Quella notte sotto le bombe.

Da www.ilmanifesto.it del 4 febbraio

Quella notte sotto le bombe

Stefano Chiarini

In questa corrispondenza drammatica, il racconto del bombardamento notturno di Baghdad che ha dato inizio alla prima guerra del Golfo. Stefano Chiarini riuscì a farci arrivare questa testimonianza registrata sul nastro. Era il 18 gennaio 1991.
Sono le 2.30 di notte. Una improvvisa fiammata nei pressi dell’aeroporto internazionale della capitale irachena, seguita dal crepitio della contraerea, sveglia improvvisamente una città già al colmo della tensione. Tutti sanno di che cosa si tratta. La guerra è iniziata.
Il cielo si illumina a giorno sulla linea dell’orizzonte, oltre le palme e le luci limpidissime delle strade che conducono verso l’aeroporto in una delle notti più chiare di queste settimane di tensione. Squadriglie di bombardieri americani arrivano da ogni direzione, invano inseguiti da una contraerea i cui proiettili scrivono strisce rosse e gialle nella notte come in una sorta di fuochi d’artificio, tragici e mortali.
L’esplosione delle bombe e dei missili scuote il terreno sotto la capitale dell’Iraq e si sente chiaramente anche nei solidi rifiuti dei grandi alberghi, come in quello Al Rashid dove è ospitata la stampa internazionale. Il rumore delle bombe e della contraerea è assordante per tutta la notte, dalle due e mezza fin quasi alle sei.
La gente si precipita, in preda al panico, nei rifugi lungo le scale dell’Hotel Al Rashid immerso improvvisamente nel buio più assoluto. Fermi gli ascensori, interrotta l’erogazione dell’acqua e dell’elettricità. Alcuni ospiti dell’albergo sono in pigiama, ma la maggior parte ha preferito non andare neppure a dormire rimanendo a scrutare ansiosamente il cielo della prima notte dopo l’ultimatum, quella che tutti consideravano come la più pericolosa.
Il fischio dell’aereo in picchiata è subito seguito da forti boati e da lingue di fuoco che si alzano dal ministero della difesa, dall’aeroporto, dalle centrali di comunicazione, dalla torre delle trasmissioni, tutti obiettivi colpiti pesantemente dai proiettili americani.
Il bombardamento ha un effetto devastante, decine e decine di incursioni a intervalli di dieci-quindici minuti dalle 2,30 fino all’alba. E poi ancora alle 5, a mezzogiorno e nel primo pomeriggio al calar della sera, verso le 17.
Colpito in pieno il ministero della difesa, dove sarebbe rimasto gravemente ferito anche il primo ministro iracheno. Non si sa se seriamente o meno. Colpiti anche una raffineria nei pressi della città, il ministero dell’informazione, l’aeroporto e tutti i centri di comunicazione del paese con l’estero. Colpite anche le zone civili della capitale.
Si ignora il numero delle vittime, ma dovrebbe essere piuttosto elevato.
Oltre 400 gli attacchi aerei condotti dagli F15 americani e dagli aerei inglesi contro oltre 70 obiettivi iracheni. I missili Cruise sono partiti dalle navi ancorate al largo del Golfo e si sono diretti sui loro obiettivi. A Baghdad e nelle altre città dell’Iraq sono stati colpiti industrie, impianti militari e rampe missilistiche.
Nelle sale dell’Hotel Rashid, da diverse ore isolato dal resto del mondo, un funzionario del ministero dell’informazione tiene verso l’ora di pranzo una breve e improvvisa conferenza stampa, sostenendo che sarebbero 14 gli aerei «nemici» abbattuti (americani, inglesi e sembra anche francesi). Il funzionario lancia un appello attraverso la radio perché la popolazione non faccia del male ai piloti eventualmente lanciatisi col paracadute.
Con l’arrivo del giorno la capitale irachena trattiene di nuovo il fiato e inizia il conto alla rovescia verso una sera e un’altra notte che potrebbero essere ancora più tragiche della precedente. Tutti sono rimasti a casa o nei pressi dei rifugi, pochissimi i passanti. Poi in serata, verso le 17, le sirene urlano di nuovo e tutti corrono nei rifugi dove passeranno questa ultima e interminabile notte.

Una corrispondenza dalla capitale irachena sotto le bombe: era il 1991, la prima guerra del Golfo, e Stefano Chiarini aveva deciso di restare là nonostante il rischio. Era l’unico inviato della stampa occidentale oltre a Peter Arnett della Cnn

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