel numero di combattenti. La Turchia ha una popolazione dieci volte superiore a quella di Israele.

Nessuno vuole la guerra, ma coloro che disdegnano la pace forse pensano che la loro invincibilità sia eterna. Non è quello che abbiamo visto nel Vietnam e quello che tutto indica che vedremo in Iraq e in Afghanistan. 

Gli Stati Uniti hanno annunciato che metteranno il veto al riconoscimento dello Stato palestinese. Da quel che sembra, non prendono in considerazione l'avvertimento di Faisal.

Il fatto è che con il veto, se non cambieranno questa loro decisione annunciata, non perderanno solo l'Arabia Saudita, ma quel poco che resta loro del rispetto del mondo. 

E per completare il quadro, quando chiudevamo questo articolo, obiettivi nordamericani, della Nato e del governo fantoccio afgano, si trovavano sotto continui attacchi dei combattenti talebani. 

 

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