La gioventù palestinese nell’anniversario della Nakba (la catastrofe) del 1948.

Una sola domanda basta per scavare la storia di cinquantotto anni di sofferenza: "Perché noi siamo qui?".

 

I sentimenti dei giovani palestinesi si mescolano quando viene chiesto loro cosa significhi l’anniversario della Nakba, di cui giovedì 15 maggio è stato il 58° anniversario. Qualcuno è imbarazzato, perché non conosce bene i dettagli, la tristezza, il silenzio, la speranza, la voglia di arrivare, l’immaginazione.

 

La sofferenza, la vergogna e il punto di caduta.

Abbiamo intervistato Majed Abu Hayba, 29 anni, in una libreria pubblica mentre cercava tra gli scaffali dei libri. Quando gli abbiamo rivolto delle domande, ha risposto: “La Nakba (la catastrofe), significa quegli occhi che viaggiano per vedere paesi belli che si sono persi in un baleno. La Nakba, è l’inizio del racconto della diaspora del popolo, contro cui il mondo ha complottato; è la sofferenza, la virgola e il punto di caduta”.

Abu Hayba considera che la Nakba del popolo palestinese è una tragedia che non si ripeterà, e ha abbassato la testa dicendo: “Gli occhi chiusi sono spalancati, e la volontà di resistere si è fortemente radicata dentro ogni bambino che prende il latte da una mamma palestinese. Il nostro popolo vive una difficoltà di seguito all’altra". E ha parlato con l’accento di Jaffa correggendosi subito in arabo classico: “Voglio sapere tutto ciò che riguarda la mia città, Yafa (Jaffa), la sposa del mare. Sono felice di conservare ogni fotografia delle sue vecchie costruzioni. Ho raccolto tutte le informazioni riguardanti Jaffa, che si trovano nelle riviste e nei libri in lingua araba: se non abbiamo le possibilità di viverci, allora, almeno leggiamo dei nostri paesi!

Ha aggiunto con occhi che brillavano che ora stava cercando un libro che parli di questa epoca dolorante per approfondire la conoscenza. Pubblicherà le sue impressioni sulla Nakba nel sito culturale "Intifada Ruh", per permettere ai giovani palestinesi all’estero di sfruttare le informazioni che contiene.

Ha precisato che la Nakba è ancora presente con forza nei giovani, proprio come lo è negli anziani. Una sola domanda, secondo lui, basta per scavare la storia di cinquantotto anni di sofferenza: perché noi siamo qui?

Abu Hayba ha raccomandato di aumentare gli sforzi culturali e di informazione per far conoscere al mondo la questione palestinese e le sue radici storiche. Questo richiede anche l’incoraggiamento dei partiti e delle associazioni che cercano di proteggere l’esistenza palestinese. Ciò significa incoraggiare i giovani a leggere e conoscere gli eventi politici e la situazione sociale al tempo della Nakba, e a diffonderne la storia vera per affrontare quello che stanno compiendo i nostri nemici in tal senso.

Per quanto riguarda il ruolo dei giovani, lo considera la continuità di quello degli anziani, di coloro che hanno vissuto la Nakba, che devono raccoglierne i ricordi sparsi e cercare di trasmetterne la tradizione alle generazioni future.

Prima di tornare alla ricerca tra i libri ammassati , conclude: “Non posso dimenticare le lacrime versate da mio padre, dopo che era stato firmato l’accordo di pace con gli israeliani, nella metà degli anni novanta. Vecchie foto venivano trasmesse sullo schermo della tv, e ci raccontavano della sofferenza nelle tende, il cibarsi di foglie degli alberi, della vita semplice nei campi profughi, della grande speranza di tornare, un giorno, alle case che hanno lasciato portando con sé le chiavi.

 

Non c’è differenza tra cittadino o profugo.

Abbiamo incontrato Khaled Safi, 27 anni, mentre lavorava con un gruppo di volontari alla postazione elettronica Ramsh Al-Ain, che si sta occupando di un’iniziativa sociale.

Khaled è originario di Khan Yunes, ma nonostante ciò è attaccato al diritto al ritorno dei profughi. Invece di rispondere alle nostre domande, è lui a domandare: “E’ possibile che esista una lobby palestinese che trasmetta alle generazioni future la testimonianza della storia della Nakba. Questa è la domanda che ogni giovane deve rivolgere a se stesso a ogni anniversario della Nakba, per non trasformarne l’anniversario in una formalità".

E ha aggiunto, con un tono pieno di fiducia: “L’anniversario della Nakba dovrebbe rappresentare una volontà nuova e un nuovo rilancio.Ogni uomo dovrebbe rivedere il proprio programma e i propri obiettivi, perché il fallimento della Ummah può essere provocata da tre nemici: i sionisti, l’ignoranza sulle questioni del paese, gli infiltrati. La cultura può servire positivamente: il colto è colui che conosce la storia del suo paese e la storia in generale. “I semi di una spiga che muoiono riempiono la valle di spighe”, ha continuato Safi, prendendo a prestito una strofa di una poesia del poeta Mahmoud Darwish. “Ho nostalgia del pane di mia madre, del pane del "tabun" (forno contadino) col timo; dei discorsi della mia nonna di Jaffa, a cui piace, quando mangiamo le arance insieme, raccontare dei terreni spaziosi della sua città, del flauto che suonava suo padre, della natura e del significato della vita che fa sentire all’uomo di appartenere alla natura e di sciogliersi nell’universo.

E con un sorriso innocente ha aggiunto: “Quando appoggio la testa sulle sue gambe sento che sta versando nel mio orecchio le melodie dei ricordi del passato,. Questo mi dà una forza che mi aiuta ad andar avanti con la vita, perché mi pone in un ambiente pieno di originalità e dignità".

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