Dichiarazione del prof. John Dugard, Relatore Speciale sullo stato dei diritti umani nei Territori Palestinesi Occupati.

Testo originale inglese in http://www.eyeontheun.org/developments-item.asp?d=3244&id=5072,

cliccando sul primo link e in http://www.selvesandothers.org/article15254.html 

Dichiarazione del prof. John Dugard, Relatore Speciale sullo stato dei diritti umani nei Territori Palestinesi Occupati

Seconda Sessione del Consiglio per i Diritti Umani

26 settembre 2006 

1.         I militanti politici hanno diritti, e secondo la legge sui diritti umani, e secondo quella umanitaria internazionale. Oggi questa ovvia verità è rifiutata da Israele e da alcuni stati occidentali, che dovrebbero essere più saggi. Nella cosiddetta ‘guerra contro il terrorismo’, questi stati, e i loro leader, ritengono che ogni atto, per quanto brutale, sia permesso; nutrono pertanto poche simpatie per gli appelli a rispettare i diritti dei militanti politici. Queste convinzioni sono così radicate che serve a ben poco cercare di persuaderli che non riescono a comprendere la legge sui diritti umani e quella umanitaria internazionale. Questo è il motivo per cui oggi non parlerò delle azioni israeliane contro militanti e politici palestinesi. Parlerò solo, invece, delle azioni di Israele contro palestinesi comuni, non militanti, non attivisti, che cercano di istruire i figli perchè vivano meglio, e di godere una vita normale. Spero che il  descrivere le difficoltà che incontrano sia di pungolo alla coscienza di chi è abituato a non vedere e a non sentire quanto soffre il popolo palestinese.

 

2.         Sono stato Relatore Speciale sui diritti umani nel Territorio Palestinese Occupato (OPT) sin dal 2001. A questo riguardo, la situazione si è deteriorata tutti gli anni, fino ad ora; questo è intollerabile, spaventoso, tragico – chiamatelo come volete – per il palestinese comune. Per spiegare questo, lasciatemi descrivere alcune delle azioni, pratiche e leggi israeliane che questi affronta.

 

3.         A Gaza, a partire dalla cattura del caporale Gilad Shalit, il 25 giugno, gli abitanti sono stati sottoposti a continui bombardamenti ed incursioni militari, in cui sono stati uccisi 100 civili, e molte centinaia sono stati feriti. Quanto Israele sceglie di             descrivere come “danno collaterale” alla popolazione civile sono nei fatti uccisioni indiscriminate, proibite dalla legge internazionale. Poi vi sono regolarmente le bombe-suono, che terrorizzano la popolazione di notte.

 

4.         A giugno, Israele ha bombardato e distrutto l’unica centrale elettrica per uso domestico a Gaza. Più della metà del rifornimento elettrico è quindi stato tagliato; gli abitanti resteranno senza elettricità adeguata per un altro anno almeno. Questo ha un impatto non solo sul riscaldamento e la cottura dei cibi, ma anche sul rifornimento idrico: le pompe per l’acqua sono prive di energia elettrica.

 

5.         Gli ospedali sono costretti ad usare generatori per gli apparecchi di rianimazione, a causa delle interruzioni di energia. Mancano molti farmaci essenziali. I dipendenti dell’ospedale non lo possono raggiungere: dato che non si pagano i salari, non             possono permettersi il trasporto al luogo di lavoro. I pazienti non possono spostarsi             all’estero, per ottenere un trattamento migliore, perchè il passaggio di Rafah è chiuso.

 

6.         Le case sono state distrutte dai carri armati e dai bulldozer. Analogamente, sono stati arrecati danni alle scuole. Sono stati sradicati alberi di limoni e di olivo; terreni agricoli sono stati spianati dai bulldozer.

 

7.         Tre quarti della popolazione non riescono a nutrirsi e dipendono da aiuti alimentari. I prezzi del cibo sono inflazionati. Il pesce non è più disponibile, perchè il blocco navale israeliano proibisce la pesca; il cibo deperibile marcisce, per la mancanza di elettricità.

 

8.         Sia il passaggio di Rafah, per le persone, sia quello di Karni, per i beni, sono continuamente chiusi; non per motivi di sicurezza, ma per far pressione sui palestinesi in modo che sia liberato il caporale Shalit. Gaza è una prigione, di cui Israele sembra aver gettato la chiave.

 

9.         In Cisgiordania vi è il Muro, che Israele non giustifica più come una misura di sicurezza; ha riconosciuto apertamente, invece, che serve ad annettere colonie e la terra delle medesime. Questo ha un grave impatto umanitario. I palestinesi che vivono fra il Muro e la Linea Verde, nella cosiddetta ‘zona chiusa’, non hanno libero accesso a scuole, ospedali, luoghi di lavoro in Cisgiordania. Quelli che vi vivono accanto, in Cisgiordania, non possono accedere ai loro poderi nella zona chiusa senza un permesso; questi sono frequentemente rifiutati, per motivi speciosi, dai burocrati israeliani, che hanno deciso di umiliare i contadini palestinesi. Nella disperazione, molti di questi hanno abbandonato i loro campi; vi è ora, pertanto, una nuova categoria di profughi interni. In altri Paesi, questo potrebbe essere descritto come pulizia etnica; il ‘politically correct’ impedisce di usare questi termini, per quanto riguarda Israele.

 

10.       In tutta la Cisgiordania ci sono posti di blocco e blocchi stradali – ora più di 500 -, che la frammentano in bantustan. Le città sono isolate l’una dall’altra. All’interno della Cisgiordania, non si possono trasportare liberamente merci. E le persone con il permesso di attraversare i posti di blocco sono sottoposte a molestie ed umiliazioni dai soldati dell’IDF, che paiono considerare tutti i palestinesi come terroristi. Nella maggior parte dei casi, i posti di blocco non hanno alcun fine di sicurezza; hanno lo scopo, piuttosto, di rendere i palestinesi continuamente consapevoli del potere israeliano.

 

11.       La demolizione di case continua per vari motivi: il mancato ottenimento di un permesso edilizio, operazioni di polizia, la vicinanza del Muro. Il bulldozer Caterpillar è diventato un simbolo dell’occupazione.

 

12.       Parti diverse dei Territori Occupati vanno incontro a problemi diversi.

 

13.       A Gerusalemme, il Muro divide la comunità palestinese: alcuni sono relegati in Cisgiordania, mentre altri mantengono il privilegio di essere residenti a Gerusalemme Est. Attraversare il Muro è diventato un incubo; famiglie sono state divise.

 

14.       La parte sud di Hebron, sede della violenza dei coloni, ora ha un problema nuovo. Si sta costruendo un Muro basso fra le case palestinesi e le terre per il pascolo e l’agricoltura – con lo scopo, al solito, di facilitare gli spostamenti dei coloni.

 

15.       La Valle del Giordano sta per essere annessa, di fatto ma non di nome. Chi non vi risiede non può più entrare nell’area senza un permesso. I posti di blocco isolano la Valle, e le colonie si espandono.

 

16.       Prevale una grave crisi umanitaria in Cisgiordania, anche se non è così estrema come nel caso di Gaza. Il 40 per cento circa è sotto la linea di povertà e dipende dall’aiuto alimentare. La disoccupazione corrisponde al 40% circa; i dipendenti pubblici, che ammontano al 23% della popolazione palestinese, sono occupati, ma senza paga.

 

17.       In larga misura, la crisi umanitaria consegue all’aver posto fine al finanziamento dell’Autorità Palestinese, da quando è stato eletto in carica Hamas. Israele trattiene illegalmente l’IVA e gli introiti doganali, ciò che ammonta a 50-60 milioni di dollari al mese, mentre gli USA, il Canada e l’Unione Europea hanno sospeso il finanziamento dei progetti connessi all’Autorità Palestinese. Il Meccanismo Internazionale Temoraneo della UE, progettato allo scopo di soccorrere il settore sanitario e di fornire un’indennità di base alla parte più misera della comunità, ha dato qualche sollievo, ma è inadeguato a sostenere il grosso della popolazione.  I Territori Occupati dipendono pesantemente, sin dal 1994, dai finanziamenti esteri; interromperli ha avuto un grave impatto sulla società palestinese.  

 

18.       In effetti, il popolo palestinese è stato sottoposto a sanzioni economiche; è la prima volta che un popolo sotto occupazione è trattato così. Israele, che viola la legge internazionale, come esposta e dal Consiglio di Sicurezza, e dalla Corte Internazionale di Giustizia, non è punita. Ma il popolo palestinese è punito per aver eletto democraticamente un regime inaccettabile ad Israele, agli USA e alla UE.

 

19.            L’attacco contro Gaza, con le concomitanti uccisioni e ferimenti, la costruzione del Muro, il sistema dei posti di blocco, il distruggere case e di campi, la crisi umanitaria imposta, che da tutto questo deriva, non possono essere giustificati legalmente. Come misure di sicurezza sono gravemente sproporzionate ed indiscriminate. Costituiscono una punizione collettiva, non di un governo ma di un popolo – in chiara violazione dell’Articolo 33 della Quarta Convenzione di Ginevra.

 

20.       Israele è gravemente responsabile della situazione che ho descritto. Le sue azioni, le sue pratiche e le sue leggi trattano i palestinesi con durezza. Ma altri stati ed istituzioni hanno la loro parte di responsabilità. Gli Stati Uniti, il Canada e la UE hanno contribuito in modo sostanziale alla crisi umanitaria ritirando i finanziamenti, non solo all’Autorità Palestinese, ma anche al popolo di Palestina.

 

21.       È triste che le Nazioni Unite, che fanno parte del Quartetto, abbiano tacitamente approvato questo atto; si sono rese nei fatti corresponsabili delle sanzioni economiche imposte contro il popolo palestinese. Tutti gli stati che appartengono a questo Consiglio fanno parte delle Nazioni Unite, e sono quindi almeno in parte responsabili della situazione attuale.

 

22.            Lasciatemi concludere dicendo, come ho fatto negli ultimi cinque anni, che le azioni di Israele, e ora di altri stati, contro il popolo di Palestina, mettono in dubbio l’impegno della comunità internazionale per i diritti umani. Se gli stati e le istituzioni  di cui è costituita la comunità internazionale non possono riconoscere quanto avviene negli OPT, e non intraprendono una qualche azione, non devono essere sorpresi se i popoli del pianeta non credono che si impegnino seriamente per promuovere i diritti umani e per proteggere un popolo in pericolo.

 

 

(traduzione di Paola Canarutto)

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