Quale soluzione per il conflitto israelo-palestinese? Di Francesco Pallante.

Quale soluzione per il conflitto israelo-palestinese? 
di Francesco Pallante
 

A me sembra che, in generale, per porre termine a un conflitto ci siano due possibilità:

(a)    i belligeranti raggiungono un accordo di pace;

(b)   una parte vince sull’altra. In questo caso ci sono due ulteriori sottovarianti: (b1) lo sconfitto si arrende volontariamente;

     (b2) lo sconfitto viene “debellato” militarmente.

L’alternativa a queste due ipotesi è, evidentemente, la continuazione del conflitto.

Nel caso del confronto israelo-palestinese, è oramai chiaro che l’ipotesi (a), quella dell’accordo di pace, può verificarsi solo in un quadro analogo a quello fissato con l’iniziativa di Ginevra: da un lato, Israele si ritira dai territori occupati e consente la nascita di uno Stato palestinese con capitale Gerusalemme est (al limite è ipotizzabile qualche scambio territoriale paritario); dall’altro lato, i palestinesi riconoscono Israele e rinunciano al rientro integrale dei profughi del 1948 (al massimo sarà possibile qualche rientro simbolico).

Meno di questo i palestinesi non possono oggettivamente accettare (già così otterrebbero appena il 28% della Palestina storica, con una popolazione oramai quasi pari a quella israeliana): firmare un accordo di pace peggiorativo rispetto alla piattaforma di Ginevra significherebbe arrendersi, e dunque dar corso non più all’ipotesi (a), ma all’ipotesi (b1). La responsabilità di raggiungere un accordo grava dunque su Israele: spetta allo Stato ebraico decidere se accogliere le (oramai ridotte all’osso) richieste palestinesi. Se lo facesse, si raggiungerebbe la soluzione (a); in caso contrario, si aprirebbero le due possibilità sub (b): resa volontaria dei palestinesi (b1) o eliminazione violenta del nemico (b2).

E’ evidente che chi ha fatto fuori Arafat (colpevole di non essersi arreso a Camp David), puntava sulla soluzione (b1), sperando che al posto del vecchio raìs arrivasse qualcuno di più malleabile, da indurre, prima o poi, alla resa. Votando per Hamas, i palestinesi hanno, però, mandato quel piano a gambe all’aria – agendo, probabilmente, in maniera molto più lungimirante di quanto non si ritenga in Occidente – ma lasciando sostanzialmente immutato il quadro teorico: al di là di qualche bellicosa dichiarazione, sul piano pratico la posizione di Hamas è, di fatto, rapidamente diventata quella di Arafat, dal momento che anche il movimento islamico si limita oramai a chiedere la restituzione dei territori occupati nel 1967. Anche con Hamas la soluzione (a) resta quindi pienamente percorribile, se solo Israele avesse la volontà di percorrerla, mentre, di nuovo, l’ipotesi (b1) è scartata.

Ne consegue che – tolta l’ipotesi (teorica) che sia Israele ad arrendersi, lasciando ai palestinesi il controllo di tutta la Palestina storica – unica soluzione per l’uscita dal conflitto rimane la soluzione (b2), vale a dire la definitiva sconfitta militare del nemico. Anche in questo caso bisognerebbe teoricamente prendere in considerazione tanto la possibilità che siano i palestinesi a venir vinti, quanto la possibilità che sia Israele a subire la sconfitta, ma è evidente che, data l’incredibile sproporzione delle forze in campo, solo la prima ipotesi potrebbe effettivamente concretizzarsi. E, dunque, è di nuovo da Israele che dipende l’eventuale decisione di uscire  dal conflitto con una soluzione definitiva (questa volta violenta).

Il punto è che, di fronte al rifiuto palestinese di arrendersi – ipotesi (b1) -, Israele non sceglie né l’accordo – ipotesi (a) – né l’attacco definitivo contro il nemico – ipotesi (b2) -, preferendo, evidentemente, non la conclusione, ma la continuazione del conflitto. Contemporaneamente, però, pretenderebbe che il conflitto assumesse una stranissima veste, con una sola parte autorizzata a colpire e l’altra costretta a subire costantemente. Quando i palestinesi lanciano un attacco contro i soldati israeliani (come nel caso dell’azione che ha portato alla cattura del caporale Shalit nei giorni scorsi), i loro miliziani non stanno infrangendo un’idilliaca situazione di pace, ma agiscono in reazione all’occupazione illegale delle loro terre da parte di Israele. E dunque i successivi raid israeliani non sono reazioni, ma nuovi attacchi, ai quali i palestinesi hanno diritto di rispondere. Israele e i paesi occidentali (fortemente sostenuti dai mass media) fanno finta che l’occupazione non esista, mentre si tratta di un evidente e violentissimo atto di guerra.

Insomma: dato il rifiuto dei palestinesi di arrendersi (e perché mai dovrebbero? per tornare a una situazione peggiore di quella post-1967?), Israele può scegliere di porre fine al conflitto con la pace o con l’eliminazione del nemico. Se non sceglie (e in questo senso il piano Sharon-Olmert è una non scelta) vuole in realtà continuare il conflitto. E se una parte vuole continuare il conflitto, l’altra ha tutto il diritto di difendersi.

Il punto, allora, non è quale sia la strategia palestinese, ma quale sia la strategia israeliana. E’ Israele che ha in mano tutte le carte, è Israele che deve decidere. A me sembra che la tragedia del conflitto israelo-palestinese stia proprio qui: alla fine, dopo un secolo di sconfitte ripetute, i palestinesi hanno capito che non possono vincere la guerra e chiedono la pace; Israele, invece, non riesce ad accordare le sue varie anime: vorrebbe sia l’intera Palestina sia la pace e, nello stesso tempo, rifiuta sia l’eliminazione totale dei palestinesi sia la nascita del loro Stato. La situazione in cui attualmente versa lo Stato ebraico è penosa, con un (supposto) pacifista come il laburista Peretz (tra i fondatori di Peace Now!) che guida la difesa allo stesso modo di un falco come Shaul Mofaz e un intellettuale come Yehoshua che porta la responsabilità morale dell’invenzione del muro dell’apartheid.

Israele, paralizzato dalle sue lacerazioni, vuole la prosecuzione del conflitto perché rischia di non poter sopravvivere a una sua risoluzione, quale che essa sia. I nodi della sconsiderata scommessa sionista vengono infine al pettine, e la democrazia israeliana non riesce a rispondere altrimenti che bombardando i civili che dormono nelle loro case a Gaza. E’ davvero il colmo che, dopo che gli israeliani hanno invaso la Palestina e dato vita a un conflitto che dura da decenni, si possa adesso pretendere che siano i palestinesi a tirarli fuori dall’impasse rinunciando alla loro esistenza come popolo. E’ regola di buon senso che chi ha creato un problema si assuma poi la responsabilità di trovare il modo di risolverlo.

 

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ApritiSesamo! - fondata nell’ottobre 2002 e da allora diretta da Michelguglielmo Torri - mira a favorire un dibattito non superficiale sul Medio Oriente e sul mondo islamico. Il materiale distribuito è scelto esclusivamente per la capacità di offrire spunti e di fornire informazioni utili a tale dibattito. Pertanto esso non rispecchia necessariamente le posizioni politiche del direttore e dei gestori della lista.

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