Visita in prigione ai giovani lanciatori di pietre.

Da www.unita.it

Una delegazione di giuristi nelle carceri minorili di Israele, dove i ragazzi dei Territori sono maggiorenni per legge a 16 anni
Visita in prigione ai giovani lanciatori di pietre

Dario Rossi*

Dall’inizio della seconda Intifada nel Settembre 2000, sono stati arrestati più di 7000 minori ed attualmente ve ne sono oltre 300 tuttora detenuti nelle carceri israeliane. Uno degli Ordini Militari israeliani che disciplinano ogni aspetto della vita nei Territori Occupati, stabilisce che i palestinesi diventano maggiorenni a 16 anni di età, in barba alla convenzione internazionale sui Diritti dei Fanciulli, ratificata da Israele, ed al fatto che gli israeliani, risiedano essi in Israele o nelle colonie dei Territori, raggiungono la maggiore età a 18 anni.Per i minori palestinesi non esistono norme di procedura speciali, né un codice penale minorile, né speciali centri di detenzione, né personale specializzato nel trattamento dei minori. L’arresto, l’interrogatorio, il processo, la detenzione dei minori non si differenziano per nulla rispetto ai maggiorenni; l’unica differenza consiste nella misura della pena, ma incredibilmente l’età dell’imputato è valutata con riferimento al momento della condanna, e non della commissione del reato.
I minori vengono tenuti nelle stesse celle in promiscuità con gli adulti.
Tutte le carceri per palestinesi sono site nel territorio israeliano, così come i Tribunali Militari, in violazione della IV Convenzione di Ginevra (ratificata da Israele), che vieta la deportazione della popolazione residente nel territorio occupato all’interno dello stato occupante.
Questi alcuni dati raccolti nel viaggio di avvocati e magistrati, in collaborazione con Freedom Now di Arci Toscana. La delegazione ha partecipato alla manifestazione settimanale di Bil’in contro il muro che ha separato la popolazione dalle terre coltivabili. gli abitanti hanno anche vinto un ricorso alla Corte Suprema israeliana che ha dichiarato l’illegittimità del tracciato, ma la sentenza non è stata eseguita e le proteste continuano. Quando il corteo ha raggiunto la rete di separazione, i soldati hanno senza preavviso, hanno sparato lacrimogeni ad altezza d’uomo, uno dei quali ha colpito il magistrato Giulio Toscano.
La nostra delegazione ha incontrato avvocati che difendono i minori e una serie di associazioni israeliane e palestinesi che si occupano delle discriminazioni dello stato di Israele ai danni della popolazione palestinese.
Anche i processi sono duri come quelli per gli adulti. I minori vengono portati in udienza a gruppi di due, con mani e piedi incatenati; durante l’udienza gli vengono tolte solo le manette ai polsi. Il processo si svolge davanti ad una corte composta solo da militari, e si svolge tutto i lingua ebraica, con l’ausilio di un interprete che traduce solo una parte molto ridotta di tutto quanto si dice in udienza. Le udienze durano circa 10 minuti per ogni imputato, e vengono continuamente introdotti altri imputati, che si avvicendano velocemente.
All’udienza possono assistere i parenti degli imputati, ma è loro vietato avvicinarsi ai detenuti. Una guardia li fa sistematicamente sedere nei posti più lontani, in ultima fila.
Gli avvocati palestinesi devono conoscere la lingua ebraica, richiedere alle autorità il permesso per entrare in territorio israeliano per incontrare i clienti e partecipare ai processi; altrettanto devono fare i parenti dei detenuti; per ottenere un permesso ci vogliono spesso parecchi mesi, e spesso viene negato. Ai parenti di età compresa tra i 16 ed i 35 anni, è vietata ogni visita ai detenuti.
Ai genitori arrestati, in occasione delle visite di figli molto piccoli, è vietato anche l’abbraccio con i figli.
I detenuti della Striscia di Gaza stanno ancora peggio, in quanto da più di un anno, è preclusa la visita di congiunti.
Sono disastrose le condizioni igieniche, è negato l’accesso a trattamenti sanitari adeguati, così come all’istruzione (una media di due ore la settimana di lezione, quando ci sono, senza alcuna distinzione per classi e per età).
Il 50% delle condanne nei confronti dei minori è relativa al lancio di sassi, per cui è prevista una pena massima fino 20 anni di reclusione.
Abbiamo incontrato un ragazzo di 14 anni, prelevato da uomini in borghese presso la propria abitazione alle 4 di notte, spruzzato con il gas sulla faccia, colpito più volte anche quando era in terra, e durante gli interrogatori, costretto a firmare una confessione in ebraico (come la gran parte degli arrestati); è stato condannato a 4 mesi e mezzo di reclusione per aver lanciato un sasso nella direzione del muro, senza neppure colpirlo. Durante la detenzione gli è stato consentito di vedere i genitori solo per due volte. Abbiamo intervistato altri due ragazzi, di 15 e 16 anni condannati rispettivamente a 14 e 18 mesi per lancio di sassi. Ad Hebron ci hanno presentato una famiglia composta da sei fratelli, tutti minorenni, il più piccolo di 4 anni, i cui genitori sono entrambi trattenuti in detenzione amministrativa (disposta per motivi di "sicurezza" per la durata massima di sei mesi prorogabili per un numero indefinito di volte) da oltre tre anni. Vivono con la nonna materna, e hanno visto i genitori pochissime volte. Vivono con un sussidio dell’Anp di 300 euro mensili, ed hanno smesso di andare a scuola. Israele ha offerto alla madre la libertà se si trasferisce in Giordania, ma ha preferito il carcere piuttosto che abbandonare la propria terra. Il quadro offerto alla delegazione di giuristi è estremamente angosciante. «You are welcome», ci ripetevano in continuazione questi ragazzi, mentre ci raccontavano le loro storie; col nodo in gola, a volte, era difficile anche fargli delle domande.

*Associazione Nazionale Giuristi Democratici

19/06/2008

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