L’impatto delle sanzioni internazionali e dello sciopero degli insegnanti sui giovani dei Territori Palestinesi Occupati.

L’impatto delle sanzioni internazionali e dello sciopero degli insegnanti sui giovani dei Territori Palestinesi Occupati

 

 

Dopo che gli studenti palestinesi sono finalmente tornati a scuola all’inizio di novembre, le agenzie internazionali, i donatori e i giornalisti si sono sentiti sollevati per il fatto che almeno una delle crisi nei Territori Palestinesi Occupati si fosse conclusa. Si sono così rivolti in fretta ad altre questioni più urgenti, quali gli attacchi israeliani a Gaza, i negoziati tra Hamas e Fatah e, recentemente, la relazione Baker-Hamilton e la possibilità di persuadere l’amministrazione Bush a impegnarsi nuovamente nel conflitto israelo-palestinese. Sembrano però aver dimenticato che il boicottaggio internazionale nei confronti dell’Autorità Palestinese continua; che gli insegnanti palestinesi non sono stati ancora pagati e possono decidere di riprendere lo sciopero in qualunque momento; che nessuna delle questioni basilari è stata risolta e che l’istruzione dei ragazzi palestinesi è tuttora a rischio. Nella loro preoccupazione per i problemi di stretta attualità e per i livelli alti della politica, la maggior parte degli opinionisti non ha preso in seria considerazione gli effetti duraturi, a livello sia pedagogico sia emozionale, provocati dalla chiusura delle scuole sui giovani palestinesi.

 

 

Due mesi senza scuola

 

L’anno scolastico nei Territori Palestinesi Occupati avrebbe dovuto cominciare il primo settembre, ma gli insegnanti dipendenti dall’Autorità Palestinese (AP), che come tutti gli altri dipendenti pubblici non avevano ricevuto i loro stipendi da marzo 2006, hanno deciso di scioperare. La maggior parte degli altri impiegati dell’AP aveva già scioperato per diversi mesi, mentre gli insegnanti hanno continuato a lavorare durante tutto il mese di giugno, in modo che gli studenti potessero sotenere gli esami. La loro decisione di entrare in sciopero è stata presentata come una dichiarazione politica contro il governo Hamas, ma per molti docenti con cui ho parlato a Beit Ummar, un paese nel distretto di Hebron, la scelta era stata principalmente dettata da necessità economiche piuttosto che politiche: semplicemente, non avevano i soldi necessari per raggiungere la scuola e tornare a casa ogni giorno, poiché molti di loro insegnano nei villaggi vicini. Come quasi tutte le altre persone nei Territori Palestinesi Occupati, quegli insegnanti erano già indebitati e si sforzavano in ogni modo di procurare il cibo per i figli. I palestinesi assegnano un alto valore all’istruzione e i docenti da me incontrati apparivano molto turbati per questa situazione, ma avevano le idee chiare rispetto alle sue cause: le sanzioni internazionali contro il governo democraticamente eletto di Hamas – attuate per ordine di Stati Uniti e Gran Bretagna – e il rifiuto di Israele di consegnare i fondi tributari che deve all’Autorità Palestinese.

Le settimane passavano, i ragazzi stavano a casa, i negoziati per un “governo di unità nazionale” sponsorizzato dall’Occidente si trascinavano e nulla cambiava. Nel frattempo, circa 66.000 studenti abbastanza fortunati da permettersi di andare nelle scuole private (soprattutto a Gerusalemme, a Betlemme e a Ramallah), oltre ai 250.000 ragazzi che frequentano quelle sovraffollate gestite dall’UNRWA[1] (principalmente, ma non solo, nei campi profughi), continuavano a studiare come sempre, perché i loro insegnanti non erano affetti dalle sanzioni internazionali. Quegli studenti seguono lo stesso curriculum degli oltre 750.000 ragazzi che frequentano le scuole pubbliche nella Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, sicché sussisteva la ragionevole preoccupazione che avrebbero avuto un enorme vantaggio negli esami di fine anno, specialmente nei tawjihi, gli esami di ammissione senza i quali gli studenti palestinesi non possono accedere all’università o ai corsi professionali. Invece di fare pressioni su Stati Uniti e Gran Bretagna affinché ponessero fine alle sanzioni contro Hamas per risolvere la crisi, il governo della Giordania ha minacciato di non riconoscere i risultati dei tawjihi di quest’anno, una decisione che avrebbe di fatto impedito ai palestinesi che avevano terminato le scuole superiori di studiare nelle università giordane.

In seguito ai negoziati tra l’Autorità Palestinese e il sindacato degli insegnanti, questi ultimi hanno accettato di sospendere temporaneamente lo sciopero, a patto di ricevere almeno una parte dello stipendio ogni mese, così le scuole pubbliche hanno finalmente riaperto in tutti i Territori Palestinesi Occupati all’inizio di novembre. In molti casi, gli orari delle lezioni sono stati modificati: i docenti che devono affrontare distanze più lunghe per raggiungere le scuole lavoreranno solo tre o quattro giorni alla settimana per ridurre i costi di viaggio. In altre scuole le lezioni si svolgeranno sia al mattino sia al pomeriggio per far fronte al sovraffollamento: una classe è composta in media di 40 studenti. Non ci sono segnali che le sanzioni internazionali possano finire presto, permettendo al governo di rispettare la promessa di pagare almeno parte degli stipendi, perciò è probabile che gli insegnanti riprendano lo sciopero e che altri ne seguano nei prossimi mesi.

Gli effetti del ritardo nell’inizio dell’anno scolastico e dell’incertezza sulla possibilità che le scuole rimangano aperte aperte vanno oltre il danno per l’istruzione degli studenti e le lezioni perse. I giovani recano le cicatrici fisiche e psicologiche delle invasioni quotidiane dell’esercito israeliano in tutti i Territori Palestinesi Occupati, nonché della violenza domestica e dei litigi familiari, che sono sempre più frequenti a causa delle condizioni economiche disperate. Per molte ragazze e ragazzi, la scuola è l’unica fonte di stabilità nelle loro vite e anche la sola – seppur breve – evasione dai soprusi dell’occupazione e dal’opprimente atmosfera domestica. Le lezioni si possono recuperare, ma non c’è modo di quantificare il danno emotivo arrecato ai giovani dalla chiusura per due mesi delle scuole a causa delle sanzioni imposte da Stati Uniti, Gran Bretagna e Israele. Il boicottaggio costituisce senza dubbio una punizione collettiva nei confronti dei cittadini palestinesi più vulnerabili, i quali non hanno nulla a che vedere con la politica, le elezioni, i partiti o i negoziati. Certo, i palestinesi sono abituati alle punizioni collettive inflitte da parte del governo o dell’esercito israeliani. Ma questa volta la punizione è stata progettata e imposta dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna, che hanno considerato l’istruzione di 750.000 studenti come un pegno per strappare concessioni a un governo democraticamente eletto.

 

 

Deborah Hyams

Alternative Information Centre (AIC)

 

 

(traduzione di Davide Romano)

 


[1] United Nations Relief and Works Agency, l’agenzia ONU per l’assistenza e l’occupazione dei profughi (NdT).

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