L'aumento delle guardie carcerarie israeliane per opprimere sempre più i prigionieri palestinesi

Gaza – Infopal. La cronaca recente dimostra come l'esperienza della detenzione per i palestinesi stia attraversando una delle fasi più difficili.

Negli ultimi dieci anni, le autorità carcerarie israeliane hanno creato un sistema di repressione senza precedenti: dalla tortura fisica (per estorcere informazioni) all'abbattimento psicologico di detenuti e prigionieri, fino a costringerli a confessare atti che in realtà non hanno commesso.

Gli attacchi e le umiliazioni sono stati intensificati per allargare il cerchio dello spionaggio.

Notti di umiliazione.

“La vita all'interno delle prigioni israeliane è un 'cimitero' tagliato fuori dal resto del mondo”, afferma un portavoce dei familiari dei detenuti.

Dal rapimento del soldato israeliano Gilad Shalit, nel 2006, sono oltre 7.000 i palestinesi che periscono nelle strutture carcerarie di Israele.

Da allora, oltre che per vie “legali” israeliane, sono state incoraggiate 'materialmente' le pratiche di tortura e le persecuzioni.

Nuovi edifici sono stati adibiti a questo scopo: tra questi la prigione di Jalbo', per la quale Israele si sarebbe avvalso della consulenza di alcuni esperti irlandesi in materia di sorveglianza e repressione.

'Abd el-Naser Farawne, ricercatore sulle questioni dei prigionieri, conferma l'inasprimento dei metodi punitivi e le costanti minacce che i prigionieri vivono da anni.

Farawne ricorda che nella sua personale esperienza di detenzione, risalente agli anni Ottanta, le guardie non hanno compiuto alcuna ispezione nelle sue celle in modo diretto.

Afferma che il numero delle guardie carcerarie con compiti di repressione è aumentato e rivela: “Oggi queste figure non hanno più meri compiti di sorveglianza, ma sono pienamente operative nelle ispezioni”.

Gradi e collegamenti con i servizi segreti.

Liberato da pochi mesi, Mohammed al-Hashash ha trascorso venti anni nelle carceri israeliane, e rivela che il numero delle guardie carcerarie è stato aumentato almeno dal 2004.

Al-Hashash sostiene che l'aumento di questi effettivi sia anche conseguenza esigenze politiche interne israeliane. Numerosi poliziotti, infatti, potrebbero essere passati in servizio nelle prigioni, ma resta elevato il numero di coloro che lavorano in coordinamento con i servizi segreti.

Tamer al-'Abet, rilasciato all'inizio di questo mese, ha trascorso tredici anni in prigione, per ultimo in quella di Ramon, dove, racconta: “Erano molto frequenti i casi di perquisizioni aggressive condotte personalmente da queste guardie carcerarie. I detenuti hanno protestato, e l'amministrazione carceraria ha inflitto loro ulteriori punizioni, in forma di ritorsione”.

Nei mesi scorsi, gli stessi episodi avevano riguardato anche la prigione di Nafha, dove i prigionieri palestinesi avevano resistito uniti contro l'adozione di metodi sempre più aggressivi.

Sorveglianza e repressione.

Sono numerose le storie di detenute palestinesi umiliate e perquisite.

Si racconta di guardie donne impegnate in interrogatori ed ispezioni fisiche alle quali, improvvisamente, fanno seguito gli uomini.

Insulti ed umiliazioni sono, deliberatamente, parte integrante di queste pratiche.

In generale, i prigionieri che subiscono violenze o molestie sessuali sono vittime di conseguenze psicologiche negative rilevanti, e sono restii a parlarne per i traumi subiti e per motivi di carattere sociale.

Stando alle testimonianze di al-Hashash, l'età media di queste guardie è tra i 18 e i 25 anni, e, puntualmente, si dimostrano particolarmente violenti.

Nell'amministrazione carceraria c'è consapevolezza di quanto detenuti e prigionieri disprezzino queste guardie.

“È accaduto che – continua nella sua testimonianza al-Hashash – qualcuno dei prigionieri opponesse il proprio rifiuto a sottoporsi ad un'ispezione. Di conseguenza, le guardie lo hanno messo in isolamento e gli hanno negato i pasti, mentre l'amministrazione gli ha imposto una multa pari a 650 $”.

Per garantire un collegamento con i servizi segreti, le guardie sono posizionate ovunque tra le sezioni femminili e, in generale, tra i vari settori e le celle.

Dalle storie ascoltare, si apprende anche che alcune guardie provano ad instaurare un qualche rapporto con i detenuti per riuscire a raccogliere informazioni, così è accaduto che, dopo lunghe conversazioni, il detenuto abbia scoperto di essere sotto osservazione della sicurezza.

Di particolare interesse è il caso di un ex generale, già direttore di varie prigioni israeliane, ben noto nelle carceri di Nafha e Ramon.

Quest'alto ufficiale dello Stato ebraico avrebbe promosso un meccanismo punitivo asfissiante contro detenuti e prigionieri, e sarebbe l'artefice del potenziamento del personale nelle prigioni ed una delle menti dietro la decisione di intensificare i raid aggressivi nelle celle dei detenuti.

Nonostante vari scandali resi noti dalla stampa israeliana, tra cui alcuni che lo vedrebbero reo di abusi sessuali, il generale procede orgoglioso nella sua carriera…

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