Gerusalemme est, la città palestinese confiscata da Israele.

Gerusalemme est, la città palestinese confiscata da Israele

http://www.monde-diplomatique.it:80/LeMonde-archivio/Febbraio-2007/pagina.php?cosa=0702lm12.01.html

A metà gennaio, giunta in Israele e in Palestina «senza proposta né piano», la segretaria di stato Condoleezza Rice s’è accontentata, al termine dei suoi incontri, di annunciare per febbraio un vertice con Ehud Olmert e Mahmud Abbas. Intanto, la colonizzazione israeliana dei territori palestinesi s’intensifica, soprattutto a Gerusalemme est.
reportage cartografico di DOMINIQUE VIDAL e PHILIPPE REKACEWICZ

Da Tel Aviv, la strada principale procede quasi dritta, passato l’aeroporto Ben Gurion comincia a ondeggiare e si arrampica verso Gerusalemme, fra due colline la cui conquista da parte delle forze ebraiche, nel 1948, fece spargere tanto sangue. A 700 metri d’altitudine, penetra nella Città santa da ovest. Sia gli israeliani che gli stranieri non hanno che l’imbarazzo della scelta: possono raggiungere il centro città da molte altre strade, a nord come a sud.
Per i palestinesi di Cisgiordania, raggiungere la città tre volte santa è tutta un’altra storia. Se hanno passato i checkpoint interni, incapperanno nel più brutale degli ostacoli mai inventato per controllare e limitare gli spostamenti nei territori occupati: un muro di una dozzina di metri di altezza, che presto circonderà interamente la parte orientale della città, cancellando il paesaggio e impedendo le tradizionali vie d’accesso. Un muro che taglia anche di netto i due grandi assi storici – Gerusalemme-Amman (strada 417) e Jenin-Hebron (strada 60). Per gli abitanti della Cisgiordania, il mostruoso serpente s’interrompe solo in quattro punti: Qalandiya al nord, Shuafat a nord-est, Ras Abu Sbeitan a est e Gilo a sud. E ancora, per arrivarci, essi dovranno compiere innumerevoli giri, lasciare la macchina e traversare a piedi, essendo assolutamente proibito alle macchine palestinesi (con targa verde) di entrare in Gerusalemme.
Il colonnello Danny Tirza, un colono di Kfar Adoumin, per lungo tempo incaricato dal ministro della difesa israeliano di ideare, tracciare e costruire la «barriera di sicurezza» (secondo la terminologia ufficiale), è soprannominato dai palestinesi «seconda Nakba
(1)». Al termine del suo grandioso progetto, promette a Gerusalemme checkpoint simili a «terminali d’aeroporto». Non è questa l’impressione che lascia un passaggio, anche breve, attraverso il passo di Gilo. Dappertutto i cartelli intimano: «Entrate uno alla volta» «Aspettate pazientemente il vostro turno». «Lasciate questo luogo pulito». «Toglietevi il cappotto» «Seguite le istruzioni». Quanto ai corridoi recintati in alto e ai lati, assomigliano ai tunnel che portano le belve fino alla pista del circo.
Ma qui non c’è nessun genio del circo, nessun signor Loyal: una volta oltrepassato il cancelletto su cui una lucina indica se è aperto o no, una voce metallica intima di passare i bagagli al metaldetector.
Dietro vetri blindati e scuri, si indovina qualcuno. Infine una presenza: un soldato trasandato, i piedi sul tavolo e il mitragliatore Uzi a tracolla, controlla i documenti, borbottando. All’uscita, altri cartelli augurano agli «utenti», in tre lingue, il «benvenuto a Gerusalemme» (distante 4 chilometri). «E che la pace sia con voi»…
Il piano di spartizione dell’Onu del 1947 aveva dotato la città di un «regime internazionale particolare» che rimane, nel 2007, il suo solo statuto riconosciuto a livello mondiale. Ma la guerra del 1948 portò alla divisione tra la Giordania e Israele, che stabilì la sua capitale nella parte occidentale prima d’impadronirsi, nel 1967, della parte orientale e di annettersela. Nel 1980, una legge fondamentale proclamò «Gerusalemme intera e riunificata capitale eterna di Israele».
In mancanza d’eternità, la politica di tutti i governi israeliani, da allora, ha mirato a preservare l’egemonia ebraica sulla città e a impedire la sua divisione e, così facendo, la nascita di uno stato palestinese con Gerusalemme est come capitale.
«La chiave – precisa Khalil Toufakji, direttore del dipartimento di cartografia della Società degli studi arabi, consigliere della delegazione palestinese fino ai negoziati di Camp David – è la demografia.
Imporre una larga maggioranza ebraica è sempre stata la priorità assoluta degli israeliani. Ma i palestinesi, dal 20% della popolazione nel 1967, sono diventati il 35% e potrebbero essere la maggioranza nel 2030
(2)». Questo aumento risulta dal differenziale di natalità, ma anche dalla partenza degli ebrei scacciati dalla disoccupazione, la crisi degli alloggi e… il clima intollerante creato dai religiosi ultraortodossi.
A tal punto che viene a cadere un tabù vecchio di sessant’anni: lo schema principale per il 2020 riconferma certo l’indice politico di 70%-30%, ma ne «ipotizza» un altro, pragmatico, di 60%-40%
(3).
«Come se fosse una buona percentuale!», esclama Meron Benvenisti, senz’altro il miglior specialista di Gerusalemme, per cui si tratta di «puro e semplice razzismo. Noi viviamo nella sola città al mondo in cui una percentuale etnica diventa filosofia». Meno furioso, Menahem Klein – anch’egli consigliere a Camp David, ma di parte israeliana – aggiunge: «I pragmatici constatano, i politici si battono: noi assistiamo al più grande sforzo israeliano dal 1967 per annettersi Gerusalemme» n Storicamente, il primo strumento di questo sforzo fu l’estensione illegale delle frontiere municipali. Riassunto di Amos Gil, direttore dell’associazione Ir Amin (La Città dei popoli): «La città vecchia consta solo di 1 chilometro quadrato; con i quartieri arabi del circondario, al tempo della Giordania arrivava a 6 chilometri quadrati. Israele si è annesso, nel 1967, 64 chilometri quadrati di terre cisgiordane – fra cui 28 villaggi – per arrivare a 70 chilometri quadrati. Quando il muro sarà terminato, cingerà a est circa 164 chilometri quadrati.
Per contro, a Gerusalemme ovest, il piano di estensione, detto Safdie, ha provocato una levata di scudi da parte degli ecologisti».
«C’è un colore che non esiste qui: il verde politico». Meir Margalit, coordinatore del Comitato israeliano contro le distruzioni di case (Icahd), ricorda che, quando il capo del partito di sinistra Meretz, Ornan Yekutiel, s’indignò per la costruzione della colonia di Har Homa al posto di una magnifica foresta palestinese, il sindaco dell’epoca, Teddy Kollek, morto di recente, replicò: «È verde solo per gli arabi».
Apartheid ecologico: queste zone «di un certo giallo polvere e piene di detriti», ironizza l’architetto Ayala Ronel, proibiscono agli arabi di costruire, ma permettono agli ebrei di colonizzare…
n La colonizzazione costituisce il secondo strumento della strategia israeliana. Architetto e dirigente dell’associazione Bimkom, che si batte per il diritto di tutti a pianificare la città, Shmuel Groag ricapitola: «Il primo anello era composto da 7 grandi colonie: Gilo, Armon Hanatziv – Talpiot-est, French Hill, Ramat Eshkol, Ramot, Ramot Shlomo, Neve Yaacov. Il secondo ne comprendeva 2, Pisgat Zeev e Maale Adoumim. Il terzo ne ha aggiunte 9: Givon, Adam, Kochav Yaa
cov, Kfar Adoumim, Keidar, Efrat, Betar Illit, Har Homa e le colonie di Goush (blocco) Etzion. In totale, esse raggruppano la metà dei 500.000 coloni che conta la Cisgiordania».
Fondatore del Centro d’informazione alternativo e figura autorevole del movimento pacifista, Michel Warschawski organizza volentieri dei «viaggi» militanti, per mostrare concretamente «il principio che guida la colonizzazione: creare una continuità territoriale ebraica che spezzi la continuità territoriale araba». E afferrare una foglia che cade a pezzi per le troppe manipolazioni. È una citazione dell’ex sindaco della colonia di Karnei Shomron, che intende «garantire che la popolazione ebraica di Yesha
(4) non viva dietro il filo spinato, ma in una continuità di presenza ebraica. Se si prende ad esempio la regione che si trova tra Gerusalemme e Ofra, e se si aggiunge una zona industriale all’entrata della colonia di Adam e una stazione di servizio all’entrata di Psagot, allora noi abbiamo un asse di continuità israeliano».
n Il terzo strumento è il controllo totale delle vie di comunicazione per dislocare lo spazio palestinese, ridurre la mobilità della popolazione e cancellare le possibilità di sviluppo. Non soltanto Israele s’è impadronito dei grandi assi esistenti che ha rinnovato e allargato, ma ne ha costruito di nuovi perché i coloni possano arrivare a Gerusalemme il più rapidamente possibile – ciò che è anche uno degli obiettivi del futuro tram (si veda l’articolo a pagina 14).
Il tutto forma un’impressionante rete di strade a quattro corsie, illuminate la notte, lungo le quali gli alberi sono stati tagliati, le case considerate «pericolose» distrutte e sono stati eretti dei muri di protezione – in nome, naturalmente della «sicurezza». Su queste «strade di raccordo» che collegano le colonie tra di loro, i palestinesi non possono circolare e sono costretti a servirsi di una rete secondaria di cattiva qualità, quasi totalmente priva di manutenzione, e chiusa da numerosi checkpoint, fissi o mobili.
Eccoci al posto di blocco detto Container, a sud d’Abou Dis, che controlla – e spesso chiude – l’ultimo principale asse palestinese che collega il nord al sud della Cisgiordania. Porta bene il suo nome di Wadi Nar, «valle del fuoco», e, per estensione, «valle dell’inferno»: la sua carreggiata è in certi punti così stretta che due camion che s’incrociano passano difficilmente – sempreché riescano a salire e scendere le sue discese vertiginose. Per contro, non lontano, la larga strada a scorrimento veloce offerta da Itzhak Rabin ai coloni permette loro di filare dritti verso le colonie di Goush Eztion e di Hebron… senza incontrare un solo arabo.
Questo «apartheid che non dirà il suo nome» – formula del capo dei negoziatori palestinesi Saeb Erekat
(5) – diventa esplicito con il progetto di «circolazione fluida» caro al colonnello Tirza: laddove ebrei e arabi non possono fare a meno di incrociarsi, non si vedranno grazie ai ponti e ai tunnel… «Per rompere l’isolamento dei villaggi palestinesi di Bir Cabala e Al-Jib – spiega sul posto l’architetto Alon Cohen-Lifschitz, di Bimkom – gli israeliani costruiscono su due chilometri, dieci metri al disotto del livello del suolo, una strada incassata e recintata da reti metalliche, due tunnel e un ponte!». In fatto di segregazione c’è però di peggio: a partire dal 19 gennaio 2007, un ordine militare intendeva proibire a ogni israeliano o palestinese «residente» di trasportare un abitante non ebreo di Cisgiordania… Ha suscitato, però, proteste tali che la sua applicazione è stata «congelata»…
n Quarto strumento, l’infiltrazione della città vecchia e del «bacino sacro». «Per i coloni, Gerusalemme è come una cipolla: il più buono, è il cuore», scherza Margalit. Recupero di antichi beni ebraici, confisca attraverso la legge degli assenti e degli acquisti attraverso collaboratori si moltiplicano a un ritmo tale che il giornalista Meron Rapoport ha parlato di «Repubblica d’Elad
(6)» – dal nome dell’organizzazione di coloni alla quale le autorità, in modo assolutamente insolito, hanno delegato la gestione della «Città di David (7)».
A partire da questo insediamento di carattere storico, si misura – dal numero di case arabe che inalberano bandiere israeliane e da quello dei «gorilla» armati che passeggiano nelle strade – quanto la più volgare delle colonizzazioni si impadronisca di Silwan, scenda verso Boustan (dove 88 edifici stanno per essere distrutti), poi risalga verso Ras Al-Amoud (Maale Zeitim) e Jabal Mukaber (Nof Zion).
E le due prime case di Kidmat Zion sfidano già, da sopra il muro, il Parlamento palestinese, ultimato ma vuoto, d’Abou Dis. La carta conferma che tutte queste metastasi disegnano una vera diagonale di epurazione etnica…
«Non fermatevi alle cifre – insiste Fouad Hallak, consigliere della squadra di negoziatori dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp). I 17 punti di colonizzazione della città vecchia e dei suoi immediati dintorni certo riguardano appena 2.600 abitanti su 24.000, ma si inscrivono in una strategia tenace di "depalestinizzazione"».
n La giudaicizzazione, quinto strumento della strategia israeliana, comincia dai simboli. Un amico palestinese indica questi segni che pongono, sulla Gerusalemme araba, l’arredo della città ebraica. «Dal più spettacolare – come questi monumenti che commemorano gli eroi delle guerre d’Israele e questi edifici pubblici costruiti a Est – ai più discreti: marciapiedi, lampadari, piccole aiuole fiorite.
Senza dimenticare i nomi delle strade». Piazza di Tsahal, via dei Paracadutisti, crocevia del Quartier generale: «Questi nomi sono comparsi dopo l’annessione di Gerusalemme est nel 1967 – osserva il giornalista Danny Rubinstein
(8) – evidentemente perché gli arabi non dimentichino chi ha vinto».
A Parigi, degli amici ci avevano avvertito: «La città vecchia si sta svuotando». Mai, purtroppo, in trent’anni ci era apparsa così triste. «Gli israeliani vorrebbero colonizzarne la gran parte e ridurre il resto a qualche via folcloristica, come a Jaffa», si lascia sfuggire il nuovo ambasciatore palestinese all’Unesco Elias Sanbar. Sanbar ha appena sventato una manovra che ha dell’incredibile: un raggiro israeliano per ottenere l’iscrizione della città vecchia araba sulla lista del patrimonio… dello stato ebraico! La giudaicizzazione passa anche per la rimessa in questione del libero accesso ai Luoghi santi, benché esso sia principio comune a tutti i testi internazionali dal trattato di Berlino (1885). «Sono anni che i musulmani e i cristiani di Cisgiordania non possono più entrare a Al Aqsa o al Santo Sepolcro – protesta il direttore di Waqf
(9) Adnan Al-Husseini. Quanto ai residenti di Gerusalemme, devono avere 45 anni per venirci a pregare. Senza parlare delle umiliazioni inflitte dai circa 4.000 soldati schierati durante le grandi feste». E gli scavi praticati sotto la Spianata? «Non
oso immaginare quel che succederebbe se i pazzi che sognano di "ricostruire il Tempio" danneggiassero le nostre moschee».
Altrettanto preoccupati, i patriarchi e i capi delle chiese cristiane a Gerusalemme hanno pubblicato, il 29 settembre 2006, una dichiarazione che riafferma l’esigenza di uno «statuto speciale» che garantisca in particolare «il diritto umano alla libertà di culto per tutti, individui e comunità religiose; uguaglianza davanti alla legge di tutti gli abitanti in linea con le risoluzioni internazionali; il libero accesso a Gerusalemme per tutti, cittadini residenti o pellegrini».
Insistono perché «i diritti di proprietà, di tutela e di culto che le diverse chiese hanno acquisito attraverso la storia continuino a essere appannaggio delle stesse comunità». E si appellano alla comunità internazionale per far rispettare lo «status quo dei Luoghi santi
(10)» Pur essendo al corrente di quanta incredibile violenza sia capace un occupante – ebreo, cristiano o musulmano – , un bulldozer che distrugge una casa sotto gli occhi dei suoi abitanti è uno spettacolo insopportabile (11). Atto che, dal 2000, il comune e il ministero dell’interno hanno ripetuto 529 volte – senza parlare delle multe imposte ai proprietari, 22,5 milioni di euro (12)! Repressione molto diseguale: secondo Betselem, l’organizzazione israeliana di difesa dei diritti umani, nel 2005, le 5.653 infrazioni constatate a ovest hanno dato luogo a 26 demolizioni parziali o totali, mentre le 1.529 registrate all’est ne hanno comportato 76 (13)! Per Margalit, il comune «vive nella paura che la sovranità israeliana su Gerusalemme sia in pericolo. In questa mentalità paranoica, ogni casa, ogni albero e persino ogni vaso di fiori diventa parte attiva di una cospirazione politica mondiale». Argomenti che invece non prende affatto in considerazione Ygal Amedi: per questo vicesindaco, le demolizioni «eccezionali» sono giustificate perché colpiscono «edifici costruiti illegalmente». Curiosamente, benché faccia parte del Comitato per la pianificazione e la costruzione, egli assicura di non sapere che, in molti casi, gli ispettori del suo comune procedono alle distruzioni violando una norma giuridica. «Il comune – si giustifica – si sforza di mettere un po’ d’ordine in questo caos».
Una grande idea! Poiché «l’illegalità» del 40% delle case di Gerusalemme est – 15.000 su 40.600 – riguarda il fatto che il comune concede solo col contagocce i permessi ai palestinesi: dal 2000 al 2004, 481 su 5.300 edifici costruiti. E una domanda costa cara: oltre 20.000 euro e mesi di pratiche per un fabbricato di circa 200 mq… Ma soprattutto la superficie edificabile s’è ridotta come pelle di zigrino. Dopo il 1967, la superficie di Gerusalemme ovest era di 54 km2 , quella di Gerusalemme est, 70 km2, 24 dei quali furono espropriati per darli ai coloni. Sui restanti quarantasei, 21 non sono stati oggetto di un piano di urbanizzazione. Fra i 25 pianificati, 16 sono riservati agli spazi verdi, edifici pubblici, strade, ecc. I 9 km2 edificabili per i palestinesi rappresentano dunque … 7,25% della superficie totale della città! Architetto e militante di Bimkom, Efrat Cohen-Bar brandisce il poderoso volume costituito dal nuovo «Master plan». «Nonostante qualche progresso, la disparità di trattamento resta. Da qui al 2020, i nostri pianificatori accordano 3 nuovi chilometri quadrati edificabili ai 158.000 palestinesi supplementari e 9,5 km2 ai 110.000 ebrei supplementari». La geografa Irene Salenson rileva inoltre una «limitazione orizzontale e verticale dello sviluppo urbano palestinese»: l’est potrà costruire in media fino a 4 piani (invece degli attuali 2), ma l’ovest da 6 a 8
(14)! n Questa disparità è solo uno degli aspetti d’una generale politica di discriminazione che costituisce il sesto e ultimo strumento dell’egemonia di Israele. Solo gli ebrei (e 2,3% dei palestinesi) sono cittadini.
Titolari di una carta d’identità verde, i palestinesi di Cisgiordania non hanno alcun diritto, neanche più quello di venire in città, salvo con un’autorizzazione accordata sempre più di rado. I «residenti permanenti» con la loro carta d’identità blu, usufruiscono invece di prestazioni sociali e del diritto di voto alle elezioni locali, che non si estende automaticamente né al coniuge né ai figli.
Il famoso rapporto europeo la cui censura da parte del Consiglio dei ministri dei 25 fece scandalo a fine 2005, mostra un’altra deriva: «Tra il 1996 e il 1999, Israele ha messo in opera una procedura denominata "centro di vita", secondo la quale chi possiede una carta d’identità blu ma abita o lavora fuori da Gerusalemme est, a Ramallah, per esempio, perde questa carta d’identità. Perciò, un’ondata di possessori di queste carte si è concentrata su Gerusalemme est
(15) » Il bilancio della città non è meno discriminatorio: a Gerusalemme est, che ha il 33% di popolazione, ne viene destinato solo 8,48%.
Ogni ebreo ottiene in media 1.190 euro, e ogni arabo 260. Non c’è da stupirsi se, precisa Betselem, il 67% delle famiglie palestinesi vive sotto la soglia di povertà, contro il 29% delle famiglie israeliane
(16). Amedi, lui stesso proveniente da un quartiere povero, non nega i «ritardi di cui soffrono, in materia di infrastrutture e servizi, i quartieri arabi e ultraortodossi». Assicura tuttavia che la città, quando il suo sindaco si chiamava Ehud Olmert, ha «investito più che mai per colmare il divario», e sciorina i progetti in corso.
«Gocce d’acqua nell’oceano – riconosce. Ma bisogna pur cominciare da qualcosa».
n Si deve però constatare che, per adesso, tutto comincia e finisce con la costruzione del muro, che mobilita i più imponenti mezzi: 800.000 euro al chilometro – e ce ne saranno 180, di cui solo 5 sulla Linea verde. Bisogna dire che l’argomento della sicurezza non tiene affatto. Gli attentati kamikaze – 171 vittime in sei anni – hanno traumatizzato la città. Ma qui, il muro, per la maggior parte del suo tracciato, non separa israeliani e palestinesi: taglia fuori i palestinesi dalle loro scuole, dai loro campi, dai loro uliveti, dai loro ospedali e dai loro cimiteri …
«Il muro è uno strumento che il governo usa per controllare Gerusalemme e non per garantire la sicurezza degli israeliani», taglia corto Menahem Klein. Di fatto, rappresenta la quintessenza di tutti gli strumenti di dominio fino a qui elencati. Moltiplica la superficie di Gerusalemme est per 2,3, disegnando una sorta di trifoglio che include le nuove colonie con le loro zone di sviluppo: al nord Bet Horon, Givat Zeev, Givon Hadasha e il futuro «parco metropolitano» di Nabi Samuel; al sud Har Gilo, Betar Ilit e così pure il complesso del Gouch Etzion; all’est infine Maale Adoumim.
Dal belvedere de
ll’ospedale Augusta Vittoria si vede meglio la minaccia mortale che il cantiere in corso all’est rappresenta per il futuro stato palestinese. La colonia stessa occupa 7 km2. Ma il piano comunale del «blocco di Maale Adoumim» copre una superficie totale, in gran parte ancora deserta, di 55 km2 (più di Tel Aviv: 51 km2). La sacca s’estende quasi fino al mar Morto e taglia dunque in due la Cisgiordania.
Al nord, la famosa zona E1 rappresenta con i suoi 12 km2 (dodici volte la città vecchia!) l’ultimo spazio di crescita possibile per Gerusalemme est. Ora anche l’opposizione – formale – di Washington non ha impedito la costruzione del nuovo quartier generale della polizia per la Cisgiordania, nell’attesa di costruire alloggi, centri commerciali, alberghi, ecc. Quanto ai beduini jahalin, ecco i loro poveri accampamenti sulla collina dove sono stati «trasferiti» e che domina… la discarica.
Terra palestinese quanta più possibile, ma con il meno possibile di palestinesi: questo vecchio principio ha guidato il tracciato del muro che include le colonie ebraiche, ma esclude i quartieri arabi. Così rigetta in Cisgiordania, dal nord al sud, la località di Qafr Aqab, vicino al campo profughi di Qalandiya, la metà di Beit Hanina, gran parte di A-Ram, Dahiyat al-Bared, Hizma, il campo di Shuafat, Dahiyat Al-Salam, Anata, Ram Khamzi e, all’estremo sud, Walaja. Una prima assoluta: 60.000 dei 240.000 palestinesi di Gerusalemme sono stati espulsi… senza muoversi! Con grandi perdite conseguenti.
Perdita di tempo: «Prima, andavo a piedi all’università in dieci minuti – racconta Mohammad, uno studente di Ramallah iscritto a medicina all’Università Al Qods. Adesso, ci vogliono novanta minuti in macchina».
Perdita di soldi: se i commercianti del lato «cattivo» d’A-Ram lamentano una diminuzione dal 30% al 50% del loro guadagno, un dentista ha dovuto semplicemente chiudere lo studio, mentre il proprietario di un palazzo con vista imperdibile sul muro non ha più un solo inquilino.
Perdita di personale: tra un terzo e la metà dei medici e degli infermieri, ma anche degli insegnanti non può più venire a lavorare a Gerusalemme.
Perdita annunciata della «residenza»: chiunque, al momento di rinnovare la sua carta d’identità blu non avrà più un alloggio o un lavoro a Gerusalemme, ne sarà privato. Perdita, infine, e soprattutto, per Gerusalemme est del suo ruolo di metropoli palestinese.
«Ognuno sa che i prossimi negoziati partiranno dai "parametri di Clinton", e segnatamente dalla spartizione della città per far posto a due capitali – riassume Menahem Klein. Ecco ciò che il muro cerca di evitare, spaccando Al Qods come centro metropolitano, scollegandola dal suo hinterland economico, sociale e culturale palestinese. Ma se i nostri dirigenti sperano di approfittare della debolezza dei palestinesi, fanno un calcolo sbagliato: le giovani generazioni alzeranno la testa. Che resterà allora dell’ambizione di Sharon e di Olmert di "liberare di nuovo Gerusalemme?"». Altri interlocutori collegano la scalata israeliana allo stato del processo di pace. Così l’ambasciatore Sanbar, secondo il quale c’è stata un’accelerazione «a partire dal momento in cui Gerusalemme è stata ufficialmente iscritta nell’ordine del giorno dei negoziati.
Così, a forza di fatti compiuti non resterà più niente da negoziare».
Per Wassim H. Khazmo, consigliere della squadra di negoziatori palestinese, «Sharon ha approfittato della debolezza della comunità internazionale per prendere quel che George W. Bush gli aveva promesso nella sua lettera del 14 aprile 2004 – i blocchi di colonie».
Quale non sarà la nostra sorpresa, d’altronde, nel sentire Toufakji rinunciare a rivendicare questi «blocchi», in nome del realismo.
«Anche Maale Adoumim?» «Sì» «Anche la zona E1?» «Sì». Quasi in risposta a questa rinuncia, Hasib Nashashibi, della Coalizione per Gerusalemme parlerà della «crisi di leadership» nell’Olp: «Gli israeliani sfruttano evidentemente le nostre divisioni e i nostri errori». E Amos Gil precisa «che gli attentati kamikaze hanno fornito l’argomento principale per giustificare il muro».
Scoprendoli, si pensa a Kafka o a Ubu re: sono i palestinesi dell’enclave di Biddu (35.500 persone), Bir Nabala (20.000) e Walaja (2.000) intrappolati dal muro o dalla barriera che li circonda completamente. E la famiglia Gharib è sicuramente il capro espiatorio. Uno dopo l’altro, i coloni di Givon Hadasha hanno costruito sulle terre private palestinesi case intorno alla sua, trasformata in una piccola enclave, collegata da un sentiero al suo villaggio originario. Tutto intorno un reticolato in cui presto passerà la corrente elettrica e che sarà sorvegliato da una telecamera … Simpatici vicini: vedendoci, uno di loro urla dalla finestra: «Ho un’arma, vi ammazzo!». Solo parole? Hanno già ucciso uno dei figli della famiglia Gharib che perseguitano da più di vent’anni, ma che resiste… Come non pensare allo sfogo, alla vigilia, di Benvenisti: «Il muro?
Ma è il monumento alla disperazione totale! Guardate Betlemme: da un lato, la chiesa della Natività, dall’altra il bunker costruito intorno alla tomba di Rachele. L’arroganza dell’occupante pretende di definire e ridefinire le comunità a suo piacimento: come se la "barriera" dividesse gli arabi "buoni", accettati a Gerusalemme, dai "cattivi", che ne sono esclusi. Gli inventori di questo orrore ragionano con la stessa logica coloniale da XIX secolo che avevate voi, i francesi, quando non volevate mollare l’Indocina o il Maghreb.
Ma qui non andrà meglio. Il muro di Gerusalemme finirà come quello di Berlino».
note:

(1) La Nakba indica la scomparsa della Palestina e l’esodo forzato di 800.000 suoi abitanti nel 1948. Quanto al colonnello Tirza, dopo aver apertamente mentito alla Corte suprema per giustificare il tracciato del suo muro, non ha avuto il rinnovo del contratto.

(2) A fine 2006, il numero degli abitanti di Gerusalemme era stimato a circa 700.000 : 470.000 ebrei e 230.000 palestinesi.

(3) Bulletin du Centre de recherche français de Jérusalem, n. 16, p. 212-213, 2005.

(4) Haaretz, Tel Aviv, 17 luglio 1996. «Yesha» è la contrazione di Yehuda ve Shomron (Judea e Samaria), nome dato dai coloni alla Cisgiordania.

(5) Nell’eccellente volume Un mur en Palestine di René Backmann, Fayard, Parigi, 2006.

(6) Haaretz, Tel-Aviv, 26 aprile 2006.

(7) Il re David vi avrebbe fondato la sua capitale verso l’anno 1000 a.C.
(8) Haaretz, Tel-Aviv, 26 novembre 2006.

(9) Autorità preposte alla gestione dei beni religiosi musulmani.

(10) http://paxchristi.cef.fr/docs/jerusalem.rtf
(11) Cfr.

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