Rassegna stampa..

Rassegna stampa a cura di Chiara Purgato, presidente associazione editrice Infopal.

3/2/2010 (8:36)

Israele, Berlusconi parla alla Knesset

La Stampa

 

 

«La sicurezza di Israele è per noi imperativo morale contro ogni antisemitismo. Inaccettabile l'atomica in mano all'Iran»

GERUSALEMME
Accolto dal picchetto d’onore schierato sotto gli arazzi di Marc Chagall, il premier Silvio Berlusconi è arrivato alla Knesset, il parlamento israeliano, dove da qualche minuto sta tenendo un discorso. Un onore che non ha avuto fino ad ora nessun presidente del Consiglio italiano. Davanti alla Knesset hanno invece parlato in passato George Bush, Angela Merkel e Nicolas Sarkozy. Anche il leader dell’Udc Pier Ferdinando Casini, nelle vesti di presidente dell’Unione interparlamentare, ha tenuto un discorso davanti al parlamento israeliano, nella giornata internazionale in ricordo della Shoah nel 2008. Berlusconi, che prima della sessione speciale incontrerà nel suo ufficio il presidente della Knesset, Reuven Rivlin, visiterà dopo il suo discorso la mostra dei sette schizzi di Leonardo da Vinci tratti dal Codice Atlantico, arrivati a Gerusalemme per accompagnare la visita politica del premier italiano.

Un discorso «emozionante» cui Silvio Berlusconi ha lavorato da giorni e giorni per concludere in bellezza questa lunga visita in Israele: dopo il duro j'accuse al governo iraniano e la promessa di collaborazione sulle sanzioni contro Teheran, il presidente del Consiglio chiude di fatto con il suo intervento al Parlamento israeliano – e con un pranzo di lavoro con il presidente Shimon Peres – la sua missione israeliana. Il discorso è stato preparato con grande cura, limato fino all’ultimo dal premier con i suoi più stretti collaboratori. L’intervento alla Knesset è il segno della grande attenzione che Israele ha dedicato a questo vertice bilaterale che si è svolto a Gerusalemme. 

«È per me un grande onore, è un grande onore per l’Italia, parlare in questa nobile assemblea
che è il simbolo stesso dei valori democratici su cui si fonda il vostro Paese». Queste le prime parole di Silvio Berlusconi nel suo discorso alla Knesset. Questo Parlamento testimonia la nascita nel 1948 di uno Stato Ebraico, libero e democratico che raccolse finalmente, dopo l'orrenda esperienza della Shoah, cittadini del mondo che parlavano tutte le lingue e che accorsero da ogni angolo del mondo. Voi rappresentate ideali che sono universali, siete il più grande esempio di
democrazia e di libertà nel Medio Oriente, un esempio che ha radici profonde nella Bibbia e nell’ideale sionista».

Parlando dell'attuazione in Italia delle leggi razziali durante il fascismo il premier continua: «trovò la forza di riscattarsi» dall’«infamia delle leggi razziali di cui si macchiò purtroppo nel 1938» attraverso «la lotta di liberazione dal nazifascismo»

La sicurezza è un tema chiave del discorso: «La sicurezza di Israele nei suoi confini e il suo diritto di esistere come Stato ebraico sono per noi una scelta etica e un imperativo morale contro ogni ritorno dell’antisemitismo e del negazionismo e contro la perdita di memoria dell’Occidente». La sicurezza dell'area medio-orientale passa dalla creazione di uno stato palestinese: «questa soluzione, due Stati, due popoli, appare condivisa, oltre che da voi e dalla leadership palestinese, anche dall’Unione Europea, dagli Stati Uniti e dai più importanti partner del mondo arabo».

Per quanto riguarda la questione iraniana il Cavaliere afferma: «l’intera comunità internazionale deve decidersi a stabilire, con parole chiare, univoche e unanimi, che non è accettabile l’armamento atomico a disposizione di uno stato i cui leaders hanno proclamato “apertamente” la volontà di distruggere Israele ed hanno negato insieme la Shoah e la legittimità dello stato ebraico».

Durante l'intervento Berlusconi ribadisce il suo sogno di far entrare Israele tra i paesi Ue: «l vostro posto, il posto di Israele deve essere tra le Nazioni dell’Europa, come membro a pieno
titolo dell’Unione Europea. Questo è il mio sogno, questo è il mio augurio». Infine, il premier termina il proprio intervento salutando la platea con: «Viva Israele, viva l’Italia, viva la pace e la libertà».

Nel primo pomeriggio Berlusconi si sposterà a Betlemme per un altro appuntamento storico: il primo colloquio in terra di Palestina con il presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese (Anp) Abu Mazen. All’anziano leader palestinese Berlusconi dirà «la volontà di Israele a riprendere i negoziati». Dopo aver ieri concordato anche con il rappresentante del Quartetto (Onu-Usa-Russia-Ue) Tony Blair, oggi il premier sonderà la parte palestinese e la sua disponibilità a far ripartire il negoziato «senza pre-condizioni», come ha ripetuto anche ieri Benjamin Netanyahu. Resta in piedi il delicatissimo nodo degli insediamenti israeliani. In serata il premier tornerà in Italia.

 

Wednesday, February 3rd, 2010 | Posted by Israele.net

Spaventati da Netanyahu di Sever Plocker

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La dirigenza palestinese si è finora rifiutata di avviare colloqui con il governo israeliano guidato da Netanyahu. Non si tratta di una questione marginale. Finora i palestinesi si erano impegnati in trattative con tutti i governi israeliani dagli Accordi di Olso (1993) in poi. Yasser Arafat – sì, proprio lui – ha condotto intensi negoziati con Netanyahu durante il suo primo mandato (1996-99). Mahmoud Abbas (Abu Mazen) ha trattato di buon grado anche con Ariel Sharon. Al contrario, da quando nell’aprile scorso Netanyahu è entrato in carica per il suo secondo mandato come primo ministro, la dirigenza palestinese non fa che tirare fuori una scusa dopo l’altra pur di evitare qualunque significativo dialogo con Israele.
La difficoltà di spiegare l’attuale posizione palestinese è arrivata fino alla Casa Bianca. Leggendo con attenzione tutta l’intervista rilasciata da Barack Obama al settimanale Time ci si rende conto che il presidente Usa ha perso la pazienza con questa condotta sfuggente dei palestinesi. I funzionari attorno a Obama hanno parlato con durezza, accusando i palestinesi di aver umiliato il presidente e di aver fatto naufragare la sua politica.
Che cosa spinge la dirigenza palestinese ad adottare un rifiuto tanto cocciuto sottraendosi all’iniziativa di una amministrazione americana che probabilmente è quella a loro più favorevole? I palestinesi non vogliono negoziare con Netanyahu perché lo percepiscono come un politico pragmatico che cerca soluzioni concrete, e questo è proprio il genere di pasticcio da cui l’attuale dirigenza palestinesi vuole tenersi lontana. Non vuole nemmeno sfiorarlo.
Ai capi palestinesi non importava trattare con l’allora primo ministro Ehud Olmert perché sapevano che non aveva un mandato politico sufficiente per concludere un accordo, e certamente non l’accordo “sullo status definitivo (per la composizione definitiva del conflitto) su cui devono concentrarsi i negoziati. A loro andavano benissimo trattative e dispute inconcludenti. Ma quando per la prima volta si è profilata la possibilità di un accordo concreto, e si sono trovati nella necessità di dare una vera risposta, hanno abbandonato i negoziati e non sono più tornati.
Sullo sfondo delle trattative con Olmert e Tzipi Livni c’era l’amministrazione Bush, quella che a tutto il mondo arabo piaceva tanto odiare, e il cui coinvolgimento poteva essere usato per spiegare ogni fallimento.
Ma con Obama e Netanyahu i negoziati rischiano di imboccare una strada diversa. Entrambi sono politici alla ricerca di risultati concreti, e che non hanno voglia di perdere tempo in battibecchi ideologici e verbali. Pertanto Netanyahu, col sostegno di Washington, offre ai palestinesi due binari paralleli. Un binario è quello che vedrà interminabili negoziati per uno accordo sullo “status definitivo” nei quali ciascuna parte presenterà la propria versione come l’unica giusta. L’altro binario del dialogo sarà quello pratico, strettamente legato alla realtà concreta, e breve: si concluderà con l’Autorità Palestinese elevata a livello di Stato, o per lo meno di “Stato in fieri”.
Ma questo è precisamente ciò che la dirigenza palestinese in Cisgiordania vuole evitare come la peste. “Non firmeremo un altro accordo ad interim con Israele – ha detto un alto esponente palestinese in una riunione a porte chiuse – Dai tempi dei colloqui di Camp David (2000) nessun accordo è stato firmato con Israele, e il governo di Abu Mazen non infrangerà l’unanimità palestinese per il rifiuto. Né vogliamo avere da Israele uno Stato in progress. Ce l’abbiamo già. Ce lo siamo preso. La situazione attuale ci va benissimo. La Palestina cresce, la situazione della sicurezza è passabile. Hamas è sotto assedio a Gaza e l’opinione pubblica globale ci sostiene e condanna l’occupazione. Non abbiamo nessuna fretta. L’orologio della demografia cammina, e l’opzione di un unico stato bi-nazionale si sta realizzando da sola. Nulla ci spinge ad entrare in trattative con un primo ministro israeliano che vuole fare sul serio, cioè che vuole risultati concreti”.
Ecco dunque l’assurdo del conflitto israelo-palestinese, nell’anno 2010. I palestinesi sono disposti ad avviare col governo Netanyahu solo negoziati generici, sapendo in anticipo che non porteranno ad alcun risultato; ma non sono disposti ad impegnarsi in trattative concrete finché esiste la possibilità che sfocino in veri risultati sul terreno. Temono una situazione in cui verrebbe chiesto loro di accettare o respingere un accordo ad interim praticabile che comprendesse lo sgombero di diversi insediamenti e il trasferimento di altre terre sotto il loro controllo. I palestinesi chiudono la porta a Netanyahu perché, da loro punto di vista, è uno statista con intenzioni troppo serie.

 

 

 

 

Wednesday, February 3rd, 2010 | Posted by Israele.net

Finanziare l’istigazione all’odio di Matthew Sinclar

È facile per i governi occidentali fare prediche su cosa bisognerebbe fare per porre fine al conflitto israelo-palestinese. Ma in quanto governo coinvolti nella elargizione di finanziamenti all’Autorità Palestinese, essi dovrebbero ammettere che anche loro hanno da render conto, ed esigere lo stesso come una sorta di ricevuta da coloro che aiutano. Una larga porzione di quei fondi finiscono infatti col supportare nei territori palestinesi l’istigazione, l’indottrinamento all’ostilità e la cultura dell’odio, cose che a loro volta gettano i semi per il prolungarsi del conflitto futuro nei decenni a venire.
Nel 2007 l’Unione Europea come tale ha donato 420 milioni di euro all’Autorità Palestinese, ma anche gli stati membri hanno singolarmente garantito ampi aiuti bilaterali indipendentemente da quelli della UE. La Germania ha provveduto 55 milioni di euro, la Francia 67 milioni, l’Italia 26,8 milioni, la Svezia 617 milioni di corone, il Regno Unito 63,6 milioni di sterline, oltre a molti altri contributi da altre nazioni. Successivamente molti paesi hanno aumentato le loro donazioni, in particolare in relazione allo sforzo di ricostruzione dopo il conflitto nella striscia di Gaza, e naturalmente anche gli Stati Uniti sono un grosso donatore.
Tutte queste donazioni generano responsabilità. Milioni di euro dei contribuenti europei contribuiscono attualmente in modo determinante a sostenere l’Autorità Palestinese. Molti di questi fondi vengono dati come supporto finanziario diretto, sottoforma di trasferimenti incondizionati all’Autorità Palestinese o pagamenti dei suoi debiti. Ciò significa che i governi occidentali stanno sorreggendo l’Autorità Palestinese e tutte le attività, buone e cattive, che l’Autorità Palestinese intraprende con il suo budget.
Anche quando le donazioni vengono fatte in modo attentamente controllato, non possono comunque essere disgiunte da come l’Autorità Palestinese usa i suoi denari per via di una caratteristica nota come fungibilità. È un fatto normalmente acquisito, in altri settori della politica di aiuto finanziario, che le donazioni non finanziano soltanto ciò che i donatori desiderano finanziare. Enti come l’Autorità Palestinese hanno un budget esattamente come quello di una famiglia, per cui coprire i pagamenti di un certo specifico settore, come ad esempio i salari dei dipendenti pubblici, libera denaro del budget per altre voci di spesa.
Il che è particolarmente preoccupante dal momento che una delle aree che l’Autorità Palestinese finanzia coi suoi fondi è la gestione dei mass-media ufficiali e la stampa dei libri di testo scolastici, i quali fanatizzano i palestinesi.
Vi sono esempi a non finire di questo fenomeno all’interno dei mass-media ufficiali dell’Autorità Palestinese. Najat Abu Bakr, membro del Consiglio Legislativo (parlamento) dell’Autorità Palestinese, usava la Palestinian Broadcasting Corporation come piattaforma per informare il suo pubblico che i palestinesi “sono stati creati su questa terra allo scopo di liberarla, di vivevi sopra, di andare avanti come popolo del ribat [scontro religioso]. Siamo sulla terra del ribat e dobbiamo rimanervi sino alla resurrezione”. L’8 gennaio 2008 Ahmed Dughmush, un leader di Fatah, prometteva alla Palestinian Broadcasting Corporation che “milioni di martiri sono in marcia su Gerusalemme”. Il 13 maggio 2008 Ziad Abu Ein, vice ministro dell’Autorità Palestinese per i detenuti, proclamava: “Vogliamo tornare a Lod, a Ramle, a Giaffa e a Haifa [città israeliane]. Che ascoltino tutti: questa è la nostra terra, questo è il nostro paese, questi sono i nostri villaggi e noi vi torneremo”. Per tutta la durata dei negoziati ad Annapolis, la Palestinian Broadcasting Corporation ha mandato in onda grafiche che mostravano tutta la terra di Israele/Palestinese coperta dai colori della bandiera palestinese. Mentre i suoi dirigenti sedevano al tavolo negoziale operando presumibilmente per una soluzione a due stati, la tv ufficiale palestinese promuoveva la convinzione che un pacifico compromesso e una divisione in due stati non sia il modo di procedere, e che l’obiettivo giusto sia la conquista di tutta la terra d’Israele/Palestina.
Purtroppo non sono solo i mass-media palestinesi che diffondono questo genere di messaggi. Il testo scolastico palestinese “Storia degli arabi e del mondo nel XX secolo”, ad esempio, definisce il terrorismo in Iraq “coraggiosa resistenza”, mentre il libro “Letture e testi” proclama: “I vostri nemici desiderano la vita, voi invece desiderate la morte”.
Il governo britannico si affida all’Unrwa perché metta in ordine le cose. Douglas Alexander, segretario per lo sviluppo internazionale, ha detto: “L’Unrwa è la in prima linea nell’ ribaltare la declinante istruzione nella striscia di Gaza. I suoi metodi e i suoi programmi promuovono attivamente i diritti umani e la tolleranza politica e sociale”. Ma una risoluzione al Congresso americano afferma invece che “le scuole amministrate dall’Unrwa hanno usato in passato materiali didattici per glorificare e omaggiare terroristi e terrorismo, e continuano ad usare libri di testo che comprendono riferimenti prevenuti e negativi verso gli ebrei e lo stato d’Israele, od omettono del tutto qualunque riferimento alla collocazione di Israele sulle mappe geografiche”.
Questo uso grossolanamente distorto dei fondi resi disponibili dalle donazioni straniere è particolarmente allarmante alla luce della demografia della popolazioni palestinese che ha il 42% dei suoi membri sotto i 15 anni d’età. Le scelte che faranno queste giovani generazioni paleseranno il futuro della regione. Vi saranno sempre voci maligne, da Hamas al regime iraniano, che aizzano i palestinesi a continuare a combattere e che condannano qualunque compromesso come una resa da codardi. I palestinesi devono essere in grado di respingere il cattivo consiglio se si vuole dare una speranza o una possibilità a progressi duraturi. Come disse John F. Kennedy, “la pace non si fonda soltanto su carte e trattati, essa nasce nei cuori e nelle menti di ogni persona”.
I princìpi del Quartetto (Usa, Ue, Russia, Onu) dimostrano che i paesi donatori possono esercitare pressione sull’Autorità Palestinese, ma si concentrano unicamente sul comportamento dell’Autorità Palestinese al tavolo delle trattative. Si dovrebbe invece prestare più attenzione all’opera di fanatizzazione della popolazione palestinese che avviene grazie a un budget che è finanziato in larga misura dai governi occidentali.

 

Israele non è frutto della Shoà

di Moshe Arens

http://www.israele.net/images_analysis/image_2737.jpgLe Nazioni Unite hanno proclamato Giornata Internazionale della Memoria dell’Olocausto il giorno in cui il campo di sterminio di Auschwitz venne liberato. È dunque del tutto appropriato che il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu sia stato invitato a parlare alle cerimonie per commemorare il 65esimo anniversario della liberazione di quel luogo di orrori da parte dell’Armata Rossa.
Nella mente di alcuni, tuttavia, la creazione dello stato di Israele viene collegata alla Shoà, o addirittura viene vista come una conseguenza diretta della Shoà. Che è quanto ha lasciato intendere lo stesso presidente americano Barack Obama, probabilmente ignaro di storia del movimento sionista, nel suo discorso al Cairo dell’anno scorso.
Ma la verità è quasi l’esatto contrario. Lo sterminio da parte dei tedeschi di sei milioni di ebrei durante la seconda guerra mondiale andò molto vicino a spegnere il sogno di costituire uno stato ebraico in Terra d’Israele/Palestina. Il naturale bacino di immigranti ebrei verso la Terra d’Israele/Palestina venne infatti decimato.
Vladimir Jabotinsky, nella sua deposizione davanti alla Commissione Peel a Londra l’11 febbraio 1937 parlò del proposito del sionismo di istituire su entrambe le sponde del fiume Giordano uno stato ebraico in cui vi sarebbe stato spazio per “la popolazione araba e la sua progenie e per molti milioni i ebrei”. A quel tempo la popolazione ebraica della Terra d’Israele/Palestina non contava più di 400mila persone (e quella araba circa 900mila). Ma quando la guerra terminò, milioni di ebrei erano stati sterminati ad Auschwitz, Treblinka, Majdanek, Sobibor e nei campi della morte in Russia. Ai leader sionisti apparve chiaro che non solo non v’erano più abbastanza ebrei per creare una solida maggioranza ebraica, condizione indispensabile per costituire uno stato ebraico, su entrambe le sponde del fiume Giordano; ma che l’immigrazione ebraica forse non sarebbe stata sufficiente nemmeno per stabilire una tale maggioranza nell’area a ovest del Giordano.
Fu il mufti di Gerusalemme Haj Amin al-Husseini che afferrò meglio di tutti la piena potenzialità della distruzione dell’ebraismo europeo per porre fine alle aspirazioni sioniste, e pertanto si alleò con Hitler. Analogamente i leader arabi di Egitto e Iraq trovarono buone ragioni per sperare nella vittoria di Hitler. Invece, dopo la guerra, l’Yishuv (la comunità ebraica nella Terra d’Israele/Palestina pre-stato di Israele) insieme ai superstiti dell’ebraismo europeo che erano riusciti a sormontare il tentativo britannici di bloccare la strada per la Terra d’Israele/Palestina, trovarono abbastanza vitalità e forza da realizzare la creazione dello stato d’Israele su una parte del territorio che originariamente la Società delle Nazioni aveva affidato alla Gran Bretagna col mandato di favorirvi la nascita di una sede nazionale ebraica – uno stato ebraico – su entrambe le sponde del fiume Giordano.
In Israele ogni anno commemoriamo la Shoà nel giorno in cui scoppiò la rivolta del Ghetto di Varsavia. È significativo il fatto che rendiamo omaggio agli ebrei sterminati in Europa nella ricorrenza del giorno in cui gli ebrei sopravvissuti nel Ghetto di Varsavia si sollevarono per combattere i tedeschi e i loro tirapiedi ucraini. Fu, quella, la prima insurrezione popolare contro l’occupante tedesco in Europa.
I combattenti del Ghetto di Varsavia sapevano di non avere alcuna possibilità di sconfiggere le schiaccianti forze tedesche. E non ricevettero aiuto o incoraggiamento né da Washington, né da Londra, né da Mosca. Fu solo un anno più tardi, dopo che i tedeschi avevano raso al suolo il Ghetto e ucciso o deportato tutti gli abitanti che vi erano rimasti, che il mondo iniziò ad apprezzare il pieno significato della rivolta del Ghetto di Varsavia. Oggi essa viene vista come parte integrante della storia della seconda guerra mondiale. Rappresenta una duratura testimonianza di quel pugno di giovani coraggiosi che osarono sfidare l’occupante tedesco. Sebbene sconfitti nel ghetto, la loro vittoria morale resta scritta nelle pagine della storia.
Il 18 aprile 1943, alla vigilia della sollevazione, Leon Rodal, il vice di Pawel Frenkel nella resistenza guidata dal Betar (l’organizzazione militare ebraica), disse a Ryszard Walewski, che si era unito con un gruppo di combattenti all’organizzazione di Frenkel: “Noi cadremo tutti qui. Alcuni in battaglia, armi in mano; altri come vittime vane … Forse un giorno, fra molti anni, quando verrà scritta la storia della lotta contro il l’occupante nazista, verremo ricordati e, chissà, diventeremo come la piccola Giudea che a suo tempo combatté il potente impero romano: un simbolo dello spirito dell’uomo che non può essere soffocato, e la cui essenza è la lotta per la libertà, per il diritto di vivere e il diritto di esistere”.

 

 

 

Gaza/ “Piombo fuso”, Israele violò proprie regole di ingaggio

The Independent: per ridurre al minimo le perdite fra i militari

postato 3 ore fa da APCOM

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Roma, 3 feb. (Apcom) – L'esercito israeliano ha violato le proprie regole di ingaggio in materia di protezione dei civili nel corso dell'operazione “Piombo fuso”, l'invasione della Striscia di Gaza avvenuta nel gennaio scorso: è quanto pubblica il quotidiano britannico The Independent, citando le dichiarazioni di un alto ufficiale dell'esercito dello Stato ebraico.

In particolare, non sarebbe stata applicato il principio denominato “mezzi e intenzioni”, ovvero il fatto che un bersaglio debba avere un'arma e l'intenzione di usarla per poter essere legittimamente colpito; una revisione delle regole avvenuta dopo il conflitto nel Libano meridionale e intesa a ridurre il più possibile il rischi per i militari.

“Chiunque voglia far detonare un ordigno contro un gruppo dei militari non ha bisogno di girare con un kalashnikov: può girare come un qualsiasi civile, e poi azionare l'ordigno o chiamare qualcuno che lo faccia: non potevamo aspettare che questo succedesse”, ha spiegato l'ufficiale.

Altri militari hanno confermato che nelle zone in cui la popolazione era stata fatta sgomberare, il solo movimento era sufficiente ad autorizzare il fuoco: “Questo non vuol dire che non vi sia rispetto per le vite dei palestinesi, ma la nostra priorità sono le vite dei nostri soldati, e su questo non si possono avere compromessi”.

La maggioranza delle vittime palestinesi sarebbe stata peraltro colpita dagli aerei teleguidati (“droni”) su ordine diretto del quartier generale, e non dai militari dispiegati sul terreno. Le rivelazioni sarebbero contenute in un'inchiesta preparata dal quotidiano israeliano Yediot Ahronoth, pronta da cinque mesi ma mai pubblicata.

 

 

 

 

Raid di Israele nei tunnel di Gaza

Lo riferiscono testimoni palestinesi

Israele ha lanciato un raid aereo contro i tunnel al confine tra la Striscia di Gaza e l'Egitto, usati dai contrabbandieri e contro un aeroporto in disuso vicino alla città di Gaza. Lo riferiscono testimoni palestinesi senza parlare di morti o feriti. Ieri, dopo un fallito attentato con due barili imbottiti di esplosivo che, abbandonati in mare, hanno raggiunto una spiaggia a sud di Tel Aviv. il premier Netanyahu aveva annunciato una risposta.

 

Gaza – Infopal. Questa notte, l'aviazione da guerra israeliana ha lanciato una serie di attacchi mirati contro la zona est di Rafah, nel sud della Striscia di Gaza.

Tre palestinesi sono rimasti feriti e tre risultano dispersi.

I nostri corrispondenti ci hanno riferito che gli “F16” israeliani hanno preso di mira l’area al-Jeradat, a est di Rafah, sul confine egiziano – palestinese, lanciando missili che hanno colpito il già devastato aeroporto “Yasser Arafat” a Dahaniya, e le zone dei tunnel. 
Le ambulanze sono accorse sul posto, ma anche esse sono state oggetto del fuoco israeliano. Non si sa ancora se ci sono vittime.

Contemporaneamente, gli aerei da guerra israeliani stanno sorvolando tutta la Striscia di Gaza. L'allerta della popolazione è generale. Tutte le postazioni della sicurezza e del governo sono state evacuate.

Parallelamente, agli attacchi aerei, le forze di invasione stanno conducendo incursioni di terra: diversi veicoli militari israeliani sono penetrati nella zona est della cittadina di Beit Hanoun e in quella dell’ex colonia “Dugit”, a nord-est della Striscia di Gaza. 

I nostri corrispondenti ci hanno riferito che quattro carri armati e due bulldozer sono entrati per duecento metri all'interno della Striscia sparando massicciamente contro i campi coltivati.

L'esercito israeliano ha affermato che i bombardamenti sono una “risposta” al lancio di missili palestinesi contro il sud di Israele. Ieri pomeriggio, un razzo artigianale è caduto in un'area aperta, nella regione di Eshkol, senza creare danni.

Lunedì, invece, l'esercito ha dichiarato di aver trovato due congegni esplosivi in due diverse zone del sud.

 

In occasione del viaggio di Berlusconi in Israele

Lettera aperta al presidente del consiglio

Signor Presidente, In occasione del Suo viaggio di tre giorni in Israele, Lei ha giustamente messo in evidenza che la crescita degli insediamenti sono un serio ostacolo alla pace, così come l’occupazione delle Alture del Golan. Proprio per questo desideriamo richiamare la Sua attenzione sui seguenti fatti:

- Israele è uno Stato che da oltre 40 anni occupa militarmente e illegalmente i Territori palestinesi (Risoluzone Onu 242), distruggendone l’economia e negando diritti e libertà ai suoi abitanti, in violazione della Quarta Convenzione di Ginevra sui doveri di una potenza occupante;

- L’estensione delle colonie, altrettanto illegali, è continua e il numero dei coloni ha ormai superato quota 400.000 persone. Alcuni Paesi europei tra cui la Gran Bretagna Inghilterra hanno cominciato ad effettuare controlli più rigorosi sulle merci importate a marchio israeliano per accertare se provenienti dagli insediamenti illegali. L’accordo di associazione Israele-Unione Europea, che considera illegali le colonie, non prevede che le merci di loro produzione possano usufruire della facilitazioni doganali e condiziona la sua applicazione al rispetto dei diritti umani;

- Nel 2004 la Corte Internazionale di Giustizia ha dichiarato l’illegalità del Muro di Separazione, riaffermando la necessità che tutti gli Stati membri si astengano dal dare sostegno a tale costruzione che si snoda in gran parte sul versante palestinese della linea verde, impedendo il libero movimento della popolazione palestinese e sancendo di fatto una separazione tra palestinesi e israeliani che ricorda il regime d’apartheid;

- La striscia di Gaza, lasciata nel 2005 dai coloni, è sottoposta a un rigido controllo militare del mare, della terra e dello spazio aereo, nonché a un assedio brutale che priva della libertà di movimento circa un milione e mezzo di persone, oltre che di beni fondamentali per loro sopravvivenza. La Convenzione di Ginevra sul diritto umanitario internazionale viene in tal modo calpestata, insieme ai diritti di donne, uomini, bambini, anziani e malati;

- Alla fine del 2008, l’esercito israeliano ha lanciato su Gaza un attacco militare che ha fatto oltre 1400 vittime, gran parte dei quali civili, e che ha causato la distruzione di infrastrutture, industria, agricoltura. Occupazione e PIL della striscia sono crollati, senza contare l’inquinamento chimico degli armamenti su suolo e acqua, come testimoniano i rapporti stilati da osservatori internazionali e agenzie dell’Onu;

- Le Nazioni Unite, attraverso il rapporto di missione redatto dal giudice Goldstone, affermano che con l’operazione ‘Piombo Fuso’, l’esercito israeliano ha commesso crimini di guerra e la Gran Bretagna, in base alla giuridizione universale, ha ventilato la possibilità di incriminare l’allora ministro della Difesa Tzipi Livni, che ha annullato il suo viaggio in quel Paese.

In conseguenza a tali fatti e in occasione dei Suoi incontri Le chiediamo:

- di non rinnovare l’accordo di cooperazione militare con Israele, finché il suo governo non rispetti gli obblighi sanciti dal diritto internazionale e dalla garanzia del rispetto dei diritti umani;

- che venga rispettato l’accordo di associazione Ue-Israele e non si permetta quindi il passaggio di merci provenienti dalle colonie con le facilitazione doganali, dando istruzione alle dogane affinché vigilino sulle etichette di provenienza e blocchino quelle che non sono conformi all’accordo;

- che non venga stipulato nessun nuovo accordo commerciale con Israele senza una precisa e vincolante clausola che lo subordini al rispetto del diritto internazionale e dei diritti umani. Tale clausola dovrebbe prevedere criteri e modi di verifica dell’adempimento e sottoporre alla stessa condizione gli accordi già in essere.

Siamo cittadine e cittadini italiane/i da anni impegnati/e a sostenere l’iniziativa nonviolenta della società civile palestinese e delle organizzazioni pacifiste e anticolonialiste israeliane per la fine dell’occupazione, della discriminazione, dell’ingiustizia, per costruire una convivenza pacifica tra i due popoli, la sicurezza per entrambi, una giusta pace duratura per il Medio Oriente, di cui quei due popoli sono attori sociali e politici fondamentali. Sappiamo che questo è di importanza vitale anche per il nostro Paese, l’Europa e il mondo intero.

Ci rifiutiamo di accettare che il nostro Paese, le sue istituzioni, le sue cittadine e cittadini possano essere complici di quelle gravi violazioni del diritto internazionale e dei diritti umani. Ci auguriamo che le nostre richieste siano da Lei ascoltate e che anche l’Italia, come altri Paesi europei hanno già cominciato a fare, giochi un ruolo efficace nei confronti del governo israeliano affinché corrisponda ai suoi obblighi verso la popolazione palestinese e verso tutta la comunità internazionale.

Si associano: Amisnet, Assopace, Cgil, Fiom-Cgil, Ebrei contro l’occupazione, Rete Radié Resch, Un Ponte per…

Action for Peace c/o Associazione per la Pace

MO: Hamas restituisce israeliano

Sarebbe mentalmente instabile

03 febbraio, 09:32

ANSA) – TEL AVIV, 3 FEB – Dopo 12 ore di contatti discreti, le autorita' di Gaza hanno restituito un israeliano entrato ieri nella Striscia, superato il confine Lo dice la radio militare, secondo cui i contatti con Hamas sono stati tenuti da deputati arabi israeliani, mentre ufficiali israeliani di collegamento al valico di Erez hanno concordato il suo rientro con funzionari tecnici palestinesi. Protagonista e' un arabo israeliano, Hisham Shaaban a-Sayed, di un villaggio del Neghev, sembra instabile mentalmente.

M.O./ Berlusconi incontra Blair a Gerusalemme -2-

“Cordiale” faccia a faccia di mezz'ora

postato 17 ore fa da APCOM

Gerusalemme, 2 feb. (Apcom) – Il colloquio tra Berlusconi e Blair è durato circa mezz'ora. L'ex premier inglese, come rappresentante Quartetto, ha esposto – viene spiegato da palazzo Chigi – la sua visione dello stato delle relazioni all'interno del quadro Mediorientale.

Si è trattato – sottolineano ancora fonti del governo – di un incontro tra vecchi amici, estremamente cordiale, in cui Berlusconi ha riferito l'esito dei colloqui avuti in questi giorni e ha parlato di quello che avrà domani con Abu Abbas.

 

 

 

M.O./ Restauro Gerusalemme, Israele rischia crisi con Islam

Tribunale ferma piano per ristrutturazione Porta Mughrabi

 

Roma, 2 feb. (Apcom) – Dopo le recenti polemiche diplomatiche con la Giordania e la Turchia, il governo israeliano rischia di alienarsi i rapporti con l'intera comunità musulmana, se dceciderà di dare via libera ad alcuni lavori di ristrutturazione alla Porta di Mughrabi, l'ingresso alla Spianata della Moschee di Gerusalemme.

Come spiega il quotidiano israeliano Ha'aretz, nel 2004 erano state rilevate alcune crepe nella rampa di accesso alla porta, ed erano iniziati i lavori di consolidamento: nel mondo arabo si erano diffuse le voci su un tentativo israeliane di minare le fondamenta della Moschea di Al Aqsa, e una squadra di archeologi turchi, recatasi sul posto, aveva denunciato il tentativo di distruggere reperti risalenti al periodo islamico.

Le autorità di Gerusalemme avevano infatti intenzione di sfruttare lo spazio esistente sotto la rampa per ampliare l'area destinato ai fedeli che si recano al Muro del Pianto, sottostante la porta: due settimane fa la Corte Distrettuale di Gerusalemme ha tuttavia accolto il ricorso della comunità musulmana, la quale sostiene che i danni sono molto limitati e non sono dunque necessari lavori su grande scala come quelli previsti dal piano israeliano.

In attesa dell'opinione dell'Unesco – che segue i lavori fin dall'inizio, per assicurare che il patrimonio archeologico della Città Santa non soffra danni – spetterà al governo di Netanyahu decidere se rispettare la decisione della Corte di riconsiderare il piano edilizio o procedere comunque con i lavori, che potrebbero suscitare molte polemiche.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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