Donne reclute dell'esercito israeliano denunciano il trattamento dei militari contro i palestinesi

Le immagini su Facebook di una soldatessa israeliana in posa accanto a
Palestinesi con gli occhi bendati hanno provocato una tempesta. Adesso due
ex-soldatesse si sono espresse apertamente sulla loro esperienza.

Harriet Sherwood <http://www.guardian.co.uk/profile/harrietsherwood>
The <
http://observer.guardian.co.uk/>* Observer*

Domenica 22 agosto 2010

E’ stata una semplice parola scarabocchiata su di un muro dell’Università
ebraica di Gerusalemme a far scattare qualcosa dall’intimo di Inbar
Michelzon, due anni dopo il termine del suo servizio militare obbligatorio
nella Forza di Difesa Israeliana (FDI).

La parola era “occupazione”. “Sono davvero trasalita, come se qualcuno
avesse pronunciato l’inespresso”, ha ricordato la settimana scorsa in un
caffè di Tel Aviv, “ne sono stata davvero scioccata. C’era un graffito che
diceva “*mettete fine all’occupazione*”. E ho avuto la sensazione che OK,
adesso posso parlare di quel che ho visto”.

Michelzon è diventata una delle poche ex coscritte israeliane che ha
parlato apertamente delle proprie esperienze militari, un gesto che ha
comportato accuse di tradimento e slealtà. E’ impossibile sapere quanto
siano rappresentative queste testimonianze, ma esse offrono  un’immagine
diversa dell'“esercito più morale del mondo”, come la FDI definisce se
stessa.
Preoccupazioni sulla cultura dell’esercito israeliano sono nate la scorsa
settimana in seguito alla pubblicazione su Facebook di foto di una coscritta
che posava a fianco di Palestinesi ammanettati e con gli occhi bendati.
Quelle immagini ricordavano lo scandalo di Abu Ghraib in Iraq. Ma
l’ex-soldatessa Eden Abergil ha detto di non vedere che cosa non andasse
bene nelle foto, descritte come “sgradevoli e insensibili” dalla FDI.
Israele è l’unico paese a reclutare donne di 18 anni per il servizio
militare obbligatorio. L’esperienza può rendere brutale quel 10% che presta
servizio nei territori occupati, come ha fatto Michelzon.

“Ho lasciato l’esercito con una bomba ad orologeria nella pancia” ha detto.
“Avevo l’impressione di aver visto il cortile posteriore di Israele. Avevo
visto qualcosa di cui la gente non parla. E’ come se conoscessi il segreto
sporco di una nazione e ho bisogno di parlarne”.
Michelzon, che adesso ha 29 anni, ha cominciato il suo servizio militare nel
settembre del 2000, proprio all’inizio della seconda intifada. “Sono entrata
nell’esercito con una visione molto idealista – Volevo veramente servire il
mio paese”. Era stata destinata ad Erez, il passaggio tra Israele e la
striscia di Gaza, per lavorare nella camera di controllo radio.
“C’era una forte tensione, molti spari e attentatori suicidi. Un po’ per
volta, si capiscono le regole del gioco. Bisogna rendere dura la vita per
gli Arabi – è la regola principale – perché sono i nemici”.
Cita l’esempio di routine di una donna palestinese che aspettava alla
frontiera. Michelzon ha chiamato il suo superiore, chiedendo
l’autorizzazione per lasciar passare la donna. Le è stato detto di fare
questa domanda solo dopo aver fatto aspettare la donna per due ore. “Mi
sentivo molto sola nell’esercito. Non c’era modo di parlare di cose che io
sentivo fuori posto. Non ero di vedute molto ampie ma mi sentivo a disagio a
causa del modo di parlare a proposito dei soldati che picchiavano gli Arabi
e si divertivano. Pensavo che tutti fossero normali e fossi io la sola a non
esserlo. Mi sentivo estranea all’esperienza del gruppo”.
Alla fine del suo servizio, nel giugno 2002, Michelzon ha detto di aver
sentito il bisogno di scappare ed è partita per l’India. “Poco a poco sono
entrata in depressione”, ha detto. E’ solo dopo essere tornata per
iscriversi all’università e dopo due anni di terapia, che ha cominciato a
considerare suo dovere parlare apertamente. E’ anche entrata in contatto con
“Rompere il silenzio”, un’organizzazione di veterani dell’esercito che
pubblica testimonianze di ex-soldati sulla vita nei territori occupati, per
stimolare un dibattito sul “prezzo morale” dell’occupazione. Michelzon ha
reso la sua testimonianza al gruppo e due anni fa è comparsa in un
documentario, *Vedere se sorrido*, sulle sue esperienze di giovane donna
nell’esercito. Il film – ha detto – è stato criticato da tutte le parti. La
sinistra si è concentrata sulle “cattive cose    che facevamo e non sul
fatto che volevamo avviare la discussione. Volevamo alzare uno specchio e
dire alla società israeliana di guardarsi negli occhi.
“Da parte della destra, la reazione è stata perché fate questo al vostro
stesso popolo? Odiate il vostro paese? Ma io l’ho fatto perché amo il mio
paese. Era una lotta per dire che volevamo parlare della situazione
politica”
L’impatto psicologico del servizio militare sulle donne è innegabile, dalle
testimonianze di Michelzon e di altre, in particolare fra quelle che fanno
servizio nei territori occupati. “Se si vuol sopravvivere come donne
nell’esercito, si deve essere virili” ha detto. “Non c’è spazio per i
sentimenti. E’ come una gara per vedere chi è il più duro. Molto spesso le
ragazze cercano di essere più aggressive dei ragazzi.”

La sua esperienza fa eco a quella di Dana Golan, che ha fatto servizio in
Cisgiordania, nella città di Hebron, nel 2001-2002, una delle 25 donne fra
300 soldati maschi. Come Michelzon, Golan ha parlato apertamente solo alla
fine del suo servizio militare. “Se avessi espresso le mie ansie,
l’avrebbero attribuito a debolezza” ha detto.
Golan, che ora ha 27 anni, ha detto che “il momento più sconvolgente” del
suo servizio è stato durante una perquisizione per cercare armi in una casa
palestinese. La famiglia è stata svegliata alle 2 del mattino dai soldati
“che hanno messo sottosopra tutta la casa”. Nessun’arma è stata trovata. I
bambini della casa erano terrorizzati. “Io pensavo, come mi sentirei se
fossi una piccolina di 4 anni? Come crescerei? In quel momento ho realizzato
che a volte noi facciamo cose che creano soltanto vittime. Per essere un
buon occupante, dobbiamo creare il conflitto”.
In un’altra occasione, ha visto dei sodati che rubavano in un magazzino
palestinese di elettronica. Ha tentato di far rapporto, per sentirsi dire
semplicemente “
che c’erano cose sulle quali io non potevo interferire”.
Ha detto anche di aver visto degli anziani palestinesi umiliati per strada,
“e ho pensato che avrebbero potuto essere i miei genitori o i miei nonni”.
Israele è deluso da queste testimonianze, in parte a causa del servizio
militare universale. “Siamo cresciuti con la convinzione che la FDI fosse
l’esercito più morale del mondo. Tutti conoscono persone che sono
nell’esercito. Ora, quando io dico che si fanno cose immorali, io parlo di
vostra sorella o di vostra figlia. E la gente non ha voglia di ascoltare”.

La FDI è fiera che il 90% delle sue funzioni siano aperte in ugual misura a
uomini e donne.
“Servire in una unità di combattimento, dove si è quotidianamente a contatto
con persone che possono nuocervi, non è facile – si deve essere duri”, ha
detto il capitano Arye Shalicar, portavoce dell’esercito. “Non è solo una
cosa da donne, è lo stesso per tutti. In fondo un’unità di combattimento è
un’unità di combattimento. A volte capitano delle cose, nessuna azione è
corretta al 100%”. Ha detto che l’esercito ha delle procedure, per far
rapporto sui misfatti, che i soldati sono incoraggiati a seguire.

Né Michelzon né Golan rimpiangono di aver parlato apertamente. “Per due
anni, ho visto delle persone soffrire e non ho fatto niente – e questo è
davvero angosciante”, ha detto Michelzon. “Alla fine era come se l’esercito
mi tradisse – mi ha utilizzata, io non riuscivo a riconoscere me stessa. Ciò
che noi chiamiamo proteggere il nostro paese è distruggere delle vite”

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