Libano, l’Unifil sbarca in una Tiro esangue.

Da www.ilmanifesto.it del 3 settembre.

Salta lo show a causa del mare grosso. Nella cittadina libanese pescatori in sciopero contro il blocco imposto da Israele.

Libano, l’Unifil sbarca in una Tiro esangue
Difficoltà tecniche per l’arrivo dei soldati italiani. La popolazione libanese,per quanto bendisposta, si chiede: «Farete rispettare le risoluzioni Onu boicottate da Israele?». I parlamentari di Beirut sul piede di guerra contro il blocco navale imposto dallo stato ebraico

Stefano Chiarini
inviato a Tiro

Una ventina di ragazzini e di bagnanti con il naso all’insù, attratti dai grandi elicotteri che, volando quasi a sfiorare le palme, facevano la spola tra le navi italiane in rada, grandi macchie grige su un mare blu turchese, e la spiaggia a sud di Tiro e una piccola folla di giornalisti e cameramen attestati con tanto di gatzebo giallo canarino sul piccolo molo del «Residence Tiro», sono stati testimoni ieri mattina del complesso arrivo in Libano dei primi soldati italiani che andranno ad infoltire i ranghi dell’Unifil. Poco prima alcuni gommoni con a bordo dei fanti di marina avevano zigzagato tra le onde, piuttosto lunghe e agitate, alla ricerca di eventuali ostacoli per lo sbarco. Tutto era pronto ma per ore non è successo niente.
L’operazione in realtà sembra fosse assai più complessa di quel che pensava la stampa. Come ci ha spiegato un ufficiale dei Lagunari, le navi con i mezzi da sbarco hanno al loro interno una specie di bacino, come una chiusa, che si riempie d’acqua, e quando questa è giunta a livello del mare i mezzi anfibi escono dirigendosi verso la spiaggia. Altri mezzi, più piccoli e non anfibi dovrebbero essere trasportati a riva da una specie di superchiatte tipo quelle dello sbarco in Normandia. Le condizioni del mare però ieri mattina non lo avrebbero permesso e tra la delusione, non tanto degli incuriositi ma piuttosto scettici, abitanti di Tiro, quanto dei giornalisti, soprattutto italiani, pronti per la diretta, i comandi hanno deciso di far sbarcare parte degli uomi e dei mezzi nella vicina Naqura. Sull’operazione italiana in Libano – chiamata in codice Leontes per evitare ogni accostamento con l’invasione israeliana del 1978 chiamata appunto Operazione Litani – ieri aleggiava un cauto ottimismo, soprattutto tra i reduci da Nassiriya, la maggior parte degli ottocento uomini che prenderanno terra nelle prossime ore, ma anche una certa preoccupazione non tanto per l’oggi, quando per il domani. «Se non ci saranno passi avanti a livello politico diplomatico – ci dice uno di loro- anche a livello regionale, allora la situazione per noi si potrebbe fare molto difficile. Noi facciamo il nostro dovere ma qui non si scherza, c’è gente che combatte da quando è nata. Oggi tutti ci applaudono. Ma domani?»
Finalmente dopo l’arrivo in elicottero del comandante delle operazioni del gruppo navale italiano al largo della baia di Tiro (composto dalla portaerei Garibaldi, e dalle tre navi da sbarco «San Marco», «San Giorgio», «San Giusto» e dalla corvetta di scorta «Fenice»), l’ammiraglio Giuseppe De Giorgi, sono cominciati ad arrivare sulla spiaggia alcuni mezzi cingolati anfibi AAV7 del Reggimento Lagunari Serenissima dell’Esercito e poco dopo i loro colleghi-concorrenti della fanteria di marina del battaglione San Marco. Marina oggi particolarmente gasata, in vista della prossima finanziaria, per il ruolo assunto in questa «operazione di pace» dalla sua contestatissima e carissima portaerei Garibaldi. Dopo una lunga attesa, i cingolati, una decina, si sono poi sono messi in marcia verso la base di Jebel Maroun, 30 chilometri a est di Tiro, dove sarà istallato il comando operativo del contingente. In una zona devastata dalla guerra dove oltre 100.000 bombe e contenitori di cluster bomb ancora uccidono contadini e abitanti. Non solo. Una zona dove è nata e si sviluppata dal 1982 in poi la resistenza libanese, in particolare quella sciita degli Hezbollah contro l’occupazione israeliana.

La porpora progenitrice di Cartagine
Intanto nel vicino porticciolo di Tiro – la città fenicia della porpora progenitrice di Cartagine – i pescatori che affollavano i bar davanti alla rimessa delle barche, non pensavano certo allo sbarco: «Siamo alla fame – ci dice il segretario del loro sindacato, Khalil Taha, in un ristorantino senza pesce e senza avventori, diventato la sede del comitato – gli israeliani continuano il loro blocco aereo e navale e ci sparano addosso appena usciamo dal porto. Da 55 giorni non possiamo pescare, per di più in un periodo come quello estivo che per noi è particolarmente redditizio. C’è il cessate il fuoco, c’è la pace, perché Israele non ci fa pescare? Se così facendo vogliono metterci contro la resistenza si illudono».
Due giorni fa, qui al porticciolo c’è stato un sit-in di protesta dei pescatori, non soltanto del sud Libano ma anche del nord, in particolare di Tripoli, in tutto circa 9.000 famiglie, ma la protesta non sembra abbia smosso molto. «Mandano tutti questi soldati – continua Khalil – e poi non fanno rispettare ad Israele, non dico tutte le risoluzioni sul ritiro dai territori occupati, come sarebbe giusto, ma neppure questa sul cessate il fuoco. Noi vogliamo bene all’Italia. Ma se non riuscite neppure a farci pescare che ci venite a fare? A proteggere solo il confine con Israele?». Per cercare di dare uno sbocco alla rabbia del paese, profondamente offeso e gravemente ferito nella sua economia dal blocco aero-navale, il leader del parlamento Nabih Berri del movimento sciita Amal egemone con Hezbollah nel sud – ha cominciato ieri un sit in permanente nel parlamento insieme ad altri 90 deputati fino a quando Israele non rimuoverà l’embargo.

L’ultimatum dei pescatori
In un discorso trasmesso da tutte le televisioni libanesi, il presidente del parlamento ha poi dichiarato «Vogliamo ricordare al mondo, e specialmente al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, che il blocco è un atto di guerra contro uno Stato membro dell’Onu e una evidente violazione della risoluzione 1701» e «una continuazione della guerra terroristica israeliana». I pescatori di Sidone però non sembra abbiano più pazienza e questo è un segnale assai preoccupante perché gran parte dei sommovimenti del paese sono partiti proprio da quel settore, una volta, e in qualche modo anche oggi, molto politicizzato. Basti pensare allo sciopero a oltranza dei pescatori di Sidone contro i monopolio della pesca che nel 1975 dette fuoco alle polveri della guerra civile. Adesso quei tempi sono lontani ma l’esasperazione dei pescatori non è minore: «Siamo al limite – sostiene visibilmente alterato il vice segretario di nome Sami – e abbiamo dato dieci giorni al governo, alle Nazioni unite, alle forze multinazionali per porre fine al blocco. Dopodiché, con gli altri pescatori libanesi sfideremo il blocco con le nostre barche e che dio ci aiuti".

La settima occupazione
Non meno tesa la situazione in città, che dopo aver sopportato il peso di migliaia di profughi e di un retroterra con decine di villaggi distrutti, non ha praticamente ricevuto aiuti di sorta durante tutta la guerra. Una città dove scarseggia l’elettricità e dove l’acqua potabile è ormai un lusso. Della disperazione di Tiro ci parla il sindaco, Abdel Muhsen al Hussein, un determinato e magrissimo ex coltivatore di banane. Non siamo più ai tempi della «Repubblica popolare di Tiro», crollata non solo per l’invasione israeliana del 1982, quanto per la sua incapacità di rispondere alle esigenze della popolazione, e il sindaco è del tutto avaro di slogan ma non di critiche al governo centrale per la sua inefficienza e corruzione. «Quando un cammello parte da Beirut diretto al sud, a Tiro arrivano solo le orecchie. Ed è già molto», sostiene sorridendo il primo cittadino commentando i titoli dei giornali sulla conferenza dei donatori che ha promesso alla Repubblica dei cedri un miliardo di dollari. Lo incontriamo nel palazzo del comune, affollato all’inverosimile, appena tornato dal residence sulla spiaggia dove ha salutato, nella persona dell’ambasciatore italiano Franco Mistretta, l’arrivo delle nostre truppe: «Siamo vicini di casa nel Mediterraneo – ci dice dopo essersi asciugato il sudore con un vecchio fazzoletto – e venendo qui avrete modo di vedere che noi abitanti di Tiro siamo in realtà gente molto pacifica che è stata costretta a combattere dai soprusi e dalle ricorrenti invasioni e occupazioni israeliane. Siamo ormai alla settima. Israele e le bombe Usa, ancora una volta, ci hanno distrutto tutti i ponti, le strade, le fabbriche, le case, gli acquedotti, le fogne, ci hanno lasciato le bombe a grappolo, ci impediscono di uscire in mare, di viaggiare, di tornare nei paesi ancora occupati. E allora, come tutta la gente pacifica, abbiamo difeso metro per metro quelle case che per gli israeliani non significavano nulla ma che per noi erano invece la terra del nostro lavoro, la casa dove siamo cresciuti. La nostra vita. Non siamo e non vogliamo essere eroi. Siamo come i contadini di tutto il mondo. Certo poi c’è la fede e la politica, ma la base è questa».
E ora con le truppe multinazionali arrivate a Tiro? Gli chiediamo prima che sia riassorbito dalla folla piena di necessità che il comune può soddisfare soltanto in minima parte. «Vi dimostreremo il nostro desiderio di pace e la nostra accoglienza ma voi dovete far rispettare ad Israele sia la risoluzione sul cessate il fuoco, sia tutte le altre che ci riguardano. Solo questa è la strada della pace. Per noi, per loro, per voi».

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