Politiche discriminatorie: i coloni prosperano e i palestinesi soffrono

Gerusalemme – Imemc e Human Rights Watch. Le politiche israeliane in Cisgiordania discriminano crudelmente i palestinesi, privandoli delle loro necessità di base e procurando invece beni di lusso ai coloni ebrei: lo riferisce Human Rights Watch (Hrw) in un report pubblicato ieri.

In esso vengono descritte le pratiche discriminatorie che non trovano giustifiche in materia di sicurezza, né in qualunque altro ambito, e si chiede quindi a Israele di porre fine alle violazioni dei diritti palestinesi e rispettare gli obblighi legali internazionali, ritirando le sue colonie.

Il report, di 166 pagine, intitolato “Separati e ineguali: il comportamento discriminatorio d'Israele nei Territori Palestinesi occupati”, mostra come lo Stato israeliano applichi un sistema dei due pesi e delle due misure per i due popoli della Cisgiordania, nelle vaste aree dove esercita il proprio controllo esclusivo. I contenuti si basano su alcune ricerche sul campo che mettono a confronto il trattamento che Israele riserva alle colonie e quello – nettamente differente – riservato alle vicine comunità palestinesi. Per concludere, Hrw chiede agli Usa, agli stati membri dell'Unione Europea ed alle imprese con sede nelle aree colonizzate di non sostenere le politiche coloniali israeliane.

I palestinesi subiscono una discriminazione sistematica semplicemente a causa della loro etnia ed origine nazionale, e vengono così privati dell'elettricità, dell'acqua, delle scuole e dell'accesso alle strade, mentre i vicini coloni ebrei godono della fornitura di tutti questi benefici da parte dello Stato” ha spiegato Carrol Bogert, vice direttore esecutivo per i rapporti esterni di Hrw. “Mentre le colonie israeliane prosperano, i palestinesi sotto il controllo israeliano vivono in un'altra dimensione – non solo separati, non solo ineguali, ma a volte persino scacciati dalle loro terre e case”.

Rendendo le loro comunità praticamente invivibili, le politiche israeliane hanno avuto spesso l'effetto di costringere gli abitanti ad abbandonarle, riferisce Hrw. Secondo un'indagine effettuata nel giugno 2009 tra le famiglie dell'“Area C” (che copre il 60% della Cisgiordania e che si trova sotto il totale controllo israeliano) e di Gerusalemme est (annessa unilateralmente da Israele), circa il 31% dei residenti dell'area è stato costretto a trasferirsi a partire dal 2000.

Hrw ha esaminato sia l'Area C che Gerusalemme est, scoprendo che, in entrambe le zone, il vigente sistema dei due pesi e delle due misure fornisce alle colonie ebraiche dei benefici finanziari generosi e un sostegno alle infrastrutture, per promuovere la vita dei residenti; al contrario, lo stesso sistema nelle comunità palestinesi limita i servizi di base, punisce lo sviluppo e impone condizioni di vita molto dure. Un comportamento tanto diverso, basato sull'etnia e sull'origine nazionale, e non legato ad obiettivi legittimi, viola le proibizioni fondamentali nei confronti della discriminazione, dettate dalle leggi sui diritti umani.

Le politiche israeliane controllano molti aspetti della vita quotidiana dei palestinesi dell'Area C e di Gerusalemme est. Tra i fardelli imposti loro e individuati da Hrw vi sono le espropriazioni di terre a favore dei coloni e il già citato sostegno alle loro infrastrutture; il divieto, rivolto ai palestinesi, di usare le strade e recarsi nei terreni agricoli; il divieto di accedere alla rete idrica e a quella elettrica; la negazione dei permessi per la costruzione di case, scuole, cliniche e infrastrutture; la demolizione di case e persino d'intere comunità palestinesi. Simili misure frenano lo sviluppo dei villaggi e impongono condizioni molto difficili agli abitanti, limitando anche il loro accesso alle cure mediche.

Per contrasto, le stesse politiche promuovono e incoraggiano l'espansione delle colonie ebraiche nell'area C e a Gerusalemme est, spesso sfruttando terre ed altre risorse irreperibili agli arabi. Il governo israeliano concede numerosi incentivi ai coloni, tra cui finanziamenti per l'edilizia, l'istruzione, le infrastrutture e strade speciali. Questi benefici hanno portato allo sviluppo rapido e consistente degli insediamenti ebraici, la cui popolazione è cresciuta dai circa 241.500 abitanti del 1992 ai circa 490.000 del 2010, includendo nel calcolo Gerusalemme est.

“Mentre i governanti israeliani lottano per la 'crescita naturale' delle loro colonie abusive – spiega Bogert -, essi, dall'altra parte, strangolano le comunità storiche palestinesi, proibendo alle famiglie di espandere le loro case, e rendendo la vita impossibile (…) Le politiche di contorno alle colonie israeliane sono un affronto all'uguaglianza e un enorme ostacolo alla vita quotidiana dei palestinesi”.

Una delle comunità arabe che Hrw esamina nel report è Jubbet adh-Dhib, un villaggio di 160 abitanti a sud-est di Betlemme, la cui costruzione risale al 1929. Il villaggio è spesso raggiungibile solo a piedi, poiché l'unico collegamento alla più vicina strada asfaltata è un sentiero sterrato lungo un chilometro e mezzo. Ogni giorno, i ragazzi di Jubbet adh-Dhib devono camminare per diversi chilometri e raggiungere altri villaggi, dal momento che nel loro non sono state costruite scuole.

A Jubbet adh-Dhib manca inoltre l'elettricità, nonostante le numerose richieste di essere collegati alla rete israeliana, tutte respinte dalle autorità israeliane. Queste ultime hanno inoltre sbarrato la strada a un progetto internazionale di beneficenza, che avrebbe fornito al villaggio delle strade illuminate con un sistema di pannelli solari. Di conseguenza, qualsiasi tipo di carne o latte va mangiato il giorno stesso per l'impossibilità di alimentare i frigoriferi; gli abitanti si riducono spesso a mangiare del cibo precotto. Per quanto riguarda l'illuminazione, si rendono indispensabili le candele, le lanterne al cherosene e, quando ci si può permettere della benzina, un piccolo generatore.

A circa 350 metri di distanza si trova la comunità ebraica di Sde Bar, fondata nel 1997, dotata di accesso asfaltato, per una popolazione complessiva di una cinquantina di abitanti, e collegata a Gerusalemme tramite una nuova autostrada da milioni di dollari – la “via Lieberman” – che passa lontano dalle città e dai villaggi palestinesi, come Jubbet adh-Dhib. A Sde Bar esiste un liceo, ma gli studenti di Jubbet adh-Dhib non possono frequentarlo. Le colonie sono zone militari chiuse ed esclusive, dove si può entrare solo con permessi militari speciali. I residenti di Sde Bar godono degli stessi comfort disponibili in qualunque altra città israeliana, quali i frigoriferi e la luce elettrica, che gli abitanti di Jubbet adh-Dhib vedono dalle loro case durante la notte.

“I ragazzi palestinesi che vivono nelle aree sotto il controllo israeliano studiano alla luce delle candele, mentre scorgono da lontano le finestre illuminate dei coloni – riferisce Bogert – È assurdo fingere che sicurezza voglia dire privarli dell'accesso alle scuole, o all'acqua, o all'elettricità”.

Nella gran parte dei casi in cui ha riconosciuto il trattamento ineguale dei palestinesi – ad esempio in riferimento alle strade “per soli coloni” -, Israele ha affermato che tali misure sono necessarie per proteggere i coloni ebrei ed altri israeliani dai periodici attacchi dei gruppi armati. Ma nessun motivo legittimo, relativo o no alla sicurezza, può spiegare la discriminazione su ampia scala che viene attuata ai danni dei palestinesi: è il caso della negazione dei permessi, che proibisce di fatto la costruzione e la riparazione di case, scuole, strade e cisterne, come riporta Hrw.

Inoltre, occupandosi dei problemi legati alla sicurezza, Israele si comporta spesso come se tutti i palestinesi rappresentassero una minaccia in virtù della loro etnia o origine nazionale, invece di limitare le restrizioni a individui specifici dalla comprovata pericolosità. La proibizione legale della discriminazione vieta queste politiche onnicomprensive.

“Tempo fa – ha proseguito Bogert – il mondo scartò le false argomentazioni che giustificavano trattamenti diversi in base all'etnia, o all'origine nazionale. È dunque ora che Israele ponga fine alle sue politiche di discriminazione, e che i palestinesi sotto occupazione non vengano più trattati in modo nettamente peggiore rispetto agli ebrei che vivono nella stessa area”.

L'Alta corte israeliana ha decretato che certe misure ai danni dei cittadini arabi d'Israele sono illegali. Tuttavia, Hrw non è a conoscenza di alcun caso in cui i tribunali hanno giudicato delle pratiche israeliane in Cisgiordania discriminanti nei confronti degli arabi palestinesi, nonostante la pubblicazione di numerose petizioni che denunciavano questo fenomeno.

Queste pratiche apertamente discriminatorie, sostiene Hrw, richiedono che i paesi finanziatori si affrettino a far cessare il loro contributo alle violazioni della legge internazionale che vengono commesse nelle colonie. Tali paesi dovrebbero compiere dei gesti significativi, che incoraggino il governo israeliano a rispettare i suoi obblighi, commenta l'associazione.

Quest'ultima rinnova quindi le sue raccomandazioni agli Stati Uniti, che forniscono ogni anno 2,75 miliardi di dollari [circa 2 miliardi di euro] di aiuti a Israele, invitandoli a ridurre i finanziamenti di una somma equivalente alle spese israeliane per il sostegno delle colonie, che uno studio del 2003 ha stimato intorno a 1,4 miliardi di dollari [circa 1 miliardo di euro]. Similmente, numerosi report rivelano che alcune organizzazioni defiscalizzate inviano dagli Usa dei contributi consistenti a sostegno degli insediamenti in Cisgiordania. Per questo motivo, Hrw sollecita Washington a verificare anche che queste defiscalizzazioni siano coerenti con gli obblighi a cui è soggetto lo Stato, riguardanti il garantire il rispetto della legge internazionale.

Hrw chiede inoltre all'Ue – uno dei maggiori mercati di esportazione per i prodotti coloniali – di assicurarsi di non fornire incentivi alle esportazioni delle colonie tramite le sue tariffe preferenziali, e d'identificare i casi in cui la discriminazione contro i palestinesi contribuisce alla produzione e al commercio. Nel report, ad esempio, viene mostrato come i prodotti agricoli esportati dalle colonie, che utilizzano l'acqua dei pozzi israeliani, abbiano prosciugato i vicini pozzi palestinesi, limitando la capacità degli arabi di coltivare i propri campi e persino di avere accesso all'acqua potabile.

Il report descrive anche casi in cui le imprese hanno contribuito direttamente alla discriminazione, o ne hanno beneficiato: vi sono ad esempio alcune attività commerciali che hanno la loro sede nelle terre confiscate illegalmente ai palestinesi, a beneficio esclusivo dei coloni, e senza che sia stato corrisposto alcun compenso agli espropriati. Come se non bastasse, queste imprese godono dei sussidi governativi israeliani, delle agevolazioni fiscali e dell'accesso preferenziale alle infrastrutture, ai permessi e ai canali di esportazione. Hrw chiede alle imprese d'indagare su questi abusi, in modo da impedirli.

“La discriminazione del genere che viene praticato quotidianamente in Cisgiordania dovrebbe essere inammissibile per chiunque – ha dichiarato Bogert – Le imprese e i governi stranieri che rischiano di essere danneggiati dalle pratiche illegali d'Israele dovrebbero identificare e porre fine alle politiche e alle azioni che le sostengono”.

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