La speranza palestinese tenuta in ostaggio.

 
 
La speranza palestinese tenuta in ostaggio
di Salam Fayyad, 7 Aprile 2007
 
Noi abbiamo le risorse, l’istruzione e il talento per costruire una prospera economia ed una forte democrazia. Ma non possiamo farlo mentre Israele sigilla le nostre frontiere e trattiene entrate fiscale che ci sono dovute, o mentre i regolamenti bancari USA impediscono alle banche di gestire affari governativi, spiega Salam Fayyad.
 
RAMALLAH — Tre settimane fa, sono diventato il ministro delle finanze di un popolo la cui economia è semplicemente collassata. Fu all’inizio di un nuovo governo di unità nazionale, nato dopo mesi di negoziati a singhiozzo, e nel contesto di sanzioni economiche, bagni di sangue e miseria.
 
Il governo fu composto dopo un brutto anno per l’Autorità Palestinese. Le nostre difficoltà economiche peggiorarono di molto durante questo periodo, all’indomani di libere ed eque elezioni che avevano portato Hamas al governo. Poiché la piattaforma politica di Hamas non si conforma con gli elementi chiave del processo di pace, riguardanti il riconoscimento da parte palestinese del diritto ad esistere di israele, ed un impegno a rinunciare alla violenza, la comunità internazionale ha imposto sanzioni sull’Autorità Palestinese.
 
Sebbene molte delle discussioni che hanno condotto alla formazione del governo di unità nazionale si sono concentrate su questi due impegni, la loro validità non avrebbe dovuto essere molto in questione. Dopo tutto, questi impegni erano stati assunti dall’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, il legittimo rappresentante del popolo palestinese, in un chiaro e vincolante accordo nel 1993, e nessun governo palestinese ha l’autorità per revocarli. Di fatto, la piattaforma del governo di unità nazionale esplicitamente afferma che onorerà tutti gli accordi siglati dall’OLP, che, ad essere precisi, comprendono questi due impegni.
 
Essendo uno che ha a lungo lavorato per la pace e per la riconciliazione con Israele  una pace basata sul reciproco riconoscimento dei diritti dei due popoli — ho sempre sottoscritto il programma politico dell’OLP e tutti gli impegni che esso contempla, compreso il diritto ad esistere di Israele e la rinuncia alla violenza. E’ ancora la mia posizione. La mia principale priorità è guidare lo sforzo a porre fine alle sanzioni economiche ed a ripristinare l’integrità del nostro sistema di finanza pubblica.
 
Un duro e doloroso anno dopo l’imposizione delle sanzioni, ciò che predomina sono un’impressionante povertà e un’enorme disoccupazione. Oggi, quasi due terzi della popolazione palestinese vivono in povertà, con un reddito pro capite pari al 60% del livello del 1999. Ma come Thomas Jefferson disse: "Se dobbiamo sognare, le lusinghe della speranza sono a buon mercato, e più piacevoli delle tenebre della disperazione". Come Palestinese ho il dovere di sperare e lavorare senza requie a rendere reale il sogno del mio popolo.
 
Noi Palestinesi sognamo vite normali. Sognamo la fine dei giorni in cui gli agricoltori della West Bank osservano i loro raccolti distrutti per fare strade riservate ai soli Israeliani, una fine dei giorni in cui i bambini palestinesi devono affrontare checkpoint militari israeliani per andare a scuola, ed una fine dei giorni in cui 1,4 milioni di abitanti palestinesi di Gaza sono sigillati all’interno del loro territorio, tagliati fuori dal resto del mondo. Come tutti, meritiamo la libertà sulla nostra terra. Meritiamo istituzioni democratiche, trasparenti e che rendano conto al popolo. E meritiamo di vivere in pace ed in cooperazione economica con tutti i nostri vicini, compreso Israele.
 
Negli anni, la comunità internazionale ha incoraggiato e sostenuto i Palestinesi nel costruire istituzioni democratiche che servissero come fondamento del nostro futuro stato. L’assistenza di paesi donatori ci ha aiutato a sostenere i costi per scuole, ospedali, e strade oltre a sostenere un buon governo ed a fornire le capacità per creare una amministrazione funzionante.
 
Nel mio precedente mandato come ministro delle finanze, dal giugno 2002 al dicembre 2005, ho giocato un ruolo guida nello stabilire trasparenza nel governo delle finanze attraverso l’introduzione di una serie di profonde ed estese riforme che aiutassero il nostro sistema di finanza pubblica a soddisfare standard internazionali. Queste comprendevano la centralizzazione di tutte le entrate governative nel Ministero delle Finanza, l’eliminazione di spese extra-bilancio, e la regolare pubblicazione di dettagliati resoconti finanziari.
 
Dal momento che le sanzioni internazionali sono state imposte, l’aiuto ha continuato ad arrivare, il che ha evitato la morte per fame. Ma mandando fondi in maniera tale da aggirare il Ministero delle Finanze, i paesi donatori hano contribuito al di là delle intenzioni a riportare indietro dai progressi fatti questo processo di creazione delle istituzioni. Il denaro in entrata non può più essere tracciato, e noi non possiamo essere sicuri che di esso si faccia un uso appropriato.
 
Inoltre, la nostra dipendenza da donazioni straniere sta aumentando via via che il nostro sviluppo economico viene soffocato. Nel 2005, ad esempio, solo il 16% dell’aiuto dell’Unione Europea era stato classificato come umanitario. Lo scorso anno esso è salito al 56%.
 
Non aspiriamo ad essere una nazione di mendicanti, dipendente dal mondo per poter nutrire il suo popolo. Noi abbiamo le risorse, l’istruzione e il talento per costruire una prospera economia ed una forte democrazia. Ma non possiamo farlo mentre Israele sigilla le nostre frontiere e trattiene entrate fiscale che ci sono dovute, o mentre i regolamentre bancari USA impediscono alle banche di gestire affari governativi.
 
Al fine di riprendere lo sviluppo del nostro sistema istituzionale che ci renderà autosufficienti e che sosterrà la creazione del futuro stato, le sanzioni devono essere tolte.
 
Gli USA hanno a lungo preso atto — come l’intera comunità internazionale — che la formazione di un fattibile ed indipendente stato palestinese sulla West Bank (compreso Gerusalemme Est) e sulla Striscia di Gaza è la via d’uscita per questo conflitto vecchio di 60 anni. Ma finché la comunità internazionale non dimostri di avere la volontà di aiutare il conseguimento di una completa composizione — che garantisca ai Pal
estinesi la libertà di costruire le proprie istituzioni e la propria economia sulla propria terra — noi continueremo a pagarne il prezzo. La disperazione continuerà ad erodere la speranza. E, per paura di dimenticare le parole di Jefferson, la speranza sarà in effetti "a buon mercato, e più piacevole". 
 
Salam Fayyad è il ministro delle finanze del governo di unità nazionale palestinese. Questo articolo è originariamente apparso sul Los Angeles Times.
 
Traduzione di Gianluca Bifolchi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.