Storie da Gaza: “Spero tanto che queste coltivazioni possano dare un raccolto”

Gaza – Pchr. Dopo essersi ritirato dalla Striscia di Gaza, nel settembre 2005, Israele ha istituito, unilateralmente e illegalmente, una cosiddetta “zona cuscinetto”, un’area interdetta ai palestinesi lungo le frontiere terrestri e marittime della Striscia di Gaza. Non si conosce con precisione quali aree costituiscano la “zona cuscinetto”, ma tale politica israeliana viene applicata e rafforzata con l’uso delle armi. In conformità con l’armistizio siglato al termine dell’ultima offensiva israeliana su Gaza del novembre 2012, il Coordinatore israeliano delle attività governative nei territori (Cogat), in una dichiarazione pubblicata online il 25 febbraio 2013 ha affermato che agli agricoltori è consentito l’accesso ai campi distanti fino a 100 metri dalla frontiera, anziché fino a 300 metri come precedentemente stabilito. Questa affermazione, però, così come quella relativa all’estensione della zona per la pesca, è stata rimossa dalla dichiarazione apparsa successivamente. Quindi, l’11 marzo 2013 un portavoce dell’esercito israeliano ha affermato, in una lettera a Gisha, il Centro legale per la libertà di movimento, che “agli abitanti di Gaza viene richiesto di non avvicinarsi oltre i 300 metri dalla barriera di sicurezza”.

“Eravamo contenti dell’armistizio, e non vedevamo l’ora di poter nuovamente seminare sui nostri terreni” dice Majid Wahdan, 52 anni, seduto sotto un albero in un appezzamento di terreno di Beit Hanoun.

Majid, contadino e padre di 4 ragazze e 3 ragazzi, viveva nel nord-est di Beit Hanoun da 35 anni quando, nel 2003, la casa di tre piani della sua famiglia e il terreno agricolo situato a circa 400 metri dal confine con Israele furono demoliti.  “In tutto furono  distrutti 36 dunum (36 mila metri quadrati) di terra che condivido con i miei fratelli. La mia parte è di 3 dunum e mezzo. Nella zona vennero inoltre distrutti molti pozzi, anche sui nostri terreni. L’assistenza delle organizzazioni di beneficenza ci ha consentito di andare avanti”, racconta Majid, ricordando il giorno in cui la sua casa e i terreni di famiglia furono convertiti in “zona cuscinetto”. Oggi Majid e la sua famiglia vivono in un’altra zona di Beit Hanoun.

“Ho risistemato la mia terra due volte tra il 2003 e la guerra del novembre scorso”, continua Majid. “Vi ho piantato agrumi, poi demoliti entrambe le volte, e centinaia di tonnellate di raccolto sono andate distrutte. L’esercito israeliano ci impedisce di piantare alberi, così siamo costretti a far ricorso a coltivare piante di piccole dimensioni. Dopo la guerra di novembre decisi di rischiare, e ritornai sul mio terreno e sul terreno contiguo che ho in affitto, a seminare grano e angurie. Spero tanto che queste coltivazioni possano dare un raccolto. Il motivo per cui ho seminato le angurie risiede nella loro economicità, e poi in 70 giorni sono già cresciute. Non so cosa accadrà, così scelgo prodotti che possano crescere in fretta, prima che la tregua finisca un’altra volta”.

Oltre a occuparsi delle coltivazioni, Majid ha anche ricostruito i pozzi e il sistema di irrigazione: “Nel 2006 tornai sulla mia terra a ricostruire un pozzo, ma l’esercito lo distrusse appena lo completai. Accadde la stessa cosa nel 2008 e nel 2009. L’ultima volta che l’ho aggiustato è stato 3 settimane fa. Chi ha i terreni lungo la linea di confine deve affrontare il problema dell’approvvigionamento idrico”. Majid sostiene che il motivo principale per cui i terreni lungo il confine vengono regolarmente demoliti sia dovuto alla presenza d’acqua nella falda sottostante; “Credo che ci demoliscano i terreni perché sotto scorre un’acqua buona per l’agricoltura. Abbiamo acqua dolce sotto i terreni, e loro vogliono impadronirsene. Questa è una guerra per l’acqua”.

La distruzione continua degli investimenti agricoli ha costretto Majid a coltivare la terra in modo diverso: “Se potessi scegliere liberamente, pianterei agrumi: aranci e limoni. Ho sempre avuto agrumi, sono molto più redditizi delle colture a basso fusto. Inoltre, anziché lavorare la mia terra mi sono messo a lavorare la terra degli altri, più lontana dal confine. Coltivo due appezzamenti a Beit Hanoun, oltre alla mia terra. Non posso rischiare. Anche adesso, bisogna vedere quanto durerà il cessate il fuoco. Non si può prevedere nulla”.

Majid ha subito gravi perdite finanziarie, nel corso degli anni, e dice: “Non c’è rimedio o risarcimento per ciò che abbiamo perduto. Il danno per tutto ciò che ho perduto, la mia casa, i miei raccolti, ammonta a circa 250 mila dollari. Grazie alle organizzazioni benefiche posso continuare a curare i terreni. Ci forniscono reti di irrigazione, piantine e fertilizzanti. Ci hanno permesso di sopravvivere, qui sulle terre lungo il confine. Lavoro la terra con i miei fratelli e con gli operai che assumiamo. Abbiamo tutti delle grandi famiglie, siamo in tanti a fare affidamento sul raccolto per il nostro reddito”.

I contadini delle zone di confine di Gaza vengono regolarmente attaccati dalle forze israeliane collocate al confine. Majid ricorda: “Il 2011 e il 2012 sono stati per noi gli anni più difficili. Ci hanno sparato addosso e ci hanno bombardati. Siamo in pericolo, entro i 1000 metri dal confine possiamo ovunque essere colpiti dai militari. Ma dallo scorso novembre le cose sono cambiate”.

Nonostante il cambiamento avvenuto in seguito alla tregua, Majid ritiene che le politiche adottate abbiano un valore relativo per i coltivatori delle proprie terre: “Gli annunci ufficiali riguardo dove possiamo o non possiamo andare, rilasciati da Israele, sono ininfluenti. Non ci interessa quel che dicono i dirigenti. Quel che ci preoccupa è quale soldato è in turno di guardia. Ai pastori è permesso pascolare vicino al confine da alcuni militari, mentre altri, se si avvicinano gli sparano contro, hanno il grilletto facile. Sono testimone di molti attacchi ai contadini, ma nonostante ciò dobbiamo far capire ai soldati che questa è la nostra terra e che è nostro diritto potervi accedere. Se la situazione rimane tranquilla voglio ricostruire la mia casa e risistemare i terreni”.

Dalla tregua di novembre il Pchr ha documentato l’uccisione di 4 civili palestinesi, da parte delle forze israeliane, e il ferimento di altri 65, di cui 17 bambini, nella “zona cuscinetto”. Altri 48 civili, di cui 19 bambini, sono stati arrestati dalle forze israeliane nella stessa zona.

Gli attacchi continui contro i contadini palestinesi nella Striscia di Gaza costituiscono una violazione del diritto umanitario internazionale, come codificato ai sensi dell’articolo 147 della Quarta convenzione di Ginevra. Inoltre, tali attacchi costituiscono crimine di guerra in base agli articoli 8 (2) (a) (i) e (iii) e 8 (2) (b) (i) dello Statuto di Roma del Tribunale internazionale criminale. L’attuazione della zona cuscinetto per mezzo di attacchi armati costituisce una misura di punizione collettiva, proibita dall’articolo 33 della Quarta convenzione di Ginevra del 1949. Il diritto al lavoro, in condizioni giuste e favorevoli, è previsto dagli articoli 6 e 7 del Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali (Icescr). Inoltre, l’articolo 11 dell’Icescr riconosce “il diritto di ogni individuo a un livello di vita adeguato, per se stesso e per la sua famiglia, che comprenda alimentazione, abbigliamento e alloggio adeguati, e il continuo miglioramento delle condizioni di vita”.

Traduzione per InfoPal a cura di Stefano Di Felice

 

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