Cisgiordania: i profughi palestinesi sul voto all’Onu

Cisgiordania – Pal-Info. Si ritrovano unanimi nelle rispettive reazioni per l'atteso voto dello Stato palestinese all'Onu, i profughi palestinesi incontrati nei vari campi in Cisgiordania: “Non torneremo su terre diverse da quella da dove fummo cacciati nel 1948”.

Nei loro interventi, i profughi palestinesi che abitano nella Cisgiordania occupata hanno posto alcune domande ad 'Abbas, sui motivi che lo spingono ad andare all'Onu pur sapendo che attualmente esiste la dichiarata opposizione degli Usa con il veto presso il Consglio di Sicurezza.

“E' una battaglia persa”, il voto di settembre, per Mohammed Moustafa, del campo profughi di Nur ash-Shams (Tulkarem), “pertanto, non prenderemo parte a una sconfitta di fronte una totale inosservanza da parte di Israele delle già esistenti risoluzioni Onu”.

'Amer Khaled, difensore dei diritti umani di Ramallah, afferma che “in passato, la spartizione della Palestina prevedeva il 44% allo Stato palestinese. Riconoscerlo nelle condizioni attuali significherebbe accettare il 22% della superficie totale, compresi Muro e colonie”.

Tempo esaurito. Su'ad Mahmoud, studente palestinese del campo di Jalazoun (Ramallah), è più diplomatico quando dice: “Il problema non è andare o meno all'Onu con questa specifica richiesta, il fatto è che 'Abbas vuole azzerare la resistenza, quella giustificata dalla necessità di liberazione. Egli non intende lottare con ogni mezzo possibile”.

Nasser Mohammed, anch'egli studente, del campo profughi di al-'Ain (Nablus Ovest), ha affermato: “Come si può concepire di andare all'Onu se sul campo la situazione è disastrosa, se si reprime la resistenza in Cisgiordania e non esiste con il Presidente nessuna possibilità di accordo?”.

Sono in molti, tra i profughi palestinesi in Cisgiordania, a credere che la mossa politico-diplomatica all'Onu sia un'altra perdita di tempo, un modo per distogliere la popolazione da altre questioni, e destinata a fallire. Le colonie israeliane in Cisgiordania crescono a vista d'occhio.

La caduta del diritto al ritorno. Anche 'Azizah Ahmed, del campo profughi di Jenin, esprime le proprie preoccupazioni: “Riconoscere internazionalmente lo Stato palestinese, oggi, pone il rischio dell'annullamento del Diritto al Ritorno. E' risaputo che il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, prevede un ritorno limitato a zone che non sono esattamente quelle da dove fummo scacciati e poi occupate da Israele nel 1948. 'Abbas non ha il diritto di procedere in questa direzione”.

Kamal Mahmoud, del campo profughi di al-'Aroub, confida: “Riuscire a creare imbarazzo per gli Usa e Israele non si tradurrà automaticamente con la realizzazione del nostro Stato. Non si è mai sentito da nessuna parte che uno Stato viene riconosciuto grazie alla clemenza altrui e tanto meno in una situazione di imbarazzo. A venti anni da negoziati fallimentari, assistiamo ad altri fallimenti. Ciò che si costruisce su un fallimento sarà un altro fallimento”.

(Nela foto: “Stato palestinese”. Pal-Info).

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