Intervista a Haniyah: ‘Gli israeliani vogliono ridurre l’Europa a un ruolo umanitario’.

 

Gaza – Infopal. In occasione del secondo anno di assedio alla Striscia di Gaza, il premier della Striscia, Isma’il Haniyah ha incontrato i giornalisti. Il nostro corrispondente gli ha rivolto alcune domande.

La situazione a Gaza è molto difficile. Crede che i regimi arabi abbiano bisogno del consenso americano per promuovere un dialogo inter-palestinese? 

Haniyah: L’invito al dialogo è un’iniziativa araba. Durante la prima riunione della Lega Araba, a pochi giorni dagli incidenti di Gaza, l’anno scorso, essa ha rivolto un invito ai palestinesi in conflitto. Noi lo abbiamo apprezzato e abbiamo atteso per un anno il rilancio del dialogo inter-palestinese. È vero che gli americani hanno imposto il veto alla conciliazione tra i palestinesi e hanno minacciato chiunque si muova per saldare la divisione nazionale, ma la lentezza attuale non è dovuta alle pressioni americane. Gli arabi stanno studiando l’iniziativa lanciata dal presidente Abu Mazen (Mahmoud Abbas, ndr), e quali siano i meccanismi che garantiscano il successo di questo dialogo, perciò la fase è esplorativa sia da parte araba sia dalla nostra.

La popolazione è preoccupata di un’eventuale vasta operazione contro Gaza. Vuole sentire un messaggio tranquillizzante e chiarificatore sulla situazione e sui prossimi sviluppi della tregua. Crede che Israele impedirà qualsiasi futuro dialogo palestinese? 

Haniyah: Prima di tutto il clamore dei media su un’eventuale operazione militare o invasione della Striscia di Gaza ha l’obiettivo di coprire i crimini giornalieri commessi dagli israeliani e di spaventare la gente. Quello che sta accadendo dall’inizio del mese, invece, è molto grave: in quindici giorni sono stati uccisi 45 cittadini palestinesi. A ciò si aggiunge la distruzione delle case e dei terreni. Noi ci aspettiamo sempre il peggio dall’occupazione, ma le minacce non fanno paura al popolo palestinese.  

Inoltre la crisi politica che sta investendo Israele non le permette di eseguire una vasta operazione contro la Striscia: gli scandali interni, la corruzione, Winograd, le divergenze interne stanno facendo sprofondare le strutture politiche del governo israeliano. Inoltre, all’esterno, sia la resistenza palestinese sia quella libanese le impediscono di portare avanti una vasta operazione. Ecco perché era disponibile alla tregua: hanno fallito nel tentativo di piegare la volontà del popolo palestinese nella Striscia di Gaza. In un anno intero non sono riusciti a realizzare il loro obiettivo di far cadere il governo di Gaza e colpire la resistenza, stancando la popolazione e spingendola a rivoltarsi contro l’esecutivo. Per questo, le minacce non ci fanno paura anche se le prendiamo sul serio: noi siamo un popolo paziente e in grado di affrontare le difficoltà.

Un anno fa Hamas ha preso il potere nella Striscia di Gaza, e, nonostante l’assedio, la disastrosa situazione in cui si trova la regione, avete ancora seguito. Perché?

Haniyah: Il movimento di Hamas, e il governo che lo rappresenta, non possono essere distrutti. Essi possiedono un vasto e profondo radicamento popolare, perciò non è facile, per gli avversari o per i nemici, distruggerci. Inoltre, siamo sostenuti dalla Ummah araba e islamica: è vero che noi chiediamo posizioni più chiare e coraggiose ai governi arabi e islamici, ma le masse popolari sono dalla nostra parte. Da un anno intero paghiamo gli stipendi a più di 20mila dipendenti rimasti senza stipendio – circa 140 milioni di dollari. Da dove viene tutto questo? Noi non riceviamo soldi dall’Europa né da alcun altro donatore, nemmeno le tasse israeliane che ci spettano arrivano a Gaza, e le tasse raccolte a Gaza sono una miseria. Infine, noi cerchiamo di gestire la crisi, non viviamo rinchiusi in noi stessi: abbiamo ministeri e specialisti.

Un anno fa accaddero i primi incidenti inter-palestinesi nella Striscia di Gaza, che portarono all’espulsione di una frangia di Fatah e alla presa di potere di Hamas. Con il senno di poi, percorrereste la stessa strada? 

Haniyah: Confermo che si è trattato di un’emergenza. È trascorso un anno intero e noi continuiamo a occuparci della crisi. Prima siamo andati a Mecca e abbiamo siglato un accordo, ma le intromissioni americane negli affari interni palestinesi hanno portato allo scoppio del conflitto. Spero che non si ripetano le condizioni passate, noi vogliamo creare una situazione diversa.  

Si parla di incontri tra voi e gli europei…A che punto sono le relazioni?  

Haniyah: Sì, ci sono dei contatti. Negli ultimi tempi il movimento ha preso parte a diversi incontri: tra coloro che ci hanno visitato c’è il rappresentante del Quartetto, Tony Blair. Comunque credo che l’Europa abbia diversi problemi per riattivare il suo ruolo: il primo è che gli israeliani vogliono allontanarla dal suo storico ruolo politico e limitarlo solo ai casi umanitari di sostegno economico. Poi, ci sono le pressioni americane e la difficoltà di individuare il rappresentante legale del popolo palestinese. Giorni fa ho scritto una lunga lettera al presidente francese Sarkozy, spiegando la situazione palestinese. Speriamo che durante il suo turno di presidenza dell’Unione Europea possa ricoprire un ruolo positivo. In ogni caso, gli sforzi per saldare la spaccatura tra i palestinesi sono benvenuti. Noi riceviamo risposte verbali e non scritte. Abbiamo anche accolto delegazioni del Parlamento europeo e responsabili americani che hanno visitato Gaza per la prima volta. Questo non accadeva qualche mese fa, ma la pazienza e la resistenza del nostro popolo li hanno convinti a rivedere la loro politica. Sanno che senza Hamas l’area non sarà stabile. Noi chiediamo agli europei più coraggio nei confronti dei diritti dei palestinesi, contro l’assedio, la sofferenza e le aggressioni israeliane. Vorremmo che l’Europa si distinguesse dalle posizioni dell’amministrazione americana che sta totalmente dalla parte di Israele.

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