Rassegna stampa del 6 aprile.

Rassegna stampa del 6 aprile.

A cura di Chiara Purgato.

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M.O. / Gaza, gruppi armati annunciano stop lancio razzi Qassam

Hamas vuole evitare una nuova offensiva israeliana

Roma, 6 apr. (Apcom) – Quattro gruppi palestinesi della Striscia di Gaza hanno annunciato la stop dei lanci di razzi Qassam contro Israele, dopo lescalation delle ultime settimane che aveva provocato un inasprimento delle tensioni nella regione. Secondo quanto riporta il sito web del quotidiano israeliano Haaretz, lannuncio giunge a seguito delle pressioni esercitate da Hamas – il gruppo integralista che controlla la Striscia – sul tre gruppi minori operativi nel territorio: la Jihad islamica, il Fronte popolare per la liberazione della Palestina e il Fronte democratico per la liberazione della Palestina. Fonti palestinesi hanno riferito che sabato si è tenuta una riunione tra i rappresentanti dei quattro gruppo. Daud Shihab, un portavoce della Jihad islamica, ha confermato che la leadership del gruppo ha deciso di fermare gli attacchi contro Israele. La scorsa settimana Israele aveva minacciato di lanciare una nuova massiccia offensiva sulla Striscia di Gaza in risposta ai nuovi attacchi dellultimo mese contro i centri abitati del Negev occidentale. I dirgenti di Hamas avevano prontamente assicurato che avrebbero chiesto ai gruppi armati della Striscia di fermare i lanci per evitare una nuova guerra, dopo quella di tre settimane combattuta tra la fine del 2008 e linizio del 2009. 

 

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La Pasqua negata dei cristiani palestinesi

Nonostante i permessi, migliaia di palestinesi si sono visti negare l’accesso alla città santa di Gerusalemme per le festività pasquali. L’”altra” settimana santa tra i due lati del Muro

È Pasqua tutto l’anno in Israele e Cisgiordania. Ogni giorno questi luoghi sono attraversati dal passaggio (pesach, Pasqua in ebraico) continuo di milioni di persone. In questa settimana, in modo particolare, migliaia di fedeli da tutto il mondo solcano le strade e visitano i Luoghi santi dei tre monoteismi. Ebrei che hanno festeggiato la Pasqua e pellegrini che affollano le celebrazioni pasquali, quest’anno coincidenti per tutte le confessioni cristiane.
La realtà dell’occupazione militare nei Territori occupati palestinesi racconta però il cammino di un’altra Pasqua, quella di coloro a cui proprio il passaggio al di là del Muro di separazione viene negato. La Pasqua e il Natale sono momenti attesi dai cristiani di Palestina: nelle settimane che precedono le festività, l’autorità israeliana concede e distribuisce i permessi per l’ingresso nella città santa di Gerusalemme, nel resto dell’anno concesso solo a coloro che lavorano in Israele. Il passaggio dai checkpoint e l’ingresso ad al-Quds, “la Santa”, nome arabo di Gerusalemme, è sognato e atteso quanto “
il paradiso o ancor più vicino”, come testimoniano i quadri dell’artista palestinese Yousef Qatalo.
Nei Territori occupati palestinesi la Pasqua di quest’anno pare negata: se l’autorità israeliana afferma di aver distribuito circa 10mila permessi, le organizzazioni cristiane della Cisgiordania parlano di soli 3000 ingressi accordati. A questo si è aggiunta la chiusura dei posti di controllo per tutta la durata della settimana santa, misura decisa dal governo israeliano per ragioni di sicurezza.
Domenica, in occasione della celebrazione delle Palme che ricorda l’ingresso di Gesù a Gerusalemme, migliaia di cristiani palestinesi, in tasca il permesso, hanno tentato di attraversare i checkpoint che separano la Cisgiordania da Israele. La maggior parte si è però vista negare l’accesso alla città santa. Contro queste misure davanti al checkpoint e al Muro si sono svolte manifestazioni di centinaia di israeliani, palestinesi e persone da tutto il mondo. Cristiani di diverse confessioni si sono ritrovati a manifestare insieme a gruppi di fedeli musulmani, che nello scorso Ramadan si erano visti negare l’accesso alla moschea di al-Aqsa. Undici manifestanti sono stati arrestati domenica e rilasciati ieri sera. 
Domenica, nella solennità delle Palme, i cristiani di Beit Sahour, villaggio del distretto di Betlemme, tra i più importanti centri a maggioranza cristiana, sono stati bloccati al checkpoint 300 nei pressi della colonia israeliana di Gilo. Non hanno però voluto rinunciare a tentare nuovamente l’ingresso a Gerusalemme: chiuse le tendine del pullman su cui viaggiavano e nascosti i passeggeri sotto i sedili, l’autista si è diretto verso un altro checkpoint. Di fronte ai soldati al posto di controllo, ha finto di portare al deposito un autobus vuoto. Hanno avuto fortuna: una volta superato il checkpoint, i cristiani sono esplosi in un grido di gioia e applausi.
La processione che dal Monte degli Ulivi ogni anno conduce alla chiesa di sant’Anna è stato un lungo corteo di canti e colori. Il patriarca latino di Gerusalemme, Fouad Twal, ha iniziato la sua omelia ricordando che “Gesù entra a Gerusalemme senza armi né truppe, senza muri di separazione né posti di controllo”.
La sera, al rientro dalla processione, una suora italiana della congregazione delle sorelle dorotee, da 34 anni a Betlemme presso la scuola Effatà che accoglie centinaia di ragazzi palestinesi sordi da tutta la Cisgiordania, attraversa il checkpoint di Betlemme. Nella fila che conduce al controllo di documenti e impronte digitali, fa segno alle cinque ex alunne sorde che con lei attraversano il checkpoint di parlare con la lingua dei segni per farsi riconoscere dai soldati come disabili e accelerare le misure d’identificazione. “Solo loro hanno avuto il permesso di entrare a Gerusalemme per la celebrazione”, ci spiega la suora, mentre insieme attendiamo di passare.
Manifestazioni di fronte al Muro di separazione si sono susseguite per tutta la settimana e sono previste anche oggi, nella giornata del venerdì santo in cui i cristiani ricordano la passione e morte di Cristo. Come spiega Mazim Qumsiyeh, docente all’università palestinese di Birzeit e leader dei comitati popolari di opposizione all’occupazione nell’area di Betlemme, “continueremo a chiedere il rispetto dei diritti umani fondamentali per tutti i palestinesi, a prescindere dalla loro religione”.
Rifat Kassis, direttore dell’ong “Defence for children” e coordinatore del 
documento Kairos Palestina con cui i cristiani palestinesi chiedono la fine dell’occupazione, riassume i sentimenti in questa Pasqua che si avvicina: “la tristezza di non essere autorizzato a entrare a Gerusalemme da dieci anni a questa parte quest’anno è ancora più forte, perché anche i pochi che hanno ricevuto il permesso sono stati respinti al checkpoint”. Conclude che “è una vergogna che la comunità internazionale stia in silenzio davanti a queste restrizioni. Dovrebbe esserci pressione anche dai più alti livelli della Chiesa”.

 

Israele verso l’ingresso nell’OCSE

Un documento confidenziale svela l’accettazione dell’occupazione israeliana da parte dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico

Nei giorni della visita mediorientale del vicepresidente statunitense Joe Biden per riavviare i colloqui di pace tra Israele e l’Autorità palestinese, il cui orizzonte sembra allontanarsi dopo l’annuncio del governo di Benyamin Netanyahu di costruire 1600 nuove unità abitative nella parte orientale di Gerusalemme, alcuni media internazionali svelano un documento confidenziale con cui l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico autorizza l’ingresso d’Israele nell’OCSE, nonostante l’occupazione dei Territori palestinesi. Il testo, datato 1° febbraio 2010, si inserisce nel processo di valutazione della candidatura d’Israele per l’ingresso all’interno dell’OCSE, previsto per il prossimo mese di maggio. Una certezza affermata il 3 marzo dal ministro dell’economia, Giulio Tremonti.

Il documento, “Accession of Israel to the Organisation: Draft Formal Opinion of the Committee on Statistics” (disponibile ora a questo indirizzo), è la bozza della valutazione del Comitato statistico dell’OCSE – il cosiddetto CSTAT – dei dati presentati da Israele rispetto ai parametri economici richiesti ai membri dell’OCSE. La presentazione dei dati e delle statistiche, spiega il documento, è “uno degli obblighi fondamentali per l’ammissione”, come espresso nella Convenzione fondante l’OCSE. Il documento nota come Israele abbia finora presentato i dati riguardanti non solo il territorio dello Stato d’Israele, ma anche Gerusalemme Est, le alture del Golan e le colonie in Cisgiordania, aree occupate illegalmente dal 1967, riflettendo il rifiuto di elaborare statistiche distinte per Israele e i Territori occupati. Il rapporto non presenta però questo punto come un potenziale elemento di non ammissione di Israele nell’organizzazione. Come spiega Shir Hever, economista dell’Alternative Information Center, “pare che l’OCSE voglia accogliere Israele e coprire i crimini dell’occupazione”. Il Comitato statistico “raccomanda la preparazione di uno studio insieme alle autorità israeliane per valutare l’impatto quantitativo delle alture del Golan, di Gerusalemme Est e delle colonie israeliane in Cisgiordania sui dati chiave aggregati a livello economico e sociale”, da presentare, tuttavia, dopo l’ingresso del paese nell’OCSE. Con questo testo, l’OCSE riconosce dunque implicitamente l’occupazione israeliana, legittimandola a livello internazionale.

L’OCSE, organizzazione che raccoglie 30 paesi, con sede a Parigi, iene costituita nel 1948 all’interno del piano Marshall come organizzazione dei paesi dell’Europa occidentale sotto l’ombrello statunitense. Nel 1960 si è trasformata nel 1960 in un organismo internazionale e persegue la promozione dell’economia di mercato e del libero scambio in chiave neoliberista. Attualmente i paesi candidati per un prossimo ingresso sono – oltre ad Israele – Cile, Estonia, Russia e Slovenia. Il processo per l’ammissione d’Israele nell’OCSE è stato avviato nel 1993, sotto l’impulso di Shimon Peres, nel corso del processo di pace di Oslo. Il fallimento degli accordi di pace e lo scoppio della seconda Intifada hanno interrotto il processo di valutazione della candidatura d’Israele.

Gli aspetti più critici espressi dall’OCSE nei confronti del paese hanno riguardato tre aspetti: in primo luogo, l’occupazione israeliana e i dati delle statistiche presentate; in secondo luogo, la corruzione nell’esercito e dell’industria militare e infine i diritti di proprietà intellettuale, in particolare nell’industria farmaceutica. Dal 2007 il processo d’ingresso d’Israele nell’OCSE ha registrato una decisa accelerazione, anche in seguito alle scelte di taglio della spesa per lo stato sociale e alle politiche di privatizzazione intraprese.

Dall’ammissione all’OCSE Israele spera di ricavare una maggiore integrazione nel mercato mondiale e un riconoscimento della sua legittimità e natura democratica. Il momento in cui si prepara l’ammissione nell’OCSE è infine particolarmente importante: i colloqui di pace appaiono particolarmente difficili da entrambe le parti, mentre l’assedio di Gaza supera i mille giorni e sempre più decisa è la repressione della resistenza popolare nonviolenta in alcuni villaggi-simbolo della Cisgiordania, come Bil’in, Nil’in e Al-Ma’asara.

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M.O./ Palestinesi protestano per fiction turca anti-israeliana

Detenute palestinesi: soldati israeliani non ci stuprano

Roma, 6 apr. (Apcom) – Anche le detenute palestinesi in Israele protestano contro la serie Tv anti-israeliana trasmessa dalla tv turca, che nei mesi scorsi ha creato forti tensioni tra Ankara e Gerusalemme. Lo riporta il sito web del Jerusalem Post.

La fiction turca racconta la storia di una famiglia palestinese che parte per una vacanza in Giordania, e che al ritorno trova la sua casa demolita dall’esercito israeliano. Israele aveva protestato duramente contro il governo turco perchè nella fiction i soldati israeliani vengono rappresentati come brutali assassini e stupratori.

Ma secondo il Jerusalem Post questa fiction non è piaciuta anche a molti palestinesi, e in particolare alle donne palestinesi detenute nelle carceri israeliane, irritate da una scena in cui dei soldati israeliani “stuprano” una donna palestinese.

“Questo film diffama le detenute e la loro lotta nelle prigioni degli occupanti”, hanno affermato le detenute palestinesi in una dichiarazione. “Chiediamo al produttore di questa fiction turca di chiedere scusa al popolo palestinese per la scena che mostra i soldati israeliani che stuprano una donna palestinese in una prigione chiamata Miriam”.

La dichiarazione afferma anche che la scena dello stupro non c’entra nulla con la realtà. Le detenute hanno anche condannato la scena in cui la famiglia di una “vittima stuprata” la uccidono dopo la scarcerazione da una prigione israeliana.

“Le famiglie palestinesi abbracciano sempre le loro figlie quando escono di prigione”, dicono le detenute palestinesi. “Consideriamo questa fiction come un tentativo per diffamare l’immagine delle detenute palestinesi e come un insulto pubblico al popolo palestinese. Il film serve solo all’occupazione”.

 

 

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