I palestinesi commemorano il 64° anniversario del massacro di “Kafr Qasem”

Quds Press. Giovedì 29 ottobre, i palestinesi hanno celebrato il 64° anniversario del massacro avvenuto nella città di “Kafr Qasim”, nell’area del Triangolo meridionale (parte della Palestina centrale, occupata nel ‘48), in cui vennero uccisi 49 cittadini palestinesi.

La commemorazione, i cui eventi sono stati limitati a causa delle restrizioni sanitarie dovute alla pandemia di Coronavirus, è stata celebrata pubblicamente con la partecipazione delle famiglie delle vittime, di molti leader arabi, dei rappresentanti della Lista comune araba e del Comitato supremo di controllo per gli affari pubblici arabi. All’evento hanno presenziato anche le forze nazionali e quelle islamiche.

I partecipanti alla marcia, partita dalla piazza della Moschea Abu Bakr, e diretta al monumento dedicato ai martiri, hanno innalzato le bandiere palestinesi accanto alle bandiere nere, esprimendo così il proprio dolore per il ricordo del massacro.

Sono stati inoltre sventolati degli striscioni con slogan che condannano la politica del governo israeliano, e altri che chiedono allo stesso di riconoscere il massacro e di assumersene la responsabilità

Il capo del Comitato supremo di controllo per gli affari arabi, Muhammad Barakeh, di 48 anni, ha affermato in un discorso che “Kafr Qasim rimarrà nella storia e le generazioni future conserveranno questa eredità di lotta lasciatogli dalla generazione precedente”.

Barakeh ha sottolineato che “il massacro di Kafr Qasim ha avuto uno scopo ben preciso, quello di colpirci e deportarci. Oggi il target continua ad essere lo stesso, e lo vediamo nelle violenze che ci colpiscono ogni giorno, non sappiamo come andrà a finire”.

Per quanto riguarda l’attacco francese all’Islam, Barakeh ha sottolineato che “il feroce attacco al Profeta Muhammad, che le preghiere di Dio e la pace siano su di lui, non scoraggerà la nazione dal suo cammino, dall’amore e dalla devozione al suo profeta, e Macron rimarrà nella sua ignoranza”.

Sulla normalizzazione dei rapporti con Israele di alcuni paesi arabi, Barakeh ha affermato che “la pace inizia da qui, in Palestina, e con la questione palestinese, altrimenti si parla di una pace presunta, una pace vuota, una finta pace e non la vera pace delle anime”.

La commemorazione del 64° anniversario del massacro arriva in un momento di costante escalation delle politiche razziste israeliane contro i palestinesi, che “rappresentano una minaccia alla sicurezza, demografica e strategica, per Israele”, secondo quanto afferma l’occupazione israeliana.

Gli eventi della strage.

Il 29 ottobre 1956, l’occupazione israeliana commise un orribile massacro a sangue freddo nel villaggio di Kafr Qasim, occupato già dal 1948, uccidendo 49 cittadini palestinesi con il pretesto di aver violato il coprifuoco.

All’epoca, l’occupazione distribuì le sue forze nei villaggi palestinesi del Triangolo (tra cui Kafr Qasim, Kafr Bara, Al-Tira, Jaljulia, Al-Taybeh e Qalansawa), e fu guidata dal maggiore Shmuel Melinki, che riceveva ordini direttamente dal comandante del battaglione dell’esercito al confine, il tenente colonnello Issachar.

Un gruppo di soldati si diresse verso la città di Kafr Qasim e fu diviso in quattro gruppi. Uno di loro rimase all’ingresso ovest della città e il loro comandante chiese all’ufficiale Yehuda Zschensky di informare il “mukhtar” della città, Wadih Ahmed Sarsour, della decisione presa sul coprifuoco e di informare i residenti.

Sarsour informò l’ufficiale Zschensky della presenza di 400 persone al lavoro al di fuori del villaggio, le quali non avevano ancora fatto ritorno verso casa. L’ufficiale gli promise che sarebbero entrati nel villaggio senza alcun problema e che nessuno avrebbe fatto loro del male.

Ma non andò così. Quella sera fu l’inizio della tragica storia di Kafr Qasim, e del popolo palestinese in generale. Alle 17 in punto, il rumore dei proiettili si propagò con un forte boato all’interno del villaggio, gettando nel panico i residenti. I soldati dell’occupazione avevano sparato su di un gruppo di persone che tornavano dal lavoro nei campi, fuori dalla città. Uccisero 49 persone, e ne ferirono gravemente a decine, con il solo pretesto di aver violare il coprifuoco di cui ancora, le vittime, non erano a conoscenza.

Tra i martiri del massacro di Kafr Qassem ci furono uomini anziani, ventitré bambini di età compresa tra gli 8 e 17 anni e tredici donne. La popolazione di Kafr Qasim a quel tempo non superava i 2000 abitanti. Solo all’ingresso ovest della città, 43 persone sono state uccise.

Il massacro porta i nomi di un certo numero di soldati israeliani, tra cui l’ufficiale Issachar Shedami, che convocò Shmuel Melinki, lo informò della decisione e gli assegnò il compito di sorvegliare i confini e di imporre il coprifuoco nei villaggi, tra cui a Kafr Qasim, e quindi di fatto diede le istruzioni per commettere il massacro.

Nascondere il crimine.

Il governo israeliano, guidato da David Ben-Gurion, cercò inizialmente di nascondere la verità sul massacro di Kafr Qasem, dato che la prima notizia a riguardo fu pubblicata sui giornali soltanto una settimana dopo l’accaduto. Il 6 novembre 1956 il governo ne occultò i particolari e impedì poi l’accesso ai dati all’opinione pubblica, fino al 17 dicembre 1956.

Tuttavia, due rappresentanti del Knesset, il parlamento israeliano, di nome Tawfiq Toby e Mayer Fellner, scoprirono le circostanze dell’incidente dopo essere entrati nella città di Kafr Qasim per indagare sui fatti, chiedendo direttamente ai testimoni e ai feriti. Prepararono le documentazioni da presentare al Knesset e inviarono i documenti relativi all’incidente ai media, alle ambasciate straniere e a tutti i membri del Parlamento.

I loro sforzi costrinsero il governo a formare un comitato per l’accertamento dei fatti e ad avviare un’indagine che portò al processo di coloro che Tel Aviv considerava direttamente responsabili del massacro. A loro carico si svolse un processo finto, in cui l’ufficiale, Shmuel Melinki, fu condannato a 17 anni di reclusione, Gabriel Dahan e Shalom Ofer a 15 anni di reclusione, e gli altri soldati a 8 anni.

Il comandante della guardia di frontiera, il colonnello Shadami, colui che diede l’ordine di uccidere, fu assolto e non pagò un solo centesimo per ciò che aveva commesso. In un’intervista al quotidiano israeliano Haaretz, affermò di essersi attenuto ad “ordini superiori” quando impose ai suoi soldati di uccidere i civili, dicendo: “Prendeteli”.

Dopo il ricorso in appello, le condanne furono riesaminate e diminuite a 14 anni per Melinke, 10 anni per Dahan e a 9 anni per Ofer. Successivamente, gli anni di pena furono nuovamente diminuiti, in via definitiva, in seguito all’intervento del capo dello Stato che ridusse a soli cinque anni per Melinki, Ofer e Dahan. L’ultimo di loro venne rilasciato all’inizio del 1960.

I ricercatori di Storia palestinese affermano che il massacro di Kafr Qasim fu compiuto come parte di un piano volto a deportare i palestinesi dal “triangolo di confine” (luogo di confine tra Palestina del 1948 e la Cisgiordania che allora faceva parte della Giordania) in cui si trova Kafr Qasim, intimidendo i suoi residenti come con il massacro di Deir Yassin ed altre stragi.

Traduzione per InfoPal di Sara Origgio