Interessi e movimenti sotto il tappeto palestinese.

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Interessi e movimenti sotto il tappeto palestinese

Txente Rekondo, Rebelión, 28 Luglio 2007

Gli avvenimenti che hanno scosso le piazze palestinesi alcune settimane fa, e che tuttavia continuano a dare colpi di coda sotto forma di misure presidenziali e presunte rinunce, non corrispondono al canovaccio della maggior parte di articoli e servizi con cui veniamo bombardati da allora. Lungi dal trovarci tra scontri tra "estremisti e moderati", "islamisti e laici", i cruenti fatti su menzionati rispondono più alla logica della lotta per il potere all’interno delle famiglie di Fatah e delle correnti che coesistono nel suo seno.

Si tratta soprattutto di una minoranza, che traendo vantaggio dell’appoggio di attori stranieri (l’Unione Europea, gli USA, Israele, l’Egitto, la Giordania,…), cercherebbe di mantenere i suoi privilegi e il suo status quo, anche a costo di ampliare le sofferenze della maggior parte della popolazione palestinese.

Presentare tutto ciò come uno scontro tra Hamas e Fatah secondo alcuni analisti significa "semplificare di molto un problema più complesso". In questa linea rientrerebbero le differenze e le tensioni che si succedono all’interno di Fatah da settimane, e che vengono convenientemente occultate sui media occidentali. I seguaci del defunto Abu Amar (Yasser Arafat) si oppongono alla svolta strategica imposta dalla fazione guidata da Mohammed Dahlan, conosciuta con il soprannome di "gruppo Dayton", dato che riceve appoggi e finanziamenti direttamente dal generale nord americano che ha quel nome.

Le critiche interne a queste posizioni collaborazioniste si sono fatte sentire, e recentemente un vecchio leader come Faruk Qaddoumi ha dichiarato che "l’OLP di oggi è un’organizzazione illegale e immaginaria. Inoltre il suo comitato esecutivo non è rappresentativo e non ha diritto di neutralizzare organi eletti come il Consiglio legislativo Palestinese". Allo stesso tempo vari dirigenti delle Brigate al-Aqsa hanno rifiutato l’invito di Abbas a sciogliersi e consegnare le armi, sostenendo che finché dura l’occupazione Israeliana manterranno le loro strutture.

L’appoggio del presidente palestinese a Dahlan potrebbe essere arrivato alla fine, da ciò la "rinuncia" di questi ai suoi incarichi, interpretata da alcuni come una ciambella di salvataggio per lo stesso Abbas, ogni giorno più screditato di fronte al suo stesso popolo per le sue manovre e i suoi appoggi locali e stranieri.

Recentemente sono stati pubblicati sulla stampa araba documenti che sottolineano il ruolo di collaboratore di Dahlan con agenzie straniere. Così, dopo la manovra di Hamas a Gaza sono stati resi pubblici documenti dei Servizi di Sicurezza palestinesi, e in essi sono presenti comunicazioni con ufficiali nord americani, elenchi di pedinamenti di capi di Hamas e Fatah, e membri di Hamas da "assassinare". E inoltre, da alcune settimane si è saputo delle intenzioni dello stesso Dahlan di appoggiare un piano USA per boicottare il succeso elettorale di Hamas. O la lettera di Dahlan al ministro della difesa israeliana nel 2003, nella quale si offriva di eliminare Arafat, e ottemperare alle promesse assunte di fronte a Bush. Un’altra prova delle manovre di Dahlan la troviamo nella sua relazione stretta con il clan della famiglia Dagnoush a Gaza, che ha mantenuto sequestrato il giornalista della BBC, Alan Johnston, e che alla fine è stato liberato dalle forze di Hamas, nonostante l’impegno degli uomini di Dahlan per evitarlo.

La strategia di Abbas si rivela come un chiaro errore, e le sue mosse appaiono ogni giorno di più come un viaggio verso il disastro, che non una ricerca di soluzioni per il proprio popolo. Il coincidere delle proposte del presidente palestinese con le formule di Washington, applaudite da Israele, e seguite dai fedeli lacché dell’Unione Europea, nonché dei regimi arabi collaborazionisti, con Egitto e Giordania come esponenti di punta, significa ripetere la storia e con essa il medesimo errore. Ogni volta che questi attori stranieri hanno manovrato intorno alle questioni palestinesi, la risposta di questo popolo è stata di senso contrario. Ogni volta che Israele ha cercato di dividere e frammentare il movimento palestinese ha trovato una resistenza più forte ed un ancor maggiore appoggio popolare.

Il tappeto palestinese ha bisogno di un buon scuotimento per pulirlo da tutta la sporcizia che si sta accumulando sotto. Il presidente palestinese è una marionetta di USA e Israele (come lo sono anche gli alleati arabi ed europei), Hamas, Fatah ed altre organizzazioni palestinesi hanno lo stesso obiettivo, "mettere fine all’occupazione, la libertà dei prigionieri politici, il diritto al ritorno per tutti i Palestinesi e la libertà di essere una nazione sicura e libera, uguale al resto delle nazioni, con proprie frontiere e nella pace".

I dirigenti di Hamas hanno manifestato la propria disposizione a lavorare su questo cammino, accettando che la base per il dialogo potrebbe essere nel recente accordo della Mecca, in quello del Cairo del 2005 o quello della Conciliazione Nazionale Palestinese dell’anno passato. Inoltre accetterebbero la supervisione dei paesi arabi e di tutti quelli disposti ad agire in buona fede.

Nell’accordo della Mecca, ci sono inoltre altri tre punti chiave, la formazione di un governo di unità nazionale, la riforma degli attuali servizi di sicurezza, al tempo che si poneva in marcia un nuovo piano di sicurezza per i territori palestinese, e finalmente, la riforma dell’OLP e un nuovo accordo politico attorno alla struttura politica palestinese. Il primo punto rende assai nervosa Washington e Tel Aviv, mentre il secondo si scontra con il rifiuto dei quadri del "gruppo Dayton", da qui e seguendo il copione prestabilito (embargo economico, pronunciamenti pubblici contro il governo di Hamas, tentativo di mettere fine al governo eletto)  non è da escludere che questi elementi lavoreranno a una specie di "colpo di stato" con la collaborazione di Abbas ed altri dirigenti palestinesi di Fatah.

La comunità internazionale, la stessa che dice di difendere "la democrazia e i suoi valori", deve comprendere che perseverando nella sua intromissione, saranno ogni volta di più quelli che vedranno queste proposte come un mero insulto all’intelligenza dei popoli, mentre dà più argomenti a quelli "che non accettano l’uso di questo sistema, che non vogliono lavorare in esso e che la sua unica soluzione è lasciare il sistema". E soprattutto, destabilizza ancor più una già delicata regione.

TXENTE REKONDO – Ufficio Basco di Analisi Internazionale (GAIN) 

Tradotto dallo spagnolo da Gianluca Bifolchi, un membro di  Tlaxcala  (www.tlaxcala.es), la rete di traduttori per la diversità linguistica. Questa traduzione è in Copyleft per ogni uso non-commerciale : è liberamente riproducibile, a condizione di rispettarne l’integrità e di menzionarne l’autore e la fonte.

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