‘Il conflitto israelo-palestinese 1993-2010, vincitori e vinti senza pace’

Di Elisa Gennaro

In occasione della presentazione del libro “Il conflitto israelo-palestinese 1993-2010, vincitori e vinti senza pace”, lunedì 28 febbraio l’Università di Roma, “La Sapienza”, ha ospitato una conferenza per dibattere l’attualità politica su Israele e Palestina alla luce degli interventi internazionali.

L’incontro, organizzato in collaborazione con l’Associazione “Sguardo sul Medio Oriente”, ha voluto anche fornire uno spazio di analisi delle prospettive politiche inter-palestinesi ed essere un foro utile per tracciare le opzioni politiche nel futuro Stato di Palestina.

E’ ancora Oslo la parola d’ordine che sembra emergere dal dibattito: i relatori si sono chiesti i tanti perché del suo fallimento e hanno esposto al pubblico – ognuno sulla base della propria esperienza specialistica – eventuali collegamenti tra quegli accordi e gli episodi ai quali assistiamo oggi sulla scena politica interna e internazionale.

Ha aperto l’incontro, e l’ha moderato, l’autrice del libro, Laurea Guazzone, che ha puntualizzato come l’esigenza di affrontare il conflitto israelo-palestinese oggi coincida con una risposta naturale alle istanze degli studenti, alle loro domande sulla contemporaneità del conflitto, inscindibile dai fatti storici che hanno scatenato l’ultra-decennale occupazione israeliana, in risposta alla quale, numerose furono le opzioni adottate dalla resistenza palestinese.

A seguire, un interessante Giorgio Frankel del Centro Studi Einaudi di Torino, l’unico tra i relatori a fornire chiavi di lettura più esaustive, alla luce, cioè, degli assetti regionali e internazionali. L’esperto è infatti intervenuto sulla “potenza turca” intravedendo un possibile isolamento regionale di Israele, “il quale – rassicura Frankel –  non ha nulla da temere dallo ‘spettro nucleare iraniano’, in quanto si tratta di un’ipotesi insussistente, di un prodotto della propaganda politica e mediatica”.

“Israele, società investita da un declino morale, e non solo – secondo Frankel – potrebbe avere l’intenzione di impiantare nei Territori palestinesi occupati una società d’Apartheid, del tutto simile al precedente sudafricano. Per questo è impegnato in un rapido processo di colonizzazione”.

Secondo lui, infatti, le prospettive che si presenterebbero nel futuro prossimo dello Stato d’Israele chiamano in causa la totale e definitiva colonizzazione della Cisgiordania, con una contestuale presenza militare nella Striscia di Gaza. Un’altra opzione – che non esclude la prima – vedrebbe la continuazione della politica attuale, tradotta in un’erosione ad oltranza di terra e diritti.

Giorgio Gomel, del gruppo “Martin Buber – Ebrei per la pace”, ha esordito ponendo premesse chiare: “Qualunque sia il livello del dibattito, dobbiamo assumerci l’impegno a fornire un’opportunità di dialogo sia a israeliani sia a palestinesi”. E ha ribadito l’imperativo dei ruoli statunitense ed europeo, in quanto “è indiscutibile il significato di società di diritto che rispettivamente portano con sé”.

Nel corso del suo intervento, il linguaggio di Gomel ha assunto connotati sempre più aderenti a stereotipi che, nella norma, accompagnano la sorte del dibattito su Israele e Palestina, spesso segnandolo.

E così Gomel ha presentato una lista di concetti, eventi storici e personaggi senza tuttavia offrire mai una chiave di lettura o tracciare un filo conduttore: Oslo, il terrorismo di Hamas, governo Rabin, l’assassinio di un fanatico, la successiva emersione del governo Netanyahu.

La terra di Palestina per Gomel è una terra “contesa” e tutta “questa storia va affrontata nella sua complessità”, quasi reiterando l’approccio tanto contestato dei negoziatori israeliani e palestinesi, questi ultimi in particolare oggi imputati della responsabilità di aver tentato una svendita finale dei diritti nazionali palestinesi nell’ambito del processo di pace.

La forma di uno Stato palestinese o le possibilità “statali” di convivenza tra israeliani e palestinesi sono stati affrontate anche da Gomel, quando ha affermato di non credere in uno Stato di Palestina bi-nazionale, dove ebrei, musulmani e cristiani possano vivere insieme: in tale esperimento, egli intravede una minoranza ebraica che personalmente rifiuta.

“Gli ebrei non sono minoranza, sono ritornati a fondare il proprio Stato su quella terra”, ha specificato.

Pur esordendo con l’uso di termini quali “società di diritto”, il rappresentante del gruppo “Martin Buber” ha utilizzato un dubbio linguaggio che esprimeva l’idea di “conquista” e di confronto: “terra contesa”, infatti, esprime il concetto di “guerra tra due eserciti”, e non tra uno degli eserciti più forti del mondo e un popolo oppresso e sotto occupazione.

La sua esclusione di una soluzione bi-nazionale, la sua idea di una dipendenza socio-economica in un rapporto di estrema disparità tra le parti, inoltre, hanno rafforzato i dubbi dei presenti quando ha concluso: “Uno Stato palestinese è qualcosa di anacronistico”.

Ha suscitato interesse il suo punto di vista, quando ha affermato che il “mantenimento della terra e la conservazione della democrazia costituiscono le proprietà di Israele, e non riuscire a difenderle significherebbe vivere nella costante impossibilità di raggiungere la pace”.

E’ forse l’affermazione di un’implicita supremazia di Israele quella di Gomel, che in questo ci riporta alla mente anche la costante della “sicurezza”, propria dell’approccio che ha caratterizzato i vari governi nella storia di Israele?

A seguire, una giovane ricercatrice dell’Istituto di Affari Internazionali, Nathalie Tocci, ha presentato al pubblico una panoramica del ruolo europeo nel conflitto e delle relazioni che attualmente intercorrono con l’Autorità nazionale palestinese (Anp) di Salam Fayyad e la comunità internazionale.

Tocci ha introdotto la fitta catena di eventi che hanno investito Israele e Palestina nelle ultime settimane: il termine entro il quale svolgere le elezioni, le ennesime promesse datate di uno Stato palestinese, e ha poi espresso pronostici su quello che da tali accordi potrebbe risultare e quanto può già escludersi.

“Se è verosimile che un riconoscimento internazionale dello Stato palestinese ci sarà entro settembre 2011, sullo slancio del fronte sudamericano, è altrettanto plausibile che questo non avverrà. Usa e Ue sono stati chiari nello stabilire che uno Stato palestinese dichiarato unilateralmente non avrà validità”.

A rinforzare un pessimismo di fondo dei relatori che tentano di portare alla luce le connessioni dei fatti sul campo, Tocci ha ricordato anche lo scandalo di “The Palestinian Papers”: un’altra prova che un processo di pace per la Palestina non c’è stato e non c’è oggi. Là, come nell’idea di processo di pace, si è sempre e solo discusso di un’entità “inferma” nel proprio funzionamento e caratterizzata da divieti, restrizioni e limiti. Dunque, nessuna sovranità per il dibattuto Stato palestinese.

Prima di concludere, Tocci ha esposto le tendenze della società e del governo di Israele: “la Sinistra israeliana è al minimo storico, e il dibattito socio-politico resta esclusiva prerogativa della destra”.

Una prima opzione per Tocci è rappresentata dall’idea di separazione, non basata sul carattere democratico bensì su quello ebraico, dal quale la natura statale si traccia da sé: “Israele, Stato d’Apartheid e realizzazione del transfer”. Una seconda strada è quella della Grande Israele, realtà che potrebbe erroneamente portare qualcuno a pensare ad uno Stato bi-nazionale, ma che invece altro non è che uno Stato unico, quello israeliano, nel quale potranno essere concessi ai palestinesi permessi di residenza, ma in aree esterne allo Stato unico di Israele.

In conclusione, Tocci ha confidato di non credere che i ruoli di Usa e Europa nella regione mediorientale (ma anche nel Nord Africa) subiranno un arresto a seguito degli eventi regionali, ma ha riconosciuto un decisivo ruolo di “policy-maker” alla futura leadership egiziana, e questo non tanto nei rapporti con Israele, quanto in quelli con Hamas e nelle politiche verso la Striscia di Gaza. Al centro di questo scenario Tocci ha posto la corsa di Salam Fayyad per la formazione di un governo di unità proprio con Hamas.

Gli ultimi 40 minuti sono dedicati ai commenti e alle domande del pubblico che nel corso dell’incontro ha tentato di intervenire interrompendo i relatori, impaziente di fare correzioni su aspetti tutt’altro che secondari.

Tutti infatti sembrano manifestare insoddisfazione e delusione per un dibattito pubblico caratterizzato da vari tentavi di delegittimazione dei diritti palestinesi: “A Oslo ci fu un riconoscimento di parità di diritti”, “ambiguità sul numero dei rifugiati ai quali si sarebbe permesso il ritorno in Palestina nei negoziati”, e ancora, una “resistenza palestinese sminuita a mere azioni di terrorismo”.

Il primo ad intervenire è il portavoce della comunità palestinese di Roma e del Lazio che ha manifestato la propria contrarietà al linguaggio che ha dominato le tesi dei relatori, lanciando una sfida: “Costruire la pace, ma astenersi dalla menzogna”.

Un altro palestinese ha confidato: “Io voglio che Israele esista, perché io voglio esistere, ma non in Israele: come palestinese in uno Stato israelo-palestinese”, e ha lanciato un invito alla società israeliana: “Combattere insieme l’idea militarista che ha caratterizzato Israele. Se si combatterà contro l’esercito d’occupazione israeliano, io sarò pronto a combattere l’illegalità della mia rappresentanza politica”.

Come rappresentante dell’International Solidarity Movmement (Ism) – Italia, Alfdredo Trarardi ha ricordato che in Israele, governo, stampa e opinione pubblica adottano oggi pericolosi linguaggi di provocazione; e si è detto certo che “essendo uno Stato colonizzatore, come tutti i suoi predecessori, anche Israele dovrà, prima o poi, intraprendere un processo di decolonizzazione, e noi, così come hanno scritto alcuni palestinesi, poniamo al centro di detto processo il ritorno dei profughi palestinesi”. Concludendo, Tradardi ha fatto cenno alla prossima pubblicazione del Rapporto Goldstone in lingua italiana, e ha auspicato che, “nel rispetto di quell’indagine sui crimini di guerra compiuti contro Gaza tra il 2008 e il 2009, i responsabili rispondano davanti ad un tribunale internazionale”.

Tutti gli interventi del pubblico si sono ritrovati d’accordo nell’ammettere che nessun processo di pace, che conduca ad uno Stato palestinese indipendente e pienamente sovrano, è credibile oggi, e che, mentre la diplomazia incalza in vani tentativi di ammorbidire i toni del confronto tra le parti, la terra per quello Stato palestinese di diritto continua ad essere usurpata e violata, tutt’altro che contesa, con rapidità e investimenti senza precedenti.

 

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