Mostra di Venezia, Leone d’Oro al film israeliano ‘Lebanon’.


Dal Manifesto del 13 settembre

MOSTRA DI VENEZIA
Vince «Lebanon» con ipocrisia

Roberto Silvestri

Israele è Leone d'oro. Ma ha vinto con un brutto film contro la guerra, non contro i massacri.
Lebanon, di Samuel Maoz, metafora di un paese corazzato che vaga in spazi horror pericolosi e ostili, è opera prima, abbastanza virtuosa da convincere anche il pubblico più attrezzato che le vittime da compatire e ricordare con commozione, dopo l'aggressione in Libano del 1982 – bazooka contro bombardieri, tanks contro mitra – non sono i massacrati civili o in armi, ma la psiche fragile dei delicati massacratori. Missione riuscita. 

Forse perché questi giovani virgulti hanno sia la divisa giusta che, a casa, una mamma in trepida attesa. Non come i feroci mostri falangisti… Insomma, lo riassume la sequenza madre, è un war film che fa piangere «solo gli asini»: bellicoso, ipocritamente «pacifista», e criticato in Israele a sinistra e a destra («come sono gay questi nostri soldati»). Una prosaica versione «di genere», insomma, dei poetici cartoon in psico-trance, affiancati dalla più ridicola delle documentazioni storico-giornalistiche, di Valzer con Bashir.

Chi ha consigliato (il produttore? il ministero?) di addolcire e umanizzare i soldati, rispetto alla memoria personale più aspra e brutale del regista, che fu carrista disperso proprio in quei giorni, deve aver agito con astuzia. La pietà cristiana che copre le nudità di una giovane, però, cancellerà il fatto che quella ragazza libanese era scampata all'annientamento aereo del suo villaggio, senza l'ok dell'Onu? Se è il profitto in gioco… Ma, come dice Arthur Penn il successo è l'altezza morale di un artista misurata in chili di compromessi subiti.

La Mostra 66 finisce dunque malamente un'ottima edizione, che ha scodellato un alto numero di buoni film, criticabili ma «veri», di tutti i generi, dall'horror estremo al thriller, dal coloniale al noir, dal film storico politico al film d'arte (il Leone d'argento va all'artista visiva, dissidente iraniana, Shirin Neshat), e nonostante i mille siluri interni digeriti con non chalance dalla direzione e i bombardamenti dal cielo che ha subìto, anche in pre-production. È mancato evidentemente, nella giuria presieduta da Ang Lee, l'Henry Fonda di Sidney Lumet. Anche se alcuni premi sono condivisibili: Colin Firth (è un digeribile Isherwood in A single man), Fatih Akin della baraonda interculturale Soul Kitchen e Jasmine Trinca che scodella miracolosi brandelli di un 68 troppo obliquamente restituito. Ma, parafrasando Fidel Castro (rivisto, dopo l'assalto alla Moncada in Anima di Cuba), «la storia li giudicherà».

Perdono i film più forti e sconvolgenti, come il dramma grottesco di Todd Solondz, La vita durante la guerra e il documentario tragi-comico Capitalism: a love story di Michael Moore. Il primo è risarcito con l'Osella alla sceneggiatura, un premio minore, ma anche dalla vittoria di un violentissimo corto sudafricano anti-boero (Primogenito di Etienne Kallos) che radiografa, come Solondz, l'occidente come quell'oscenità incestuosa fondata sulla centralità psicotica della famiglia cristiana, il secondo che ci ha mostrato un frammento di repertorio indimenticabile: il presidente F.D. Roosevelt che annuncia in un filmato, ben 64 anni prima, il programma politico di Obama oggi, quella «seconda carta dei diritti», per una America che, forse, può ancora uscire dalla barbarie con tutto l'occidente. Ma quel documento filmato che fine aveva fatto? Perché è diventato scoop un discorso presidenziale? Perché negli Usa nessuno lo conosceva?

Certo, facendo un bilancio, non possiamo dimenticare i molti, troppi errori tecnici, le proiezioni saltate, i brutti scherzi giocati dal digitale. Venezia è un festival di serie A. Non sono difetti veniali. Troppa, poi, la prepotenza degli sponsor palesi (le tante facce di Mediaset) nel gestire le conferenze stampa e nell'imporre il silenzio della stampa, intimidendo, secondo l'ideologia al potere, ogni forma di critica. Perfino i premi minori sono stati scippati della cerimonia di premiazione, per non infastidire il grande gioco. Ha fatto bene Filmcritica a rifiutarsi di prestarsi al gioco, sospendendo il suo «bastone bianco» .

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