Condizione dei prigionieri politici palestinesi nei centri di detenzione israeliani e uso di mezzi di tortura. Da Addameer.

ISRAELE E TERRITORI PALESTINESI OCCUPATI

Condizioni dei prigionieri politici palestinesi nei centri di detenzione israeliani e uso di mezzi di tortura.

Art.1.1 della Convenzione delle Nazioni Unite contro la Tortura, 1984.

“Per tortura si intende ogni atto mediante il quale siano inflitti intenzionalomente sd una persona dolore o sofferenze gravi, sia fisiche che mentali, allo scopo di ottenere da essa o da un’altra persona informazioni o una confessione, di punirla per un atto che essa o un’altra persona ha commesso o e’ sospettata di aver commesso, per intimidarla o sottoporrre a coercizione un’ altra persona o per qualunque ragione che sia basata su una discriminazione di qualsiasi tipo, a condizione che il dolore o la sofferenza siano inflitti da o su istigazione o con il consenso o l’acquiescenza di un pubblico ufficiale o altra persona che svolga una funzione ufficiale. Non comprende il dolore o la sofferenza che risultino esclusivamente da, o siano inerenti o incidentali rispetto a sanzioni lecite.

Dall’ inizio dell’occupazione israeliana dei Territori Palestinesi Occupati nel 1967, oltre 650.000 sono stati i palestinesi detenuti da Israele. Si tratta di circa il 20% della complessiva popolazione palestinese.

Il procedimento di arresto e di successiva detenzone, a cui i palestinesi residenti nei Territori Occupati sono regolarmente sottoposti, e’ basato su di una vasta gamma di "regolamentazioni militari". Attualmente ne sono in vigore oltre 1,500 in West Bank (Cisgiordania) ed oltre 1,400 nella Striscia di Gaza.

I comandanti ed ufficiali israeliani hanno il potere di emettere nuovi ordini militari, nella rispettiva area di competenza, discrezionalmente ed in ogni momento.

A seguito delle nuove incursioni nei Territori Occupati, iniziate il 29 Marzo 2002, l’esercito israeliano ha intrapreso una campagna di arbitrari arresti di massa tra la popolazione civile palestinese di vastissime dimensioni. In seguito a tali operazioni, 1500 – 2000 palestinesi sono stati rinchiusi in centri di detenzione. Circa 1000 di essi hanno poi ricevuto un ordine di detenzione aministrativa, cioe’ detenzione priva di uno specifico capo di accusa.

Attualmente, sulla base delle statistiche raccolte e dei monitoraggi effettuati da Addameer, circa 6.000 sono i detenuti palestinesi che affollano i centri di detenzione israeliani per ragioni di natura politica.

Differentemente da quanto avviene per i cittadini israeliani, a carico dei palestinesi residenti nei Territori Occupati sono previste, per il giudizio, esclusivamente corti militari, mai civili. Si tratta di tribunali composti da un panel di tre giudici nominati dall’esercito, due dei quali, ricorrentemente, sprovvisti del background giuridico necessario per essere parte di un organo giudicante.

I centri di interrogazione, rigidamente sorvegliati dall’esercito israeliano, operano senza che alcun tipo di monitoraggio sia effettuato sui metodi utilizzati durante gli interrogatori.

Il comandante militare e’ investito di pieni e discrezionali poteri per quanto concerne la conduzione dell’interrogatorio ed i metodi da impiegare.

I corpi adibiti all’ interrogatorio sono tre:

  1. Polizia Israeliana. Generalmente investita per i crimini di minore gravita’ (lancio di sassi a jeep o veicoli corazzati israeliani).

  2. Intelligence militare. Corpo che frequentemente ricorre all’ uso di violenza e di vergognose forme di tortura come percosse, bruciature con sigarette ed altri dolorosissimi abusi.

  3. Shabbak. Incaricato degli interrogatori relativi ai detenuti palestinesi sospettati di aver commesso i piu’ gravi crimini di natura politica. Forme di tortura come privazione del sonno e sfinimento sono regolarmente eseguite.

Detenzione Amministrativa

La detenzione amministrativa e’ una misura cautelare introdotta dall’ Ordine Militare Isrealiano n. 378 del 1970 e specificamente regolamentata dai paragrafi A e B dell’articolo 87 dello stesso ordine.

Il paragrafo A prevede che:

il comandante militare puo’, sulla base di ragioni inerenti alla sicurezza dell’area in questione o di motivazioni inerenti alla pubblica sicurezza, mantenere una persona in custodia fino ad un nuovo ordine da lui firmato.

Inizialmente il periodo massimo di custodia era di sei mesi. A seguito dell’Ordine Militare n. 1229 del 1988 e’ stato innalzato ad un anno.

Il paragrafo B dello stesso articolo aggiunge che:

sempre sulla base di motivi concernenti la pubblica sicurezza, il comandante militare puo’ decidere di prolungare la custodia finche’ lo ritenga opportuno, attraverso ordini di estensione di custodia, ognuno dei quali non puo’ superare i sei mesi. Ogni ordine di estensione della custodia e’ da considerarsi, da un punto di vista giuridico, come un ordine iniziale.

L’articolo non fornisce alcun chiarimento di "sicurezza dell’ area" e "pubblica sicurezza". La loro interpretazione e’ lasciata totalmente alla discrezionalita’ del comandante militare.

Il provvedimento di detenzione amministrativa rappresenta una chiara violazione dei diritti fondamentali dei detenuti, incluso il diritto alla difesa, il diritto ad un equo e pubblico processo, il diritto a chiamare in causa testimoni e ad esaminare testimonianze, nonche’ il diritto alla presunzione di innocenza.

Inoltre il negare al detenuto qualsiasi protezione legale e’ proibito anche dal diritto internazionale.

In particolare risulta violato l’articolo 9 della Convenzione Internazionale sui Diritti Politici e Civili, ai sensi del quale:

nessuno puo’ essere soggetto arbitrariamente a forme di arresto o detenzione e, in ogni caso, ha il diritto di essere prontamente informato dell’accusa mossa nei suoi confronti

Centri di detenzione

Attualmente esistono 24 centri, cosi’ suddivisi:

– 5 centri per interrogatori

– 7 centri di detenzione

– 3 campi di detenzione militare

– 9 prigioni

Tutti i centri risultano essere estremamente affollati. I detenuti sono spesso costretti a dormire su assi di legno coperti da sottili materassi. La fornitura di coperte e’ molto rara e nella maggior parte dei casi offerta dalle famiglie o da organizzazioni umanitarie. La corrente elettrica e’ dappertutto fornita sporadicamente ed ogni tipo di movimento al di fuori delle celle e’ severamente proibito dopo il tramonto.

C
ondizioni all’interno dei centri

Costantemente Addameer insieme ad altre organizzazioni di diritti umani ha presentato petizioni presso la Suprema Corte di Giustizia israeliana, denunciando le pessime condizioni rilevate all’interno dei centri. La Corte ha, pero’, sempre rigettato ogni petizione.

Un vasto numero di prigionieri attualmente in detenzione risulta essere ferito o ammalato, ricevendo sporadici se non inesistenti cure mediche. I controlli medici sono eseguiti frequentemente attraverso le sbarre delle celle ed eventuali trasferimenti in ospedale per ulteriori accertamenti, possono essere ritardati anche per lunghi periodi.

Conseguentemente, il numero di detenuti che, una volta rilasciati, soffre di problemi cronici di salute, come malattie della pelle, debolezza, ulcera, affaticamento, risulta essere molto elevato.

Richieste presentate da organizzazioni umanitarie israeliane allo scopo di fornire assistenza medica all’interno dei campi, alla stesa stregua di petizioni presentate dalla Croce Rossa Internazionale, sono state sempre sistematicamente rigettate..

Ulteriori abusi includono percosse con bastoni, pugni, calci, abusi verbali e minacce.

Il cibo risulta molto spesso inadeguato per una corretta nutrizione ed e’ altresi’ somministrato in quantita’ molto ridotte.

Controlli e monitoraggi effettuati da Addameer fino al 13 Marzo 2004 hanno rilevato la mancata somministrazione di pasti e bevande caldi.

Per i detenuti affetti da malattie o disturbi come diabete, problemi di pressione sanguigna, etc, nessuna cura particolare e’ prestata nella somministrazione del cibo.

I centri di detenzione non offrono alcun tipo di ricambio di biancheria ai detenuti. I vestiti di molti prigionieri rimangono sporchi di sangue, a seguito delle ferite riportate durante l’arresto, per svariati mesi.

L’esercito israeliano continua a vietare alla Croce Rossa Internazionale di rifornire i centri di libri, vestiti ed altri effetti personali utili ai detenuti.

Condizioni nei campi militari

Le situazioni piu’ difficili sono state riscontrate nei campi di detenzione militare.

Attualmente ne esistono tre: Megiddo, Over e Ketziot.

Le condizioni dei detenuti all’interno dei campi sono assolutamente al di sotto degli standard internazionali legali e medici richiesti.

1) Case study : Ketziot Military Camp

Una delle situazioni piu’ critiche e difficili e’ stata rilevata all’ interno del Ketziot Military Detention Camp, nel deserto del Negev.

Il campo e’ stato riaperto dal governo israeliano il 12 Aprile 2002.

La prigione, gia’ durante la prima Iintifada, era rinomata per i maltrattamenti e le condizioni inumane a cui i detenuti erano regolarmente sottoposti.

Attualmente circa cinquecento palestinesi, di cui trecento sulla base di un ordine di detenzione amministrativa, affollano il campo.

La detenzione di prigionieri palestinesi nel centro di Ketziot rappresenta inoltre una chiara e grave violazione dell’articolo 49, comma 1, della Quarta Convenzione di Ginevra del 1949 , ai sensi del quale:

"Trasferimenti forzati sia individuali che di massa e deportazioni di persone protette dal territorio occupato al territorio dello Stato Occupante o a quello di qualsiasi altro stato, sono proibite, per qualsiasi motivo."

La prigione e’ ripartita in quattro sezioni, A, B, C, D, ognuna delle quali consta di quattro unita’, a loro volta costituite da tre tende. In ciascuna tenda, alta approssimativamente tre metri e larga cinque metri, sono sistemati dai venti ai ventidue detenuti.

I detenuti sono costretti a dormire su sottilissimi materassi di spugna e nulla e’ fornito per l’igiene personale.

Attualmente circa sessanta detenuti presentano problematiche condizioni di salute dovute alle durissime condizioni igieniche e strutturali del campo.

I servizi medici messi a disposizione dall’amministrazione del centro risultano del tutto inadeguati.

Nel campo di Ketziot, come del resto in ogni altro campo di detenzione israeliano, le visite delle famiglie rimangono rigorosamente vietate.

2) Case studies presso Ofer Military Camp. Fornito il 14/05/2002 al rappresentante legale di Addameer.

Il detenuto A. fu condannato a nove mesi di detenzione da scontare nel carcere di Naftha.

Il 28 Aprile 2002 fu trasferito presso il campo militare di Ofer . Una volta raggiunto il campo fu condotto in un luogo appartato da un ufficiale dell’esercito e da un poliziotto israeliano. Gli fu intimato di togliere i pantaloni. A seguito del rifiuto, A. fu scaraventato al suolo e, dopo essere stato ammanettato, fu ripetutamente colpito con pugni e calci.
A seguito del linciaggio, A. riporto’ fratture alle mani e lividi lungo tutto il corpo.

Nei giorni successivi il direttore del campo riferi’ ad A. che una commissione era stata costituita per investigare il suo caso.

Il detenuto B. fu arrestato a Ramallah, il 31 Marzo 2002.

Fu ferito da un soldato israeliano nella parte sinistra della schiena durante un raid finalizzato alla cattura di terroristi e di affiliati ad organizzazioni terroristiche.

Caricato su una camionetta, fu trasferito al campo militare di Ofer. Qui B. rimase ammanettato e bendato per 2 giorni, senza che nessun pasto gli venisse somministrato.

La ferita riportata a seguito dello sparo era ancora aperta, ma nessun tipo di cura gli fu prestato. Solo dopo quattro giorni un dottore cambio’ il bendaggio senza pero’ esaminare o pulire la ferita. Nella sezione in cui fu alloggiato, B. fu costretto a dormire su di una tavola di legno, senza materasso e con solo due coperte, benche’ fosse inverno. Nessun cambio di vestiti gli fu fornito per ventisette giorni. Per lo stesso periodo non gli fu permesso di disinfettare la ferita ne’ di accedere alle doccie.

Dopo il diciannovesimo giorno di permanenza al campo, fu chiamato per l’interrogatorio, durato 2 giorni. Durante lo svolgimento dell’interrogatorio fu ripetutamente percosso sulla ferita al fine di ottenere informazioni circa l’uccisione di due soldati avvenuta a Ramallah e per costringerlo a diventare un collaboratore. Al termine dell’interrogatorio fu condotto di nuovo nel suo hangar e rilasciato dopo otto giorni.

Diritti negati

Diniego al diritto d’istruzione

Severe restrizioni sono poste a carico dei detenuti per quanto concerne il diritto all’istruzione.
Ai detenuti adulti e’ permessa l’iscrizione esclusivamente
a programmi o corsi istituiti presso selezionate universita’ israeliane. Programmi di studio presso universita’ palestinesi e arabe sono strettamente vietati sulla base di "motivi di sicurezza".

La scelta dei corsi e’ altresi’ sottoposta a severe limitazioni. Non e’ infatti consentito accedere allo studio di programmi concernenti materie come "Democrazia e Dittatura", "Storia del Medio Oriente attraverso il pensiero dei Nuovi Storici", "Democrazia e Sicurezza Nazionale"ed altri corsi similari..

Conseguentemente molti detenuti sono costretti a rinunciare a studiare, sia per i costi elevati delle universita’ israeliane, sia per restrizioni ed impossibilita’ relative alla lingua.

Ai bambini e’ accordato un limitato accesso al’istruzione, con una forte discriminazione basata sul sesso.

Ai minorenni maschi in detenzione e’ concesso di frequentare alcune scuole israeliane; le ragazze minorenni sono invece tassativamente escluse da ogni possibilita’ di studiare durante il periodo di detenzione.

Al contrario, nessun tipo di restrizione e’ applicata, in tema di istruzione, ai minori israeliani in detenzione.

Restrizioni al diritto all’istruzione costituiscono una chiara violazione di quanto statuito dall’articolo 77 dello "Standard Minimum Rules for the Treatment of Prisoners", adottato in seno alle Nazioni Unite nel 1955 e prescrivente che:

(1) gli stati contraenti sono tenuti a provvedere all’ istruzione di tutti i prigionieri in grado di trarne beneficio, inclusa l’istruzione alla religione nei Paesi dove e’ possibile. L’istruzione per gli analfabeti ed i bambini e’ obbligatoria e a carico dall’amministrazione del centro".
(2) per quanto possibile, l’istruzione dei prigionieri dovrebbe essere integrata con il sistema di istruzione del loro Paese in modo da agevolare la continuazione degli studi anche dopo il rilascio".

Restrizioni per avvocati e rappresentanti legali

Avvocati e rappresentanti legali dei detenuti incontrano enormi problemi nell’incontrare i loro clienti. Spesso ai detenuti e’ permesso incontrare i loro rappresentanti solo ammanettati e, alle volte, bendati.

Le visite ai prigionieri detenuti per ragioni non di natura politica risultano essere molto più agevoli. Le procedure sono spesso molto veloci e le perquisizioni effettuate nei confronti degli avvocati sono piuttosto superficiali.

Nel caso di prigionieri politici, i rappresentanti legali sono tenuti a presentare con largo anticipo una previa richiesta di visita all’amministrazione del centro prima di vedersi, eventualmente, accordato il permesso ad incontrare il loro assistito. Ottenuto il permesso , prima di accedere all’interno del centro, sono tenuti a compilare una lista comprendente i nomi dei prigionieri che intendono visitare.
Le attese sono costantemente lunghissime ed estenuanti. Il 24 Giugno 2004, Mahmoud Hassan, rappresentante lagale di Addameer, fu costretto ad aspettare più di tre ore prima di poter accedere all’interno della prigione di Shatta.

Rigidissime perquisizioni corporali, spesso attraverso modalita’ umilianti, e del materiale di lavoro sono eseguite all’ingresso del centro. In molti casi gli avvocati sono obbligati a togliere le scarpe per essere controllati elettronicamente. Di recente, in alcune prigioni è stato addirittura vietato l’ingresso di ogni genere di materiale di lavoro.

I detenuti affrontano processi presso una corte militare, presieduta da un giudice, membro dell’esercito. Tali processi prendono luogo ricorrentemente durante la notte e sono spesso decisi sulla base di "secrete evidence" a cui ne’ i detenuti, ne’ i rispettivi avvocati hanno accesso.

Frequentemente i detenuti affrontano il processo senza alcuna rappresentanza legale.
Talvolta, infatti, gli avvocati non sono avvisati circa la data del giudizio, oppure non e’ permesso loro di parteciparvi.

Nel tentativo di porre fine alle illegali restrizioni cui sono costretti a sottostare, avvocati appartenti ad organizzazioni per la difesa dei diritti umani insieme a rappresentanti del "Palestinian Bar Association" sono attualmene impegnati nel discutere possibili strategie e forme di protesta da intraprendere.

Tra queste, vi e’ l’intenzione di boicottare le corti militari israeliane fino a che non sara’ concesso loro libero accesso ai clienti, cosi’ come previsto dal diritto internazionale.

Durante gli incontri un soldato in grado di capire l’arabo è generalmente presente nella stanza, allo scopo di prendere nota di quanto detto nel corso del colloquio. Tale comportamento avviene in chiara e palese violazione di quanto statuito dalla Corte Suprema israeliana che ha sancito l’obbligo per i soldati di rispettare una distanza di sicurezza tale per cui non possano essere in grado di ascoltare le conversazioni tra rappresentante legale e detenuto.

Restrizioni alle visite di familiari

L’attuale regolamentazione israeliana delle visite di familiari ai detenuti risale ad una legge del 21 Giugno 1996. Sulla base di quanto previsto dalla legge, soltanto i parenti di primo grado aventi un età inferiore a sedici e superiore a sessanta sono ammessi a visitare i detenuti nelle prigioni israeliane.

Fratelli, sorelle, genitori, figli/e che non rientrano nella suddetta categoria rimangono conseguentemente impossibilitati. Divieto assoluto, senza alcun tipo di deroga, è poi previsto per tutti gli altri a partire dal secondo grado di parentela.

Per quanto riuarda le prigioni all’interno di Israele, il diritto ad accedervi per le famiglie palestinesi è ulteriormente limitato dalla necessità di ottenere un permesso rilasciato dall’amministrazione dei centri di detenzione. Tali permessi sono inderogabilmente cancellati durante periodi ritenuti “politicamente difficili” o per ragioni di sicurezza.

Durante gli incontri le famiglie sono separate dai detenuti attraverso barriere di vetro. Differentemente, i detenuti israeliani non sono separati da alcun tipo di barriera durante le visite.

Il permesso di recarsi a casa, per ragioni di forza maggiore come malattie gravi o decessi dei propri cari, non e’ previsto per i detenuti palestinesi. I detenuti israeliani ne possono invece usufruire senza particolari restrizioni.

Case studies raccolti da Addameer presso la prigione di Askelan

– 110 prigionieri provenienti dalla città di Nablus, Cisgiordania, attualmente detenuti, sono stati privati di ogni tipo di visita per tre anni. L’ultima fu accordata a Febbraio 2001.

– La madre dei detenuti Belal Abu’Asbeh e Zahran Abu Asbeh è stata privata del diritto di visitare i propri figli perché non riconosciuti tali dalle autorità del centro. Belal, gravemente malato, è attualmente detenuto nel centro/ospedale di Ramle.

– Il 16 Giugno 2004, alle famiglie di 22 prigionieri della Striscia di Gaza non fu consentito di entrare nel centro dopo
un attesa di 7 ore, per la presunta assenza di soldati nell’autobus che li aveva condotti da Gaza alla prigione.

– Solo 3 dei 45 detenuti provenienti da Jenin hanno avuto il permesso di ricevere visite di familiari a Maggio 2004. Per tutti gli altri l’ultima visita risale al 2001.

Donne in detenzione

Le donne detenute nei centri israeliani sono soggette ai medesimi, umilianti e degradadanti trattamenti inferti ai detenuti maschi.

Prima dell’inizio dell’ attuale Intifada, scoppiata il 28 Settembre del 2000, non piu’ di cinque donne palestinesi erano presenti nei centri di detenzione. Da Settembre 2000 il numero e’ cresciuto esponenzialmente.

Oggi si registrano almeno sessantacinque donne detenute, di cui almeno quattro di un’eta’ compresa fra i quattordici ed i diciassette anni.

Un numero cospicuo di ordini di detenzione amministrativa e’ stato altresi registrato a carico di donne a seguito dello scoppio della presente Intifada.

Nel 2004, due donne, Tahany Ahmad Issa Altiti (23 anni) del campo profughi Al – Aroub e Intesar Al – Ajori (28 anni) del campo profughi Askar, vicino Nablus, sono ancora soggette ad ordini di detenzione amministrativa.

Le detenute sono frequentemente esposte ad umilianti trattamenti come: isolamento, denudazioni, impossibilita’ di ottenere cure mediche, proibizioni di visite da parte di familiari e di passeggiate giornaliere al di fuori delle celle.

La situazione piu’ preoccupante si registra nel centro di detenzione di Al – Ramla, dove vengono altresi’ portate tutte le minorenni tenute a scontare periodi di detenzione.

Sulla base di testimonianze rilasciate ai rappresentanti legali di Addameer, e’ stato accertato che le detenute sono spesso costrette a:

– condividere le celle con prigionieri accusati di omicidio, rapina, spaccio di droga o prostituzione;
– subire perquisizioni delle camere culminanti frequentemente in furti e maltrattamenti da parte delle guardie del centro;
– rinunciare a visite dei familiari, in quanto spesso proibite per motivi di sicurezza.

Alle detenute non e’ altresi’ permesso ricevere ed inviare lettere.

La fornitura di vestiti da parte dell’amministrazione del centro e’ fortemente insufficiente, costringendo piu’ volte le detenute a scambiare oggetti di valore, al fine di ottenere in cambio indumenti, con altri detenuti.

Minori in detenzione

Dallo scoppio dell’attuale Intifada Al-Aqsa nel settembre 2000, piu’ di duemila sono i minorenni palestinesi arrestati dalle forze israeliane. Quasi il cento per cento ha sofferto forme di tortura o maltrattamento, corporali e/o psicologiche.

Le autorita’ israeliane non usano prestare alcuna cura particolare per quanto riguarda il trattamento dei minori all’interno dei centri di detenzione. Le procedure applicate in fase di arresto, interrogatorio e detenzione sono le stesse di quelle normalmente praticate ai detenuti adulti.

Gli Ordini Militari Israeliani, n.132 e n.225, permettono di processare i minori fin dall’eta’ di 12 anni, senza prevedere specifiche regolamentazioni.

Si tratta di una grave e palese violazione del’articolo 40 (3) della Convenzione sui diritti dei Minori, adottata il 20 Novembre 1989 ed entrata in vigore il 2 Settembre 2000, ai sensi del quale e’ infatti previsto che:

Gli Stati Contraenti devono promuovere la costituzione di leggi, procedure, autorita’ e istituzioni specificamente applicabili ai minori presunti, accusati o riconosciuti come trasgressori del codice penale, in particolare:

  1. La determinazione di un’eta’ minima al di sotto della quale i minori sono considerati non in possesso della capacita’ di infrangere le leggi penali;

  2. Ogni qual volta sia possibile ed auspicabile, specifiche misure per regolare il procedimento a carico dei soggetti di minore eta’, avendo cura del rispetto dei diritti umani e delle garanzie previste dalla legge.

I maltrattamenti e le umiliazioni a cui i minori palestinesi sono sottoposti, piu’ che ad estorcere confessioni, sono rivolti a colpire il minore da un punto di vista mentale e psicologico, terrorizzandolo, scoraggiandolo cosi’ dal commettere medesime azioni in futuro.

Tale tipologia di maltrattamenti e’ utilizzata anche con un fine "esemplare", cioe’ terrorizzare altri ragazzi ed adolescenti, scoraggiandoli a lora volta dal commettere azioni similari.

Nella maggior parte dei casi, il motivo per cui i minori sono oggetto di arresto e’ rappresentato dal lancio di sassi contro jeep o carri-armati israeliani.

La maggior parte dei minori soggetti a tortura e maltrattamenti ha un’eta’ compresa tra i 10 ed i 17 anni.

Ricerche condotte da psicologi del Gaza Mental Health Project e dal Rehabilitation Centre for Victims and Torture a Ramallah, hanno dimostrato come questi maltrattamenti possano lasciare seri e, spesso, permanenti danni alla salute psico-fisica dei bambini.

Ansia, emicranie croniche, perdita parziale dell’udito, problemi intestinali, dolori muscolari, epilessia, schizzofrenia sono le conseguenze piu’ diffuse.

Le pratiche applicate ai bambini palestinesi in sede di arresto, detenzione ed incarcerazione, rappresentano delle chiare e gravissime violazioni della Convenzione sui diritti del minore.

In modo specifico risulta violato l’articolo 37, ai sensi del quale:

  1. Nessun minore puo’ essere soggetto a tortura o altro tipo di trattamento o punizione inumana, crudele ed umiliante.

  2. Nessun minore puo’ essere privato arbitrariamente o illegittimamente della sua liberta’.

  3. Ogni minore, ove privato della’ sua liberta’, deve essere trattato con umanita’ e rispetto, e nei modi piu’ appropriate, tenendo conto delle esigenze correlate alla sua eta’.

Fasi del procedimento

1) Arresto:

Puo’ avvenire a casa, per strada o presso checkpoints o blocchi stradali.

Anche per l’arresto di minori l’esercito israeliano frequentemente effettua violente irruzioni nelle case, durante le quali minaccia ed abusa sia verbalmente , alla volte, anche fisicamente dei componenti della famiglia del ricercato. I bambini arrestati durante la notte sono portati direttamente al centro di interrogazione, senza alcuna possibilita’ di dormire o solo riposare.

Molti ragazzi sono arrestati anche per strada, nel corso di dimostrazioni o semplicemente mentre camminano. In questa seconda ipotesi molto spesso i soldati procedono all’arresto sulla base di vaghi ricordi riguardanti la presunta partecipazione a forme di protesta. I minori non sono informati delle ragioni dell’arresto, ne’ tanto meno e’ accord
ata loro la facolta’ di contattare rappresentanti legali o familiari.

I ragazzi, il cui nome compare su liste di ricercati stilate dai sodati israeliani, sono spesso oggetto di arresto presso checkpoints, blocchi stradali o attraversamenti di confine. Non e’ previsto alcun modo attraverso cui il minore fermato puo’ sapere se il proprio nome effettivamente risultava su tali liste. Anche ad essi non e’ fornita alcuna spiegazione riguardo alle motivazioni dell’ arresto e, per evitarne la fuga, sono spesso bendati e ammanettati in attesa di essere trasportati al centro di interrogazione.

2) Trasferimento:

I minori arrestati sono trasportati in un Centro Amministrativo e Civile israeliano.

Durante il tragitto ricorrentemente subiscono abusi sia verbali che corporali, non e’ loro permesso sapere il luogo dove verranno portati, le ragioni alla base dell’ arresto e la possibilita’ di contattare familiari.

3) Interrogatorio:

In tema di interrogatorio, ai minori residenti in Gerusalemme Est e’ riservato un trattamento preferenziale rispetto a quello previsto per i ragazzi dei Territori Occupati.

A seguito dell’annessione israeliana di Gerusalemme avvenuta nel 1967, per i palestinesi ivi residenti e’ applicata infatti la legge interna israeliana.

Conseguentemente i ragazzi provenienti da Gerusalemme Est, alla stessa stregua dei coetanei israeliani, sono trasferiti presso il "Russian Compound" ed interrogati dalla Juvenile Police (polizia per i minorenni).

4) Processo:

A seguito dell’interrogatorio il minore e’ condotto in una delle prigioni, per il processo.

La prigione in cui il minorenne puo’ essere trasferito dipende dall’eta’, dal sesso e dal luogo dell’arresto.

Contrariaramente a quanto previsto dalla Convenzione per i Diritti dei Minori, l’Ordine Militare isreliano n. 135 equipara, in tema di detenzione, un minorenne di 16 anni proveniente dai Territori Palestinesi Occupati ad un detenuto adulto.

Si tratta di una chiara violazione di quanto statuito dal diritto internazionale e dalla stessa legge interna israeliana (in questo caso non applicabile!), secondo cui:

qualsiasi individuo al di sotto dei 18 anni di eta’ va considerato un minore e come tale necessita del trattamento all’uopo previsto.

5) Sentenza:

Il minore, come ogni adulto, e’ portato dinanzi ad una corte militare che opera sotto la giurisdizione dell’ Autorita’ Militare israeliana.

Sono 3 i tipi di punizione previsti per i minori:

1) Detenzione. Un gran numero di minori riceve una sentenza detentiva che puo’ andare dai 6 mesi fino a svariati anni. La durata della pena e’ strettamente connessa alla situazione politica esistente al momento della pronuncia.

Prima dell’Intifada il lancio di pietre da parte di minori contro veicoli israeliani era punito con un periodo di detenzione compreso tra 1 e 3 mesi; attualmente la pena prevista non e’ inferiore a 6 mesi.

2) Sospensione della sentenza. Si tratta della tipica punizione inferta a minori israeliani, in luogo dell’ imprigionamento.

E’ in pieno accordo con quanto statuito dalla Convenzione per i Diritti del Minore che prevede infatti l’attribuzione della punizione che, meglio di ogni altra, possa risultare proficua nell’interesse del minore (da rivedere).

Differentemente, i minori palestinesi nella maggor parte dei casi ricevono la sospensione della sentenza solo in aggiunta ad un previo periodo di detenzione.

3) Pena pecuniaria. Si tratta di una pena che molte volte mira a penalizzare la famiglia del minore, come una sorta di responsabilita’ indiretta per l’atto compiuto. Puo’ variare da duecentocinquanta a diverse migliaia di dollari.

Visite di familiari e rappresentanti legali

Nei periodi come quello attuale, in cui rigorosissime chiusure sono disposte per l’entrata ed uscita dai territori della West Bank e della Striscia di Gaza, visite di familiari o rappresentanti legali non sono assolutamente possibili per i minori provenienti dai Territori Palestinesi Occupati.

1) Testimonianza di Mahmoud Shousheh, 16 anni, Bethlehem ottenuta da Defense for Children International, Palestinian Section. Aprile 2002.

"I soldati mi arrestarono in tarda notte. Uno di loro, all’interno della jeep, inizio’ subito a colpirmi duramente con il manico del fucile sulle gambe, causandomi estremo dolore. Al centro d’interrogazione, fui portato da un dottore, al quale confidai di non sentirmi affatto bene. Il dottore sostenne che non sussistevano problemi di salute e quindi fui condotto nella stanza adibita all’interrogatorio.
Li’ due soldati mi chiesero se avevo tirato sassi. Io negai, e loro iniziarono a percuotermi su tutto il corpo per quasi un’ora. Quando si fermarono, pensai che l’interrogatorio fosse terminato, avevo solo 16 anni e non pensavo che potesso continuare a colpirmi. Ma loro ripresero a farlo, gettandomi addosso acqua gelata.
Dopo un’altra ora di reiterate percosse, fui rinchiuso in una piccola cella di metallo, fredda e buia. Era inverno e molto freddo, ma i soldati azionarono il condizionatore. Stavo gelando. Dopo circa quaranta minuti, ritornarono da me, chiedendo se ero pronto a confessare. Io non risposi e fui nuovamente colpito. Dopo qualche minuto, stremato, confessai. Cosi’ i soldati mi portarono in una stanza per firmare un documento e, successivamente, fui rinchiuso in una cella dove dormii fino alla mattina seguente".

2) Cofessione rilasciata da Waydi Salem Najajra, 17 anni, arrestato il 26 Aprile 2003, a Salem Najaijra, rappresentante legale di Al-Haq-Human Rights in the Service of Men.

"Il soldato adibito all’interogatorio mi disse che potevo scegliere fra due modi di confessare: il primo umano e l’altro disumano. Quando negai l’accusa posta a mio carico, mi disse che era giunto il momento di usare il secondo metodo. Inizio’ a percuotermi in volto e sulla testa. Mi prese per i capelli e comincio’ a colpirmi alla gola. A questo punto prese due fili elettrici, sfregandoli, cosi’ da creare scintille. Mi disse che li avrebbe usati su di me se non avessi confessato. Mi bendo’ e mi ammanetto’. Un altro soldato allora mi tolse la camicia ed il capitano posiziono’ i due fili elettrici sui miei capezzoli. Iniziai ad agitarmi e ad urlare. Cosi’ il soldato rimosse i due fili e mi chiese se ero pronto a confessare. Io confermai che non avevo fatto nulla. Lui allora mise di nuovo i fili sui miei capezzoli ed io cominciai di nuovo ad agitarmi e a gridare".

3) Confessione rilasciata da Ziad Ahed Mohammed Theeb, 15 anni, a Sahar Francis, rappresentante legale di Addameer, il 7 Gennaio 2004.

"L’esercito israeliano mi arresto’ in una strada del mio villaggio, Malak, alle ore 23 del 29 Dicembre 2003. Mi caricarono sulla jeep e mi portarono in un campo militare, m
a non saprei dire quale poiche’ lungo tutto il tragitto i miei occhi erano bendati. I soldati mi colpivano ripetutamente.

In sede di interrogatorio fui accusato di aver tirato pietre ad una jeep di soldati israeliani. Io negai e gli ufficiali che stavano interrogandomi iniziarono a minacciarmi che, se non avessi confessato, avrebbero abusato sessualmente di me. Ero molto impaurito. Cosi’ firmai il documento che mi fu sottoposto dai soldati pur non comprendendo cosa era scritto, visto che era in ebraico. Fui quindi condotto in una tenda e, senza ulteriori interrogatori, fui nei giorni sucessivi ritenuto colpevole dalla corte giudicante di aver tirato sassi e bottiglie molotov al’indirizzo di soldati israeliani.

Legal affidavits. Sahar Francis, rappresentante legale di Addameer. 25 Aprile 2004. Centro di detenzione Benyamin.

Case study n.1

Ahmad Mohammed Abdullah Harfoush, 15 anni, di Kharbatha Musbah, fu arrestato il 19 Febbraio 2004 ed attualmente e’ detenuto presso il centro di Benyamin.

Durante l’ interrogatorio, ammanettato e bendato, fu ripetutamente e violentemente picchiato lungo tutto il corpo, costretto a rimanere in piedi, senza potersi mai sedere. Il primo giorno l’interrogatorio duro’ circa tre ore, senza che cibo o acqua gli venisse somministrato.

Attualmente Ahmad soffre di problemi di salute e continua ad essere, sin dai giorni dell’interrogatorio, in uno stato di shock. Ma nessuna cura gli e’ stata finora accordata dall’aministrazione del centro.

Case study n.2

Rakan Tayseer Mahmoud Khalifa, 16 anni, di Bdurus, Ramallah, e’ attualmente detenuto presso il centro di detenzione Benyamin.

Rakan fu arrestato nel Marzo 2004 dall’esercito israeliano e condotto presso la stazione di polizia di Givaat Zeev. L’ interrogatorio duro’ pressapoco due ore e, durante lo svolgimento dello stesso, i soldati parlavano di abusi sessuali da compiere su Rakan nel caso in cui non avesse prontamente confessato.

A conclusione dell’ interrogatorio, i soldati lo invitarono a firmare una confessione in ebraico, rassicurandolo che si trattava di una relazione attestante la sua scarcerazione. Dopo aver firmato, Rakan realizzo’ che si trattava invece di una confessione con la quale riconosceva di essere colpevole. Fu condannato a quattro mesi di reclusione e ad una multa di circa quattrocento US$.

Rakan sta scontando la sua pena in una tenda sporca e maleodorante. Vane finora sono state le sue richieste di essere spostato in una cella insieme ad altri detenuti.

Uso di mezzi di tortura nei centri di detenzione

A seguito dello scoppio dell’ attuale Intifada, avvenuto il 28 Settembre 2000, e la successive campagna di arresti di massa effettuata dall’ esercito israeliano a partire dal Marzo 2002, l’ utilizzo di mezzi di tortura, trattamenti inumani e crudeli nei confronti dei prigionieri politici palestinesi sono riemersi, nonostante una decisione della Corte Suprema israeliana, datata 6 Settembre 1999, ne avesse rigorosamente vietato l’utilizzo.

Sulla base di testimonianze rilasciate da detenuti, famiglie e membri della Croce Rossa Internazionale ai rappresentanti legali di Addameer, forme di tortura ancora in uso nei centri di detenzione israeliani sono risultate essere:

– "Banana" Shabeh. Il detenuto e’ costretto a sedere su di un lato della sedia con i piedi tirati dietro la sedia stessa. Il soldato esercita pressione sulle gambe e sul petto, inclinando il corpo della vittima a quarantacinque gradi. Un’ altro soldato, posizionato alle spalle, afferra le mani legate del detenuto evitando che possa appoggiarle sulla sedia. La forma di tortura e’ stata praticata anche per piu’ di trenta minuti..

– "Sedia" Shabeh. Il detenuto e’ costretto a sedere su di una sedia con le mani legate dietro la schiena e le braccia tirate da un soldato lungo un tavolo dietro la sedia, con estremo dolore a mani, braccia e spalle.

– Percosse. Il detenuto e’ colpito lungo tutto il corpo, in particolare sulla testa e allo stomaco.

– Sfinimento. Il detenuto e’ obbligato a rimanere per ore, a volte giorni, in piedi, vicino ad un muro, ammanettato e bendato.

– Isolamento. Il prigioniero e’ rinchiuso in una cella di isolamento per lunghi periodi di tempo, con rischi concernenti la perdita dei sensi e disturbi all’ orologio biologico.

– Minacce. Gli ufficiali minacciano il detenuto in diversi modi, comprese minaccie di morte, torture corporali, maltrattamenti di familiari.

L’utilizzo di mezzi di tortura nei centri di detenzione israeliani rappresenta una chiara e palese violazione di quanto disposto dall’articolo 17 della Terza Convenzione di Ginevra del 1949, ai sensi del quale:

L’uso di tortura o coercizioni durante gli interrogatori e’strettamente proibito. I prigionieri di guerra sono tenuti a fornire soltanto il loro nome, grado e numero.

L’articolo 70 della stessa Convenzione statuisce che:

I prigionieri hanno il diritto di notificare inmediatamente alle famiglie e alla Croce Rossa Internazionale il loro arresto o il trasferimento in un altro centro di detenzione.

Di seguito sono riportati alcuni legal affidavits raccolti da Sahar Francis, rappresentante legale di Addameer Human Rights Association, il 25 Aprile 2004 nel centro di detenzione di Etzion ed attestanti il diffuse utilizzo di mezzi di tortura.

Case study: Mohammed Abu Rish

Mohammed Abu Rish, 19 anni, fu arrestato in casa alle 23 di Giovedi, 15 Aprile 2004 da soldati israeliani, senza alcun mandato di arresto. Mohammed fu ammanettato, bendato e condotto alla stazione di polizia dell’insediamento israeliano di Maale Adumim.

Ancora bendato ed ammanettato fu portato al secondo piano dell’edificio. Qui i soldati gli intimarono di inginocchiarsi, inarcare la schiena e sollevare le mani, legate, fino a sopra il capo, poggiato contro un muro.Ogni volta Mohammed perdeva l’equilibrio, i soldati picchiavano la sua testa contro il muro. Fu soggeto a tale trattamento per diverse ore.

Allorche’ l’interrogatorio ebbe inizio, uno dei soldati comincio’ a colpirlo, con una lattina rotta, sulla parte destra del collo, intensificando la forza dei colpi allorche’ Mohammed non rispondeva alle domande rivoltegli.

Mohammed disse ai soldati di non essere piu’ in grado di respirare. Soltanto allora i soldati gli tolsero le manette e la benda dagli occhi, minacciandolo di ripetere lo stesso trattamento se non avesse confessato.

L’interrogatorio duro’ circa tre ore, durante il quale Mohammed fu frequentemente preso a pugni e minacciato di essere colpito con la lattina rotta posta sulla scrivania dei soldati.

Nel corso dell’interrogatorio Mohammed fu costretto a firmare un
a confessione scritta in ebraico senza alcuna traduzione. Solo piu’ tardi realizzo’ che nel documento si riportava che non aveva subito alcun maltrattamento in sede di interrogatorio.

Fu quindi trasferito presso la prigione di Etzion e durante il tragitto gli fu intimato di tenere le mani alzate. Ove Mohammed provava ad abbassarle per la stanchezza, i soldati iniziavano a picchiarlo duramente lungo tutto il corpo.

Nella prigione di Etzion, Mohammed e’ rinchiuso in una cella (tre metri per tre) con altri otto detenuti.

Nella stanza ci sono solo sei materassi e cinque coperte in tutto. Per colazione l’amministrazione della prigione somministra della crema di formaggio e due pezzi di pane per tutti gli otto detenuti. A cena, una fetta di carne e’ somministrata una volta alla settimana, gli altri giorni verdure non affettate. Molto spesso il cibo e’ di qualita’ molto scadente o avariato.

I detenuti hanno il permesso di andare in bagno non piu’ di tre volte al giorno. Il bagno, non provvisto di acqua calda, e’ separato dalle due docce con delle coperte, senza alcuna porta di divisione.

Case study: Mohammed Hassan Jaberi

Mohammed Hassan Jaberi di Aida Camp e’ attualmente detenuto presso il centro di Etzion.

Mohammed fu arestato il 13 Aprile 2004 e condivide la propria cella con dieci detenuti. Ci sono dieci materassi, sporchi e maleodoranti nella cella.

Ogni prigioniero dispone di un’ unica coperta, le finestre sono molto piccole e chiuse con delle sbarre di metallo. La ventilazione e’ insufficiente.

I detenuti possono usare il bagno non piu’ di tre volte al giorno e di conseguenza sono spesso costretti ad urinare alll’interno di bottiglie di plastica.

Case study: Muhannid Abu Romi

Muhannid Abu Romi, 22 anni, di Azzariya, Gerusalemme, e’ attualmente detenuto nel centro di Etzion.

Muhannid fu convocato dall’esercito israeliano presso la stazione di polizia di Maale Addumim il 21 Aprile 2004. Fu immediatamente ammanettato e rinchiuso in una cella di isolamento.

Dopo pressapoco un’ora un ufficiale gli comunico’ che era in arresto.

Dalle 15 alle 22 della sera fu tenuto rinchiuso nella cella, circondato da rifiuti e immondizia scaricati appositamente nella cella.

Alle 22 fu tirato fuori e portato in una stanza insieme al detenuto Atallah Halbiya.

Uno dei soldati inizio’ a colpire entrambi con il manico della pistola. Muhannid fu quindi violentemente afferrato per la barba da un altro soldato e fotografato. Nel frattempo altre foto venivano scattate allorche’ un soldato gli puntava la pistola alla testa.

Le percosse ed i maltrattamenti continuarono anche dopo che Muhannid fu condotto al centro di Etzion. Mentre un’ infermiera gli misurava la pressione, medicandogli la testa e le ferite riportate, i soldati continuavano a scattare foto, schernendolo.

Conclusioni e raccomandazioni:

Il perdurare di cosi’ duri e disumani trattamenti praticati nei centri di detenzione israeliani e le deplorabili condizioni a cui i detenuti palestinesi sono costretti a sottostare in tema di arresto, interrogatorio e detenzione, rappresenta una delle piu’ vistosee e gravi violazioni di diritti umani nell’ambito del conflitto Israelo-Palestinese.

Costituiscono pertanto una delle maggiori cause di frustrazione e di rabbia all’interno della popolazione palestinese e da parte di tutti coloro che sono impegnati per il rispetto dei diritti umani.

Il ripetersi di siffatti maltrattamenti e forme di tortura non fa altro che allontanare maggiormente i due popoli coinvolti nel conflitto, rendendo conseguentemente piu’ arduo il raggiungimento di un auspicato accordo di pace.

Addameer chiede alla Comunita’ Internazionale, in particolar modo alle organizzazioni impegnate nel campo dei diritti umani ad intervenire contro i soprusi a cui giornalmente i detenuti palestinesi sono sottoposto nei centri di detenzione israeliani, senza che la alcuna attenzione sia prestata all’eta’, al sesso ed alle condizioni di salute dei prigionieri stessi.

Addameer lamenta l’assenza di qualsiasi richiamo concernente le condizioni dei detenuti palestinesi nella "Road Map" e, a tal fine, chiede al governo degli Stati Uniti, in quanto principale forza supportante il piano di pace, un urgente intervento affinche’ il governo israeliano cominci ad attuare un equo e umano trattamento verso i prigionieri palestinesi detenuti nei centri.

Addameer infine si rivolge al governo israeliano, esigerndo che sia posto immediatamente termine ai vergognosi e inumani maltrattamenti regolarmente riservati ai prigionieri palestinesi.
Tali comportamenti rappresentano chiare e gravi violazioni di numerose Convenzioni Internazionali, in particolare della Convenzione contro la Tortura ed altri Crudeli, Inumani e Degradanti Trattamenti di Punizione, di cui Israele e’ firmataria sin dal 1991.

 

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traduzione e scrittura a cura di
Fabio Forgione

ITALIANO

©2005 addameer.org

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