Il mercante di patacche.

 

Il mercante di patacche

di Abu Yasin Merighi

15/10/06

 

www.islam-online.it

 

 

Avvertenza per i pochi, fortunati, lettori:

 

Il testo contiene lunghe citazioni tratte dai recenti articoli del noto Magdi Allam, lunghi passi che indubbiamente appesantiscono il tutto ed incidono sull’economia del presente testo: in ogni caso, essi costituiscono un superbo “monumento” alle qualità che hanno fatto grande il vicedirettore ad fabulam in determinati ambienti, non espressamente giornalistici. Chi ha già avuto modo di leggere gli articoli in questione potrà comunque saltare di pari passo le citazioni, dedicandosi, spero con maggior gusto, alla lettura dei relativi commenti.

 

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   Bombardati con sempre maggior frequenza da notizie di attualità che più o meno direttamente riguardano il cosiddetto mondo islamico ed i risvolti sociali ad esso afferenti, legati al flusso delle medesime e a qualche doverosa puntualizzazione nei casi più meritevoli di attenzione, capita a volte di volersi cimentare in qualcosa di leggermente diverso, attuale ma ben poco attinente alla realtà dei fatti. E così mi era venuta l’idea un po’ balzana di andarmi a vedere l’ultimo capolavoro cinematografico di tale Renzo Martinelli e magari provare a recensirlo partendo da un punto di vista interno alla categoria ivi descritta, i musulmani italiani convertiti; ma poi, fortunatamente, mi è capitato di sentir parlare in alcune occasioni appunto il citato regista, e ciò mi è bastato per farmi un’idea abbastanza chiara del personaggio e della sua recente fatica “artistica”. Di sicuro il mio stomaco non smetterà di ringraziarmi per lo scampato pericolo, così come certificatomi da almeno tre persone abbastanza serie che invece hanno avuto la sventura di vedere tale pellicola.

   Naturalmente non sarebbe corretto dilungarsi oltre sul contenuto di un film tra l’altro non visto, ma varrà qui l’adagio che recita << se vuoi far carriera nello spettacolo, parla bene degli ebrei o male dei musulmani >> …; forse il regista deve aver avuto in mente la folgorante progressione di premi e riconoscimenti internazionali che ha investito il film di Benigni “La vita è bella” e magari sperato, chissà, di aprirsi una stagione di successi oltreoceano…. Mah, tutto è possibile, anche se la parabola discendente della combriccola neocon negli USA e le conseguenti ricadute nei vari ambienti di riferimento ( Hollywood in testa ) indurrebbero a pensare il contrario, seppur non nell’immediato. Può essere invece interessante leggersi il contenuto dell’agenzia[i] con cui uno dei consulenti del regista, uno svizzero convertito all’Islam che si è occupato di rendere credibile la pellicola con riferimento all’ambientazione “islamica” di alcune scene, prende timidamente le distanze dal risultato finale: da sottolineare il grande merito di Martinelli nell’averci fatto capire che, se da un lato tutti i musulmani sono dei potenziali terroristi, al contrario non tutti gli svizzeri sono orologiai o banchieri o, al massimo, cioccolatai.       

 

   Liquidata allora in fretta l’idea di scrivere del capolavoro di cui sopra, rimaneva in ballo uno degli ipotetici titoli per un’eventuale recensione, tanto per non lasciare andar perduta una suggestione, un’idea, la scia di un pensiero… Ed ecco venirci in soccorso il mitico vicedirettore ad fabulam del Corsera, per la verità sempre più appannato e stanco, evidentemente prostrato dalle cocenti sconfitte politiche raccolte negli ultimi mesi, talmente intristito che nemmeno le recenti disavventure mediatiche dell’UCOII sono riuscite nell’intento di farlo riprendere dal pallore editoriale che lo attanaglia inesorabilmente. E, in attesa di vedere quali provvedimenti ad hoc vorrà o saprà prendere un “Dottor Sottile” verosimilmente seccato dalle incursioni del più improbabile dei burattinai all’interno della Consulta islamica, non sarà male rivedere per sommi capi alcune chicche della recente produzione giornalistica del citato vicedirettore, che magari non sarà proprio un mercante, ma di patacche se ne intende abbastanza, almeno stando a quanto si dice in certi ambienti.

 

   A metà settembre, in preda ad una strana confusione, nel “santificare subito” la sua amica “newyorkese” recentemente scomparsa, cade in una descrizione talmente assurda e fantasiosa da far quasi tenerezza: e se da un lato autorevoli commentatori di cose internazionali non perdono occasione per sottolineare la subalternità europea alle logiche imperialistiche americane sollecitando l’esigenza di una più marcata autonomia specie in politica estera, il nostro eroe riesce a parlare di << un’Europa a tal punto infiltrata e soggiogata dagli interessi e dall’avanzata degli estremisti islamici, da non essere più in grado di risollevarsi, di reagire, di affermare i propri valori e la propria identità collettiva. >> E più sotto, novella Penelope, forse dimentico del ruolo svolto nel tentativo di accreditare una strana pattuglia di musulmani moderati in visita all’allora Presidente della Repubblica Ciampi, afferma nientemeno che << oggi più che mai appare con grande evidenza la fragilità, per non dire l’inconsistenza, del mito dell’islam e dei musulmani «moderati», una realtà che evapora e si dissolve nel momento in cui i «duri e puri» suonano la chiamata alle armi per combattere il nemico dell’islam di turno, ora tocca a Benedetto XVI, compattando un fronte che nel suo apparente monolitismo non lascia spazio alcuno alla distinzione tra le posizioni degli uni e degli altri, legittimando la condanna indiscriminata dell’insieme dell’islam e dei musulmani. >> Ora, qualunque cosa voglia dire questa frase, è senza dubbio interessante ed oltremodo spassosa – almeno in merito alla “mitologia islamica” contemporanea di stampo mediatico – la sintonia di pensiero con il regista di cui sopra, oltretutto indifferente alla più che ovvia preoccupazione di coloro che hanno speso mesi e fatica nel tentativo di accreditarsi appunto – con il suo aiuto –  come “musulmani moderati”.

 

Per quelle coincidenze apparentemente fortuite ma che racchiudono chissà come un segno del destino, la morte di Oriana ha coinciso con l’esplodere della nuova «guerra santa» islamica scatenata contro il Papa.

 

Quasi una tragica testimonianza della veridicità della denuncia, sonora e inappellabile, dell’incompatibilità di questo islam e di questi musulmani con la civiltà e l’umanità dell’ Occidente. Che Oriana aveva assunto come fede e missione da diffondere ovunque nel mondo nell’ultima fase della sua esistenza terrena profondamente segnata dal trauma dell’11 settembre, vissuto in prima persona dalla sua abitazione newyorkese. E che nel giorno dell’ addio si conferma come un dato di fatto con cui, piaccia o meno, tutti noi dobbiamo fare i conti.

E’ come se una misteriosa giustizia trascendentale, lei che si professava atea di cultura cristiana, avesse voluto premiarla con un’onorificenza indelebile, riscattando in extremis il suo messaggio dalla pesante cappa di diffamazione e condanna sotto cui giaceva, per presentarcelo in una luce a tal punto fulgida, da disarmare e mettere fuori gioco tutti i suoi critici e oppositori.

Perché oggi più che mai possiamo toccare con mano la realtà dell’ Eurabia, contro cui si era lungamente spesa Oriana, ovvero di un’Europa a tal punto infiltrata e soggiogata dagli interessi e dall’avanzata degli estremisti islamici, da non essere più in grado di risollevarsi, di reagire, di affermare i propri valori e la propria identità collettiva.

Perché oggi più che mai appare con grande evidenza la fragilità, per non dire l’inconsistenza, del mito dell’islam e dei musulmani «moderati», una realtà che evapora e si dissolve nel momento in cui i «duri e puri» suonano la chiamata alle armi per combattere il nemico dell’islam di turno, ora tocca a Benedetto XVI, compattando un fronte che nel suo apparente monolitismo non lascia spazio alcuno alla distinzione tra le posizioni degli uni e degli altri, legittimando la condanna indiscriminata dell’insieme dell’islam e dei musulmani.

Una drastica conclusione a cui Oriana era pervenuta nella solitudine a cui, per un verso, l’aveva costretta l’implacabile malattia e, per l’altro, probabilmente motivata da una sua remora a confrontarsi direttamente con interlocutori in carne ed ossa che avrebbero potuto contraddirla, costringerla a ripensare le sue certezze e demolire dei costrutti mentali su cui aveva elaborato i suoi recenti saggi venduti a milioni di copie in tutto il mondo. [ii]

 

   A inizio ottobre il furore aumenta, incontrollato, impressionante….

Già è interessante che il vicedirettore definisca << un’arma >> la cosiddetta Carta dei Valori da far firmare ai musulmani ( ipotesi poi rientrata per vari motivi, non ultimo immagino per un doveroso impiego di buon senso politico ed istituzionale ), ma lo è ancor di più leggere che << diversi musulmani della Consulta si sono sentiti scioccati, imbarazzati e umiliati per essersi trovati costretti a sottostare all’arbitrio di Dachan […] i musulmani laici e i non praticanti in seno alla Consulta, quelli che non digiunano nel Ramadan e non pregano abitualmente o affatto >>. Ora, non vi è da dubitare che le persone più accorte si chiederanno per quale motivo il passato Ministro dell’Interno si sia voluto circondare di consulenti “islamici” che non pregano, non digiunano, verosimilmente non versano l’elemosina rituale e probabilmente non si recheranno nemmeno in Pellegrinaggio alla Mecca ( ossia non osservano quattro dei cinque pilastri dell’Islam, sempre ammesso che riconoscano la validità del primo )[iii], ma è non di meno significativo che l’attuale responsabile del Viminale abbia deciso nella medesima occasione di affiancare ai suddetti consulenti una serie di specialisti non musulmani provenienti dal mondo accademico, alcuni di quali con competenze specifiche ed esperienze pluriennali accertate. A cosa poi si riferisca il nostro eroe quando parla di << espansionismo religioso >> riferendosi al presidente dell’UCOII non sembrerebbe dato di sapere, almeno a voler rimanere su basi di minimo raziocinio.

 

Altro che vittoria degli estremisti islamici che sono sostanzialmente riusciti a vanificare l’arma della «Carta dei valori e dei principi»! È soprattutto una conquista, simbolica ma significativa, del ministero dell’Interno che, per la prima volta nella storia d’Italia, ha ospitato una preghiera collettiva islamica, al seguito dell’Iftar, il pasto di rottura del digiuno del Ramadan. Il tutto richiesto e offerto da Nour Dachan, il presidente dell’Ucoii. Con il ministro Giuliano Amato ospite d’onore. Ciò che forse è sfuggito ad Amato, ma certamente non a Dachan, a Khalil Altoubat, che ha contribuito alle spese del pasto serale, e ai musulmani membri della «Consulta per l’islam italiano », è che così si è accreditato l’homo islamicus come interlocutore ufficiale dello Stato.

Da ieri l’Italia considera come «vero islam» quello di Dachan e dei Fratelli Musulmani, che nel rispetto formale delle leggi e nella strumentalizzazione della democrazia persegue il traguardo dello Stato islamico, da realizzarsi passo dopo passo. Cominciando con il radicamento e il controllo delle moschee, l’ostentazione della pratica religiosa, la sottomissione dell’insieme dei musulmani e la conversione dei «miscredenti», l’affermazione di una «identità islamica» anche se in contrasto con i valori della comune identità nazionale italiana e con i diritti fondamentali della persona. Diversi musulmani della Consulta si sono sentiti scioccati, imbarazzati e umiliati per essersi trovati costretti a sottostare all’arbitrio di Dachan, con cui non hanno nulla a che spartire sul piano delle idee e dell’interpretazione della fede.

Perché Amato non ha ritenuto opportuno, lui che è laico e ministro di uno Stato laico, interpellare i musulmani laici e i non praticanti in seno alla Consulta, quelli che non digiunano nel Ramadan e non pregano abitualmente o affatto? E al Viminale ci si è resi conto di aver permesso a Dachan, creando un pericoloso precedente politico, di emergere come il «vero musulmano», l’homo islamicus che vive di pratica cultuale e di espansionismo religioso, condannando come «falsi musulmani » coloro che non sono a sua immagine e somiglianza?[iv]

 

   Pochi giorni dopo un altro tonfo, la balbettante aporia di una strampalata visione del mondo ad uso e consumo degli oramai pochi ( si spera ) lettori che ancora trovano il tempo e la voglia di leggere quanto scrive. << La Jihad dei tagliagola >>, << la Jihad dei taglialingua >>, e perché non anche, già che c’era “ il ballo del taglialegna ” o “ l’offerta irripetibile di uno splendido tagliasiepi ”, tanto per rimanere in tema di frivolezze. Sorvoliamo pure sul fatto che il termine “jihad” nella lingua araba è un sostantivo maschile, e pertanto sarebbe più appropriato parlare del jihad, ma se poi lo si vuol tradurre come << guerra santa >>…..

 

«Non ti taglio la gola a condizione che ti tagli la lingua». E’ questo il messaggio implicito nella posizione degli islamici, ingenuamente adottata anche da non pochi occidentali, che si sono schierati contro la condanna a morte di chi ha criticato l’islam e Maometto, ma al tempo stesso ne hanno severamente stigmatizzato il pensiero. E’ un regalo avvelenato all’Occidente che recita così: tu sei certamente colpevole e meriteresti la pena capitale, oggi ti condoniamo il tuo peccato, quindi hai salva la vita, purché non lo commetti mai più, cioè devi cessare di esercitare il legittimo diritto alla libertà d’espressione, ovvero di essere pienamente te stesso.

[…]

Ci rendiamo conto che si sta tentando di sostituire la Jihad dei tagliagola, che ha traumatizzato il mondo intero e ha diviso i musulmani (perché sono al contempo i carnefici e le principali vittime), con la Jihad dei taglialingua, che ha unificato l’insieme dei musulmani, perché sono di fatto sottomessi o comunque temono lo scontro diretto con l’ideologia totalitaria e il regime liberticida, e poi viene offerta all’Occidente come un salvacondotto per redimersi e godere di una tregua armata? Ebbene, ciò che non vediamo o facciamo finta di non vedere è che tra la Jihad dei tagliagola e la Jihad dei taglialingua c’è sola una differenza formale: entrambe le guerre sante islamiche mirano ad annientare la persona, la prima direttamente e fisicamente, la seconda indirettamente e psicologicamente.[v] 

 

   Tre giorni più tardi un timido cenno di ripresa, riconosciamo in controluce l’ombra del vicedirettore dei bei tempi che furono, lo smalto è intaccato ma la tecnica è quella di sempre: leggiamo cosa scrive parlando della scuola araba di Via Ventura a Milano temporaneamente chiusa su decreto prefettizio per questioni inerenti alla norme di sicurezza dei locali in questione:

 

Ebbene la nuova vicenda della scuola di via Ventura conferma la persistenza dello sbandamento cognitivo e etico dell’Italia in preda alla mistificazione della realtà e al relativismo culturale, religioso, valoriale e giuridico. Per 15 anni le autorità locali e nazionali hanno consentito l’attività di un centro di indottrinamento all’ideologia islamica radicale, sorto all’ombra della moschea di viale Jenner, assolutamente illegale. Eppure quando il 6 settembre 2005 si decise di chiudere la «scuola islamica» trasferitasi in via Quaranta, lo si fece non perché illegale, ma banalmente per «inagibilità dei locali». Come se il problema non fosse l’esaltazione della «guerra santa islamica», intonata nell’inno mattutino cantato dai ragazzi, o la trasmissione della cultura dello scontro, della separazione identitaria, della violenza religiosa e del martirio islamico inculcata nelle aule. Le istituzioni italiane non solo non hanno sanzionato né i predicatori d’odio che praticavano questo lavaggio di cervello né i genitori che sottraevano i figli al dovere della scuola dell’obbligo, ma sono scesi a patti elevandoli a propri legittimi interlocutori, continuando a violare la legge e mercanteggiando sui nostri valori.

La verità che emerge è che i peggiori nemici dell’Italia sono gli italiani che si rendono collusi, ideologicamente e concretamente, con gli estremisti islamici o comunque dediti ad affermare un’identità separata e conflittuale con la comune identità nazionale. Finendo per negare l’evidenza dei fatti. Al punto che siamo diventati prigionieri delle nostre stesse leggi, percepite su un piano rigorosamente formale senza contestualizzarle e sostanziarne l’applicazione.[vi]

 

   Non dimentichiamoci che siamo a Milano, metropoli dove anche di recente la locale Questura si è distinta per capacità investigative di notevole efficacia ( addirittura, a detta di alcuni, financo troppo zelanti ), dove perfino il ROS dei Carabinieri usa un setaccio a maglie piuttosto fitte, e invece a leggere il vicedirettore si ha l’impressione di trovarci a Kandahar – chiedo scusa per la banale e chissà in un certo senso anche offensiva semplificazione – in qualcuna delle “scuole coraniche” così abilmente descritte ai tempi dei Talebani: << l’esaltazione della «guerra santa islamica», intonata nell’inno mattutino cantato dai ragazzi, o la trasmissione della cultura dello scontro, della separazione identitaria, della violenza religiosa e del martirio islamico inculcata nelle aule. >> Certo i muri spesso hanno orecchie, ma se le fonti del nostro sono della stessa consistenza della << coraggiosa collega Cristina Giudici del Foglio >> che nell’agosto dell’anno scorso, dopo essersi coraggiosamente << intrufolata tra i circa 600 partecipanti all’incontro con Wagdy Ghoneim >>[vii] riuscì a riportare, evidentemente sorretta dall’opera di una traduttrice araba, un resoconto dell’intervento del professore egiziano decisamente diverso dalla versione integrale ripresa dalle telecamere degli organizzatori e fatta avere dagli stessi alla locale Digos e a personale del Sisde, allora possiamo stare tranquilli; allora vuol dire che il nostro vicedirettore si sta riprendendo, che sta tornando in forma. Non solo perché i partecipanti a quell’incontro pare fossero oltre 4000 ( ma si sa, in Italia si può sempre giocare sul balletto delle stime ufficiali, facendo poi una media tra la versione degli organizzatori e quella della Questura ), ma anche perché uno studio pubblicato dalla “ Fondazione per le iniziative e studi sulla multietnicità ” (Ismu) di Milano il 21 ottobre del 2005 indica nel 46,1% dei musulmani maggiorenni la quota di fedeli che << frequenta le moschee e gli altri luoghi di culto islamici >>; e seppur presa con le dovute cautele insite nei metodi statistici, tale stima è talmente lontana da quel famoso 5% brevettato dal nostro vicedirettore da farci sperare in future sensazionali scoperte.

   Del resto, 22 gradi a metà di ottobre sono il segno di un autunno piuttosto caldo e, se da un lato agli italiani non dispiacerà affatto risparmiare un pochino sulle forniture di gas dall’estero, di sicuro non vedranno di buon occhio la recente parsimonia editoriale del mitico vicedirettore ad fabulam: altrimenti, chi sarà in grado di spiegarci come i recenti test nucleari in Corea del Nord non siano altro che il primo passo di un’alleanza strategica tra Bin Laden, i Fratelli Musulmani, Hezbollah e Hamas, sancita dai rispettivi interessati in un umido scantinato alla periferia di Cologno Monzese? 

 

15 ottobre 2006

 

 


[i] Si veda il lancio d’agenzia di Adnkronos International del 27 settembre 2006: ISLAM: ALI SCHUTZ, FILM MARTINELLI NON LASCIA SPAZIO A ISLAM MODERATO.

[ii] Allam, Magdi, Il destino alleato, articolo pubblicato sul Corriere della Sera il 16 settembre 2006.

[iii] Riportiamo, in forma sintetica, l’elenco dei cinque pilastri su cui si basa la fede islamica:

I – Shahada ( testimonianza di fede nell’Unicità di Dio e riconoscimento del Profeta Muhammad come Suo Messaggero );

II – Salat ( preghiera rituale, da svolgersi cinque volte al giorno, in tempi e con modalità stabilite );

III – Zakat ( elemosina obbligatoria );

IV – Sawm Ramadan ( digiuno durante il mese di Ramadan, dall’alba al tramonto );

V – Hajj ( Pellegrinaggio alla Mecca ).

[iv] Allam, Magdi, Le conquiste dell’Ucoii: Ramadan al Viminale, articolo pubblicato sul Corriere della Sera il 4 ottobre 2006.

[v] Allam, Magdi, La jihad dei taglialingua, articolo pubblicato sul Corriere della Sera il 9 ottobre 2006

[vi] Allam, Magdi, Il prezzo di un errore, articolo pubblicato sul Corriere della Sera il 12 ottobre 2006.

[vii] Allam, Magdi, Il tour italiano della guerra santa, articolo pubblicato sul Corriere della Sera il 31 agosto 2005.

 

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