Prigione Nablus, dove è vietato sognare la fuga.

Da www.ilmanifesto del 15 marzo

Prigione Nablus, dove è vietato sognare la fuga
Le continue incursioni dell’esercito israeliano hanno trasformato la capitale economica dei Territori occupati in un ghetto. E chi prova a scappare rischia d’essere ucciso.

Michele Giorgio
Inviato a Nablus

«Negli anni 50 a Nablus erano state aperte tre sale cinematografiche e un teatro. In un altro teatro, costruito anni prima dall’amministrazione comunale e nel caffè Al- Manshiyeh, si riunivano intellettuali e artisti di grande fama. Per la nostra città sono passati personaggi come Farid Al-Atrash e Fayrouz». Ricorda tempi passati ben più lieti di quelli di oggi l’ingegnere Sami Hammad, innamorato della sua città e fucina instancabile di progetti di recupero del suo patrimonio culturale e architettonico. Dello splendore di un tempo poco o nulla rimane a Nablus, città-prigione dalla quale per uscire serve un permesso delle forze di occupazione israeliane, anche solo per recarsi in un villaggio vicino. Dai posti di blocco all’ingresso sud della città, dove quotidianamente centinaia, talvolta migliaia, di palestinesi si affollano per i controlli, si scorgono le automobili dei coloni israeliani, liberi di muoversi come meglio credono nella terra che occupano illegalmente, incuranti delle risoluzioni internazionali.
Ad un banchetto di dolciumi, appena dentro il balad al qadime (la città vecchia famosa un tempo come quelle di Aleppo, Tripoli del Libano e Damasco) Tamer Mohamed, un impiegato comunale di 27 anni, sta comprando caramelle per i suoi due figli. Dalla tasca sfila una banconota da 20 shekel (4 euro). «Si stenta ad andare avanti, non posso permettermi di spendere più di 30-40 shekel al giorno. Ma oggi è speciale, ho ricevuto lo stipendio, e desidero portare un regalino ai bambini», spiega mentre controlla scrupolosamente il resto ricevuto dal venditore ambulante.
La «Perla del nord» (190 mila abitanti), la città ritenuta il motore dell’economia palestinese in Cisgiordania, dove una dozzina di anni fa venne inaugurata in pompa magna la Borsa (ancora aperta) per quotare imprese e società del capitalista palestinese per eccellenza, Munib Masri, ormai non riesce più a nutrire gran parte dei suoi abitanti. «Avere un’attività privata è un grosso rischio, in questi ultimi anni ho visto chiudere tanti negozi e studi professionali, in fondo sono fortunato, guadagno poco ma almeno ho un reddito fisso che molti mi invidiano», prosegue Tamer Mohammed.
Entrando nei quartieri di Qariyun e Yasmin, le parole del giovane impiegato comunale trovano un’immediata conferma. I negozi aperti sono pochi, tante le saracinesche abbassate, da mesi se non da anni. Il clima è cupo, si incrociano poche persone che camminano veloci per le viuzze della casbah con lo sguardo basso di chi ha problemi molto seri da risolvere. Soffrono anche i sapienti artigiani del sabon nabulsi, il sapone di Nablus, tanto abili nell’imparare in fretta la lingua dell’occupante, l’ebraico, da suscitare l’ammirazione di Emil Habibi che li citò nel suo capolavoro «Il Pessottimista». Per le piccole e antiche fabbriche di sapone ormai passano pochi acquirenti e rarissimi turisti. Il pericolo di improvvise incursioni di unità speciali dell’esercito israeliano, a caccia di giovani militanti dell’Intifada nascosti nella città vecchia, contribuisce a tenere la gente lontana dalla parte più caratteristica di Nablus.
Che la mancanza di sicurezza, i raid israeliani e, naturalmente, la chiusura totale del centro abitato, siano la causa principale della crisi della città ne sono tutti convinti. A cominciare da Basel Kanan, il presidente della Camera di Commercio. «L’ultima incursione israeliana, tra la fine di febbraio e l’inizio di marzo (che secondo il portavoce militare ha portato alla scoperta di laboratori di ordigni esplosivi, ndr), ha causato perdite economiche per un milione di dollari al giorno. Circa 150 negozi hanno ricevuto danni per 400mila dollari», ci dice Kanan sottolineando che commercianti e imprenditori lasciano la città per trasferirsi in centri abitati più piccoli, dove i raid israeliani sono meno frequenti e c’è una maggiore libertà di movimento. «In questo clima – aggiunge – in cui crescono povertà e disoccupazione, non deve sorprendere l’aumento della criminalità che da tempo si registra a Nablus, senza dimenticare la presenza nelle strade di tanti giovani armati che non sempre fanno capo ad una organizzazione politica».
Produrre e distribuire le merci è un’impresa ardua quando si passa il tempo ad ottenere i permessi dalle autorità militari oppure in fila per ore davanti alle sbarre dei posti di blocco. L’Ocha, l’ufficio di coordinamento per gli affari umanitari dell’Onu, ha calcolato che nel 2006 check-point e blocchi stradali sono aumentati del 40% rispetto all’anno precedente, arrivando a toccare la cifra record di 528. Un gran numero di questi ostacoli sorge proprio intorno a Nablus. Qualsiasi abitante maschio, di età compresa tra i 16 e i 35 anni, non può andare da Nablus al centro o al sud della Cisgiordania. Un divieto simile è in vigore anche a nord della città ma i soldati a guardia di quei posti di blocco talvolta si mostrano più flessibili rispetto a quelli che operano a sud, la zona considerata più «calda». Fino a qualche tempo fa i giovani di Nablus più coraggiosi provavano ad aggirare il check-point di Hawara, pochi chilometri più a sud, passando per campi coltivati e percorrendo stradine di collina. Ma ora sono pochissimi a farlo, perché i soldati aprono il fuoco subito e nei mesi passati ci sono stati morti e feriti. «Prima tentavo la sorte più volte durante la settimana, ma ora il rischio di perdere la vita è troppo alto, qualche mese fa hanno ferito gravemente un mio amico», racconta Ashraf Salah, 27 anni. Si può provare a chiedere un permesso alle autorità militari, ma ottenerlo non significa che poi si è autorizzati a superare tutti i posti di blocco. «Dovevo recarmi a Ramallah per un reportage – riferisce la giornalista Mirvat Shafai, 32 anni – ma mi hanno bloccato al posto di blocco di Atara (qualche chilometro dopo Hawara, ndr) perché quel giorno non facevano passare neanche le donne. Ho mostrato il permesso e i soldati mi hanno risposto che valeva solo tra i due check-point. Allora mi sono avventurata per le campagne circostanti. Ero terrorizzata, sapevo che potevano spararmi in qualsiasi momento, ma dovevo lavorare, non potevo fermarmi e come me tante persone sono costrette a rischiare pur di guadagnarsi da vivere».
L’Ocha tenta di mediare con le autorità militari, nella speranza di allentare la pressione su Nablus e migliorare la vivibilità in Cisgiordania. «La frammentazione del territorio è in continuo aumento – spiega Tom Shearer, un funzionario dell’agenzia dell’Onu – la Cisgiordania è stata divisa in tre aree – nord, centro e sud – e per i palestinesi diventa sempre più difficile andare da una zona all’altra. Le attività quotidiane ne risentono molto. Il numero dei posti di blocco è aumentato progressivamente, anche nelle fasi in cui la situazione generale era più tranquilla e non si registravano atti di violenza particolari». Shearer assicura che i colloqui con i comandi militari sono frequenti «ma nella maggior parte dei casi non servono a nulla, la situazione sul terreno non cambia».

 

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