Intervista all'europarlamentare Luisa Morgantini: "Il muro è la morte".

Nel mese di aprile una delegazione di sette parlamentari europei di differenti gruppi politici, provenienti dal Regno Unito, dalla Germania, Spagna, Francia, Irlanda e Danimarca ha effettuato un viaggio in Israele e Palestina.

Durante la missione, il gruppo ha incontrato per la prima volta i rappresentanti eletti al Consiglio Legislativo Palestinese della lista Cambio e Riforma (Hamas), ed in seguito il Presidente palestinese Mahmoud Abbas. 

Ma anche altri incontri sono stati al centro delle attività della delegazione europea in Israele e Palestina.

Luisa Morgantini, eletta nelle liste di Rifondazione Comunista, a nome della delegazione di parlamentari europei  ha inviato una lettera ai leader dell’Unione per chiedere un incontro sulla questione israelo-palestinese per «esprimere le proprie opinioni e la propria esperienza – si legge –  in relazione alla necessità che l’Unione Europea e i suoi singoli stati membri intraprendano una politica estera sul Medio Oriente incentrata sul dialogo e la mediazione, in grado di attivarsi il prima possibile, per il rispetto della legalità internazionale in Israele e Palestina e abbandonando la politica di “due pesi, due misure” che nuoce agli israeliani, ai palestinesi e anche all’Europa».

 

Che cosa chiedete al nuovo Governo italiano e che cosa vi aspettate che dica o faccia di fronte a questa crisi?

«Per prima cosa chiediamo il rispetto della legalità internazionale. Dal futuro Governo italiano ci aspettiamo una posizione che non sia per una parte o per l’altra, ma che sostenga la soluzione del conflitto israelo-palestinese all’interno della legalità internazionale. Questo significa che il Governo israeliano non può continuare adoccupare i territori del 1967, che non può costruire un muro di separazione con la scusa della "sicurezza" ma che in realtà penetra profondamente all’interno del territorio palestinese portando via terreno e case alla popolazione. Del resto, la Corte internazionale di giustizia ha dichiarato illegale questo muro e ne ha chiesto l’abbattimento. Soprattutto chiediamo che cessi la violenza sia dall’una sia dall’altra parte.

Invece la violenza continua: ogni giorno vengono uccisi palestinesi e israeliani. Il Governo italiano dovrebbe lavorare perché si ponga  fine all’occupazione militare israeliana e perché i due popoli possano coesistere insieme, dentro confini sicuri per Israele e per la Palestina».

 

Eravate un gruppo di parlamentari europei in missione in Medio Oriente. Con quale motivo siete partiti dall’Europa?

«Fondamentalmente per due motivi: il primo era partecipare al lancio di un nuovo gruppo che si chiama “Combattenti per la pace”, formato da ex-soldati israeliani e da ex-militanti palestinesi rinchiusi per anni e anni nelle carceri israeliane e che insieme si sono detti “Basta! Basta violenza, basta sangue! Dobbiamo trovare una soluzione!”. Soluzione che non poteva essere nient’altro che la convivenza tra i due popoli in due Stati. Per farsi conoscere, questo gruppo ha scelto un luogo simbolico: il villaggio di Anatan, vicino a Ramallah, dove il muro taglia in due la scuola pubblica. E noi siamo andati a offrire la nostra solidarietà e speranza: sono le realtà a cui noi, pacifisti e politici, possiamo dare voce.

La seconda motivazione del viaggio era vedere cosa sta succedendo dopo l’elezione di Hamas e per incontrare i nuovi parlamentari palestinesi. Abbiamo dunque incontrato il portavoce del Parlamento, che è un leader di Hamas nella lista “Cambio e Riforme” (nome con cui si sono presentati alle elezioni ndr),  il leader di Fatah e quelli delle altre formazioni politiche, per capire quale fosse la loro posizione e per dire “siamo qui perché il dialogo è necessario”. Soprattutto perché Hamas, che ha deciso di partecipare alle elezioni e di diventare un partito democratico, da più di 18 mesi, a seguito dell’accordo del cessate il fuoco siglato al Cairo con il presidente palestinese Abu Mazen, ha sospeso gli attacchi contro i civili e la popolazione israeliana mantenendo così fede al cessate il fuoco.

Io considero un crimine altrettanto grave, ovviamente, che vi siano attentati contro gli autobus o contro  civili israeliani. Ma da una parte abbiamo uno Stato forte, riconosciuto, armato, mentre dall’altra vi sono piccoli gruppi che non sono i tre milioni e mezzo di palestinesi che vivono e che devono resistere quotidianamente a una delle occupazioni militari più crudeli.

La costruzione del Muro è penetrante, è umiliante: chiude i palestinesi dentro i loro villaggi, perché toglie tutta la terra e tutta l’acqua dei palestinesi.

Per esempio a Gaza siamo entrati in una casa bombardata dove le undici persone che vi abitavano non erano né terroristi, né presunti o possibili tali, ma gente normale del villaggio: i bambini sono morti ed alcuni sono rimasti feriti. Andando da loro abbiamo visto cosa significa occupazione militare  brutale e criminale alla quale va messa la parola "fine".

E’ tragico vedere che ogni giorno la terra palestinese, quella, cioè, che dovrebbe costituire lo "Stato", viene distrutta, gli alberi sradicati per far posto a colonie abitate non da poveri ebrei che lasciano l’Europa perché sono stati martirizzati, ma da quelli che arrivano dagli Stati Uniti d’America e da Brooklyn e che credono e pensano che quel luogo sia loro per diritto divino».

 

Concretamente, allora, cosa può fare l’Unione europea oltre a questo embargo che lei critica?

«Credo che l’embargo sia una cosa sbagliata per tutti. Abbiamo visto cosa è successo nell’Iraq: ha rafforzato Saddam ed è stato utilizzato biecamente dalla grande potenza USA. Non credo nell’embargo ad Israele. Penso però che Israele debba imparare a rispettare gli accordi che firma: per esempio quello con l’Unione europea. Tale accordo, firmato dalle due parti, contiene un articolo che ne prevede la sospensione in caso di violazione dei diritti umani. Credo che basterebbe semplicemente che, invece di essere così falsamente equidistante, l’Unione europea dicesse a gran voce: “adesso basta!”

Ritengo che la UE potrebbe giocare un ruolo autonomo e affermar con molta nettezza: "l’occupazione militare deve finire!". Qui non si ha a che fare con un problema di islamismo, o con una lotta di religione – come vogliono tentare di farla credere. Questa è una lotta per la terra!».

 

A livello visivo, che impressione fa questo muro israeliano che lei ha visto parecchie volte?

«Quel muro è la morte di fronte a me, una pena profonda per gli israeliani e dolore per i palestinesi perché capisco cosa significa famiglie separate. Quando ero lì sono andata a casa di un vecchio amico il cui figlio si è sposato con una ragazza di un villaggio vicinissimo al villaggio dove vive lui, verso Ramallah. Però il muro li ha separati e la ragazza non ha il permesso di venire a casa sua, nella sua famiglia, da suo marito perché appunto abita in quel villaggio che è stato separato da quel muro. E’ la morte!».

Davide Pelanda

10 maggio 2006

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