‘La malnutrizione di Gaza: la responsabilità ricade su Israele’. Da The Indipendent.

La malnutrizione cronica di Gaza: la responsabilità ricade su Israele

Da The Indipendent

http://www.independent.co.uk/

Donald Macintyre ci rivela i contenuti di un esplosivo rapporto rilasciato dalla Croce Rossa, su una tragedia umanitaria.

15 novembre 2008

In base al rapporto, il blocco israeliano su Gaza ha provocato un crescente aumento della malnutrizione cronica su 1,5 milione di palestinesi che risiedono nella Striscia di Gaza.

Si riporta il “devastante” effetto dell’assedio imposto da Israele da quando, nel giugno 2007, Hamas prese il controllo della Striscia di Gaza e se ne descrivono gli effetti; come il drammatico peggioramento negli standard di vita abbia prodotto mutamenti nel regime alimentare che a loro volta produrranno un danno alla salute dei gazesi con allarmanti deficienze di ferro, vitamina A e vitamina D.

Il rapporto di 46 pagine del Comitato della Croce Rossa Internazionale – visto da The Independent – resta il più esaustivo riguardo all’impatto del blocco imposto da Israele su beni commerciali e sul regime alimentare delle famiglie di Gaza.

In base al rapporto, le pesanti restrizioni sui maggiori settori dell’economia di Gaza, ha comportato un aumento del costo della vita di almeno il 40%, portando ad “un crescente deterioramento della sicurezza alimentare sul 70% della popolazione di Gaza”. Questo fa sì che la gente tagli le spese domestiche fino a raggiungere la soglia di “sopravvivenza”.

“La malnutrizione cronica è un trend fortemente in aumento e le deficienze nella nutrizione sono molto gravi”.

Secondo il rapporto, dallo scorso anno, si è registrata una tendenza a “diminuire la produzione” di cereali, zucchero e olio, oltre agli alti costi dei prodotti per animali, frutta fresca e verdura. Un simile cambiamento “aumenta il rischio di deficienze da malnutrizione che a sua volta influenzerà nel lungo termine salute e benessere”.

Di frequente Israele ha sostenuto che non permetterà una crisi umanitaria a Gaza mentre, il rapporto afferma che i gruppi intervistati (presi in indagine dal rapporto) hanno avuto “accesso ai propri bisogni nutrizionali annuali”. Lo stesso rapporto però, mette in guardia i governi, tra cui Israele, poiché “insicurezza alimentare e malnutrizione, comprese deficienze nutritive” si registrano proprio in assenza di “scorte di cibo”.

Secondo una definizione della FAO, risalente al 2001, si parla di “sicurezza alimentare” quando “un’intera popolazione dispone, in modo continuativo, dell’accesso fisico e socio-economico di un’alimentazione sana da riuscire a soddisfare i propri bisogni nutrizionali e quando si trovi in condizione di poter scegliere gli alimenti per una vita attiva e salubre” (Regime alimentare vario)”.

Il rapporto della Croce Rossa sostiene che “l’embargo ha avuto un effetto devastante su una larga fetta della popolazione costretta a modificare la composizione dei propri pasti giornalieri”. Attualmente la popolazione di Gaza ricava l’80% delle proprie calorie dai cereali, zucchero e olio. “L’attuale razione di cibo può considerarsi insufficiente da una prospettiva nutrizionale”. Il rapporto presenta l’immagine nera di una popolazione fortemente impoverita e indebitata dall’assenza di entrate. La gente vende beni, risparmia su qualità e quantità dell’alimentazione, rinuncia al vestiario o all’educazione dei bambini, ricicla beni di seconda mano – vende anche il foraggio degli animali – e dipende da esigui prestiti e altri beni ceduti dai parenti che soffrono meno la crisi.

Nel settore urbano dove, sin dalla chiusura imposta dal giugno 2007, 106.000 lavoratori hanno perso il loro lavoro, circa il 40% è stato classificato “molto povero”, con un guadagno al di sotto di 500 shekels (£87) al mese destinato a sostegno del fabbisogno di un numero di individui che in media va dalle sette alle nove persone.

Il rapporto cita il caso di un signore che in passato possedeva una piccola sartoria, costretto a licenziare i suoi 10 operai nel luglio 2007. “Non guadagno più di 300 shekels al mese cucendo ogni tanto abiti per vicini e parenti. Ho venduto i gioielli di mia moglie mentre mio fratello mi spedisce ogni mese 250 shekels… Non so cosa dire ai miei bambini”.

Altri hanno affermato di non riuscire a garantire una base monetaria destinata alla propria prole.

Per quanto riguarda l’agricoltura, dalla quale la popolazione di Gaza dipende per il 27%, le esportazioni sono bloccate mentre, sin dall’imposizione dell’assedio, la pesca ha perso circa il 50% delle entrate. Tra i 2/5 classificati come “molto poveri”, la media pro capite spende sempre di meno fino a 50p al giorno. Sempre la pesca è stata danneggiata dalla mancanza di carburante come dai severi limiti imposti da Israele.

“Le possibilità della gente di far fronte alla situazione sono molto limitate e, chi possiede ancora beni di lusso e altri materiali non essenziali è giunto al punto si venderli”.

Se l’embargo imposto da Israele dovesse proseguire, sostiene il rapporto, “la disintegrazione economica avanzerà mentre sempre più fasce della popolazione di Gaza soffriranno l’insicurezza alimentare”.

Richiamando alla rimozione delle restrizioni sul commercio per riuscire a “rovesciare il trend di impoverimento”, la Croce Rossa ammonisce sul fatto che “se tali restrizioni persisteranno, si rischia di provocare dei danni permanenti alla capacità dei Gazesi di risollevarsi e, nel lungo periodo, si mina la possibilità di disporre di cibo sicuro”.

Il dettagliato lavoro oggetto del rapporto è stato condotto sul campo a Gaza tra maggio e luglio.

Un rapporto del Fondo Monetario Internazionale risalente allo scorso settembre ha affermato che l’economia di Gaza “continua ad essere indebolita”.

Mark Regev, portavoce del primo ministro israeliano, Ehud Olmert, ha dichiarato che, al contrario di quanto ha sperato Israele, una volta evacuata la Striscia di Gaza, la sua popolazione continua ad essere “mantenuta in ostaggio” dall’ideologia “estremista e nichilista” di Hamas, vera causa della crisi.

Se Hamas avesse indirizzato le sue risorse verso il “regime alimentare della gente” invece di lanciare “razzi Qassam ed un violento Jihadismo” allora ha continuato Mark Regev, “un simile problema non esisterebbe”.

(Traduzione di Elisa Gennaro)

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