Storie da Piombo Fuso: la famiglia Nasla

Gaza – Pchr. 1° gennaio 2009: la famiglia Nasla. 

“Spero almeno, se il nostro destino è morire, di morire insieme. Preferirei non dovesse restare nessuno, a dover sopportare un tale dolore”.

Il primo gennaio 2009, alle 15:00 circa, aerei militari israeliani hanno colpito un serbatoio d'acqua di fronte all'abitazione della famiglia Nasla, nel nord di Beit Lahiya. Quando la prima bomba raggiunse il bersaglio, la famiglia Nasla stava pranzando: durante la fuga dalla casa piena di fumo, una seconda e una terza bomba colpirono la zona, uccidendo Ayoun Nasla, 6 anni, e M'uz Nasla, 2 anni.

Per Jihad Nasla, il padre di Ayoun e M'uz, il ricordo di quel giorno è particolarmente doloroso. “Ho trovato M'uz con il cuore fuori dal petto – ricorda –, e mia figlia Ayoun con il cranio spaccato e il cervello fuoriuscito”. “Di notte ero solito raccontare a M'uz le storie di Abramo, per farlo addormentare. Ed è di notte che vado a far visita alle loro tombe, quando il ricordo dell'accaduto si fa più vivido”. “Non posso più andare al negozio di vestiti: ero solita acquistare per tre maschi e due femmine, non sopporto di dover comprare solo per tre”, aggiunge Fatima, 42 anni.

Fatima, la madre dei bambini, ha riflettuto a lungo su quel giorno fatale. E' evidente quanto ella pensi ai momenti, ai giorni e agli anni precedenti l'attacco. “Mu'z era abituato ad andare sul balcone di casa ogni mattina, per dire 'buongiorno' ai villaggi di Majdal e Herbia, da cui la nostra famiglia proviene: e ogni sera diceva 'buonanotte'. Il giorno in cui è stato ucciso, ha potuto salutare solo al mattino…”, ricorda Fatima. “M'uz amava cantare tutto il tempo la sua canzone preferita della resistenza: ogni volta che la sento mi ricordo così tanto di lui, anche perché viene trasmessa molto nell'anniversario della sua morte, che, casualmente, coincide con l'anniversario di uno dei gruppi della resistenza. Il titolo della canzone è ora scritto sulla sua tomba”.

Le dinamiche familiari sono cambiate drammaticamente dal giorno dell'attacco: tutti condividono la situazione di stress. Lo stress di un membro della famiglia fa aumentare l'ansia degli altri. Racconta Jihad: “Mia moglie ora piange ogni giorno, io cerco sempre di calmarla e ciò può condurre a situazioni conflittuali tra noi”. “Piango così spesso – aggiunge Fatima – che la mia vista comincia a risentirne”. Anche l'ansia dei bambini si trasmette ai genitori. “Se Zeid si sveglia durante la notte, al buio, comincia a gridare; e io mi sveglio col terrore che qualcosa stia accadendo”, dice Jihad.

L'ansia dei bambini è evidente sia dai discorsi dei genitori, sui cambiamenti che hanno attraversato dalla morte dei loro fratelli, che dalle loro reazioni al triste argomento. “Mu'tassam era molto calmo fino al momento dell'incidente. Ma poi ha iniziato a essere violento. Anche i suoi voti, a scuola, ne hanno leggermente risentito”, dice Jihad.

I discorsi sul futuro, per la coppia, sono carichi di dubbi e di paure. “Spero di vivere in pace con gli israeliani, in futuro: ma dubito che ciò possa accadere dato ciò che gli israeliani ci fanno”, dice Fatima. “Spero, almeno, se il nostro destino è morire, di morire insieme. Preferirei non dovesse restare nessuno, a dover sopportare un tale dolore”. Jihad esprime sentimenti simili: “Sono terrorizzato al pensiero che un nuovo attacco porti via qualcun altro di noi. Quando gli aerei volano sopra di noi, chiedo ai bambini di giocare, in modo da distrarci. La mia speranza è che il nostro dolore possa un giorno finire, ma non so come questo possa accadere”.

Il Pchr presentò una denuncia penale alle autorità israeliane il 9 settembre 2009. Ad oggi, nessuna risposta è stata ricevuta.

Traduzione per InfoPal a cura di Stefano Di Felice

 

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