Rassegna stampa del 12 marzo

Rassegna stampa del 12 marzo.

A cura di Chiara Purgato

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PATRIARCA TWAL: GOVERNI ISRAELE E PALESTINA ENTRAMBI DEBOLI

(AGI) – CdV, 12 mar. – I governanti attuali di Israele e Palestina “stanno solo gestendo il conflitto. Sono moderati, ma fino alla debolezza”. Lo afferma il patriarca latino di Gerusalemme, mons. Fouad Twal, in un’intervista al settimanale “Vita”, parlando sulla situazione in Terra Santa. “Bisogna lavorare per la pace e la sicurezza per tutti. In Terrasanta o c’e’ pace per tutti o nessuno godra’ della pace da solo”, spiega l’arcivescovo Twal che conta molto sul ruolo politico dell’Unione Europea nel dirimere il conflitto israelo-palestinese. “Questa guerra – ricorda – e’ figlia di un’occupazione militare, solo che nessuno ha il coraggio di dire di chi. Alimenta la violenza e persegue l’umiliazione” .
 

ISRAELE CHIUDE FRONTIERA CON LA CISGIORDANIA

Fino alla mezzanotte di domani, si temono attentati (AGI/AFP/REUTERS) – Gerusalemme, 12 mar. – Israele ha chiuso per 48 ore la frontiera con la Cisgiordania “per motivi di sicurezza”, tra cui il rischio di attentati. L’ordine e’ stato impartito dal ministro della Difesa, Ehud Barak, e il provvedimento restera’ in vigore fino alla mezzanotte di sabato. Dal blocco sono esentati medici, insegnanti, religiosi e giornalisti. Sara’ inoltre proibito agli uomini di eta’ inferiore ai 50 anni di assistere alla preghiera del venerdi’ nella moschea al Aqsa di Gerusalemme, da cui la settimana scorsa era partita spedizioni contro i poliziotti israeliani che presidiano la Spianata delle Moschee.
  Dalla seconda Intifada, scoppiata nel settembre 2000, Israele ha spesso chiuso la frontiera con la Cisgiordania in concomitanza con le festivita’ ebraiche per prevenire possibili attacchi. Ma e’ raro che il provvedimento venga adottato in un altro periodo, come stavolta. La tensione tra i palestinesi e’ molto alta dopo la decisione del governo israeliano di autorizzare la costruzione di 1.600 case per i coloni a Gerusalemme est che ha portato al congelamento da parte dell’Anp dei colloqui indiretti che avrebbe dovuto avviare in questi giorni con lo Stato ebraico. (AGI) .

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La proposta relativa alla costruzione di circa 1600 alloggi ebraici nei territori di Gerusalemme Est viene osteggiata e scoraggiata dalla comunità internazionale.

Non solo l’Unione Europea, tramite la voce di Cathrine Ashton, ma anche gli Stati Uniti , con il vicepresidente Joe Biden in questi giorni nella regione, condannano fermamente il progetto di Israele.

Certo è che questa situazione non giova ai rapporti diplomatici, cosiddetti “indiretti” perché mediati dagli Stati Uniti, fra Israele e Palestina.

E in merito a ciò, il messaggio di Biden, durante il suo intervento all’università di Tel Aviv, è stato chiaro: “La cosa più importante è che questi colloqui vadano avanti rapidamente e in buona fede”, avvertendo inoltre “non possiamo permetterci ritardi, perché quando un processo viene rinviato gli estremisti possono sfruttare le nostre differenziazioni”.

“La controparte palestinese non è pronta a negoziare alle circostanze attuali”.

Così si è espresso Amr Mussa, segretario della Lega Araba, facendo eco al capo dell’Autorità Palestinese (Ap) Abu Mazen, anch’egli profondamente indignato.

Lo stesso capo dell’Ap ha dichiarato che non tornerà a sedere al tavolo delle trattative finché il progetto israeliano non sarà completamenteannullato.

Secondo il quotidiano israeliano Haaretz, il progetto prevede lacostruzione di migliaia di abitazioni in diversi rioni israeliani come Ramat Shlomo, nonché in altri piccoli centri molto vicini a nuclei abitati prevalentemente da arabi.

Forti sentimenti avversi derivano anche dalla popolazione palestinese che, oltre a giudicare illegali queste azioni, percepiscono un costante e crescente senso di isolamento, colpa anche della Barriera di protezione attorno a Gerusalemme che rende difficile la situazione economica.

Il territorio di Gerusalemme Est risulta zona di contesa fra israeliani e palestinesi sin dalla prima guerraarabo-israeliana nel 1948, passata prima sotto il controllo palestinese e poi sotto quello israeliano nel corso degli anni (si ricordi la guerra dei sei giorni).

Nel 1980 lo Stato ebraico proclamò Gerusalemme, unita e indivisa,capitale di Israele, dichiarazione annullata dalla risoluzione 478 del Consiglio di Sicurezza.

D’altro canto, la fazione palestinese ha sempre rivendicato questo territorio come parte integrante di quello Stati che verrà un giorno creato. Inoltre nel 2000, l’Ap promulgò una legge che portò a Gerusalemme Est il titolo di capitale del futuro Stato di Palestina.

La situazione è quindi fortemente controversa e la strada diplomatica è irrinunciabile. Di ciò sono convinti molti esponenti della maggioranza israeliana nonché il Ministro della Difesa Ehud Barak. Per il maggior partito di opposizione Kadima questo è un record di stupidità diplomatica”. 

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12-03-2010

La coscienza palestinese

Da un editoriale di Yisrael Hayom

I palestinesi possono tranquillamente dire: ecco qua una piazza nuova, intitoliamola alla memoria della più celebrata eroina della storia del nostro popolo, la leggendaria combattente per la libertà che si oppose all’occupazione e restò uccisa nell’adempimento del suo dovere, la santa martire Dalal Mughrabi, che Iddio l’abbia in gloria. Cosa fece Dalal Mughrabi? Oh, semplicemente con i suoi camerati sequestrò un autobus e fece strage di 37 israeliani, ferendone e mutilandone un’altra settantina. Bambini? Donne? Sì, certo: sono tutti soldati dell’esercito d’occupazione (nel senso dell’esistenza stessa di Israele), erano tutti figli della morte. E i negoziati di pace? Nessuna preoccupazione: gli ebrei muoiono dalla voglia di trattare con noi, quello che facciamo non importa nulla. E che si fa in quei negoziati? Si parla. Noi ci lamentiamo continuamente degli israeliani, chiediamo ulteriori allentamenti delle restrizioni e chiediamo fondi e ancora fondi, e poi ce ne usciamo con un bel comunicato stampa in cui diciamo che gli israeliani sono intransigenti e ostinati e che non vogliono accettare nessun compromesso. Tanto è quello che già pensano in molti, nel mondo dei mass-media. Tanto questi ebrei hanno un antica abitudine: prendersi la colpa di qualunque cosa. Come ebbe a dire un regista palestinese, autore di una pièce teatrale con Dalal Mughrabi come protagonista: “’Dalal è un simbolo della Palestina, noi la consideriamo come parte della coscienza palestinese”. Parole illuminati: ecco qual è la coscienza palestinese. E tutte le sciocchezze su colloqui di pace e accordi e cooperazione e tutte le altre ciance politiche sono solo schiuma sulla superficie della nostra storia insanguinata.

 

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M.O./ Gerusalemme Est, Anp chiede aiuto degli Stati Uniti

Abu Mazen vuole pressioni su Israele perché revochi costruzioni 
Roma, 12 mar. (Apcom) – Il presidente dell’Autorità Nazionale palestinese Abu Mazen ha chiesto agli Stati Uniti di fare pressione sul governo israeliano perché venga revocata l’autorizzazione alla costruzione di 1.600 alloggi a Gerusalemme Est: è quanto riporta il quotidiano israeliano Ha’aretz, citando fonti palestinesi. In un colloquio telefonico avvenuto ieri sera l’inviato speciale per il Medio Oriente statunitense George Mitchell – che dovrebbe recarsi nella regione la prossima settimana – avrebbe chiesto ad Abu Mazen di non rinunciare ai negoziati indiretti, come minacciato all’indomani della decisione israeliana (criticata peraltro dalla comunità internazionale, compresi gli Stati Uniti). Le attività di costruzione nei quartieri arabi di Gerusalemme non fanno parte della moratoria unilaterale di 10 mesi sull’ampliamento delle colonie in Cisgiordania decisa dal governo israeliano: una sospensione totale delle attività edilizie, che comprenda anche la Città Santa, è però la condizione avanzata dall’Autorità Nazionale Palestinese per la ripresa del dialogo. 

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Israele-Palestina, nuovo stop dei negoziati

giovedì 11 marzo 2010

Non c’è, al momento, spiraglio alcuno per la riapertura del dialogo tra Israele e Palestina. Dopo l’annuncio israeliano di due giorni fa, relativo all’ampliamento di oltre 1600 nuovi alloggi nell’insediamento ebraico di Gerusalemme Est, il capo negoziatore palestinese Saeb Erekat ha annunciato lo stop ai dialoghi che dovrebbero riaprire il processo di pace mediorientale. È infatti arrivato l’ordine, la scorsa notte, da parte del presidente palestinese Abu Mazen, di interrompere i negoziati fino a quando Israele non bloccherà l’ampliamento di questi nuovi insediamenti.

Il segretario della Lega Araba, Amr Mussa, questa mattina ha rivelato che i colloqui, effettuati in maniera indiretta, sono stati interrotti dopo la ripresa degli stessi cominciata pochi giorni fa, proprio perché il presidente dell’Anp Mazen non intende sottostare alla continua colonizzazione israeliana dei territori occupati. In una dichiarazione alla Reuters, Mussa lascia tuttavia un largo spiraglio aperto per la ripresa del dialogo: “il presidente palestinese ha deciso che non ingaggerà questi negoziati adesso, la controparte palestinese non è pronta a negoziare nelle circostanze attuali”. Il riferimento è proprio alla costruzione di 1600 nuovi alloggi a Gerusalemme Est, la cui sovranità è da sempre al centro della controversia israelo-palestinese. La Lega Araba ha annunciato che se queste nuove misure israeliane non saranno immediatamente fermate, i negoziati (tanto agognati da Washington) non riprenderanno. Decisione che è partita direttamente dall’Anp.

Gli annunci di Mussa sono giunti nel terzo giorno della visita del vicepresidente americano Joe Biden in Medio Oriente, viaggio che ha come chiaro scopo il tentativo di tessere un nuovo filo che possa unire le due parti, ma che rischia di rivelarsi fallimentare dopo il colpo a sorpresa dei nuovi alloggi ebraici. Pur confermando che “Israele ed USA mantengono relazioni uniche, difficili da spezzare” Biden non ha disdegnato un’aspra critica verso l’amministrazione ebraica, parlando di un progetto, quello a Gerusalemme Est, che “mina alla base di fiducia reciproca necessaria” alla ripresa dei negoziati.

Ma mentre la questione dell’edilizia israeliana è al centro del confronto tra il premier Netanyahu e il vicepresidente Biden, il quotidiano ebraico “Haaretz” rivela il progetto ancor più monumentale per Gerusalemme Est: la costruzione di oltre 50 mila alloggi destinati ad ebrei, di cui 20 mila imminenti (sarebbe già iniziato l’iter burocratico). La maggior parte di essi, secondo il quotifiano, sarebbero integrati in rioni omogenei ebraici ma una minima parte di alloggi è prevista anche all’interno di rioni palestinesi di Gerusalemme Est. 

Nell’intervento di oggi all’Università di Tel Aviv, Biden ha auspicato l’immediata ripresa dei negoziati “rapidamente ed in buona fede” perché “quando un processo viene rinviato gli estremisti possono sfruttare le nostre differenziazioni

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Gerusalemme. Nuovo pericolo di disordini

12 Marzo 2010

La polizia israeliana oggi ha vietato alle persone al di sotto dei 50 anni di età di entrare nella moschea di al-Aqsa , a Gerusalemme. Il timore delle autorità è che si scatenino disordini nella città vecchia, dopo la recente decisione del governo israeliano di costruire 1600 nuovi insediamenti.

Queste misure non hanno però impedito che si verificassero incidenti a Gerusalemme, dove in alcuni quartieri della Città Vecchia si è assistito a scontri tra la polizia israeliana e alcune centinaia giovani palestinesi, ai quali era stato vietato l’ingresso nella moschea.

Il ministero della Difesa Ehud Barak israeliano ha anche imposto la chiusura dei varchi con la Cisgiordania da oggi fino a domani sera come misura precauzionale per limitare il rischio di disordini da parte di dimostranti palestinesi a margine delle preghiere islamiche del venerdì. Lo ha riferito un portavoce militare. Il provvedimento – frequente da parte israeliana in presenza di situazioni di tensione o in occasione di festività e manifestazioni – si lega in particolare alle fibrillazioni su Gerusalemme est (la parte a maggioranza araba della città), che venerdì scorso è stata teatro di incidenti allargatisi poi a varie località della Cisgiordania. Già ieri, le autorità di Israele avevano ordinato per oggi una restrizione degli accessi alla Spianata delle Moschee di Gerusalemme, polveriera permanente di passioni ed epicentro la settimana scorsa dell’inizio dei tafferugli.

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Tribunale Russell per la Palestina: L’Ue è complice di Israele”

di Eva Brugnettini*

L’Unione Europea è a tutti gli effetti “complice” delle violazioni del diritto internazionale compiute da Israele ai danni del popolo palestinese.

Ad affermarlo è il Tribunale Russell per la Palestina (Trp), che ha da poco pubblicato le conclusioni della prima sessione, terminata una settimana fa a Barcellona.

Secondo il Trp, la colpa Ue non è soltanto quella di non riuscire a impedire le violazioni dello Stato ebraico, ma anche di favorirle.

In particolare – afferma la corte – l’Europa si è trasformata in “complice” mediante l’esportazione di armi e attrezzature militari verso lo Stato ebraico (alcune delle quali usate per l’offensiva Piombo fuso) e attraverso l’importazione di beni prodotti nelle colonie israeliane.

A tal proposito il Trp cita la decisione della Corte di Giustizia dell’Unione Europea, relativa alla società tedesca Brita, che il 25 febbraio ha stabilito che i prodotti israeliani provenienti da insediamenti non hanno diritto ai vantaggi doganali previsti dagli accordi economici tra Comunità Europea e Israele: “Un’eccezione che dovrebbe diventare la regola”. 

Il “silenzio assenso” dell’Unione Europea si manifesta nella partecipazione degli insediamenti israeliani a progetti di ricerca europei, nell’assenza di proteste significative di fronte all’offensiva su Gaza dello scorso inverno, e tollerando relazioni economiche tra aziende europee e Israele.

In questo quadro rientrano anche i progetti commerciali nei Territori occupati, come le discariche di Tovlan in Cisgiordania e la rete di tram in costruzione a Gerusalemme Est, entrambi gestiti dall’azienda francese Veolia. A questo riguardo il Trp parla di vera e propria “assistenza illegale” a Israele, di una politica che incoraggia lo Stato ebraico nella violazione del diritto internazionale e che rende gli stati dell’Unione Europea spettatori consenzienti.

Secondo il tribunale è anche “inaccettabile” il fatto che l’Ue abbia adottato una politica di due pesi e due misure tra israeliani e palestinesi; Bruxelles infatti ha interrotto ogni relazione con la Palestina quando, nel 2006, Hamas ha vinto le elezioni nei Territori occupati, mentre le “mantiene con uno Stato che viola il diritto internazionale su una scala molto più ampia rispetto a Hamas”.

Appello a Stati e cittadini europei

L’appello del Trp è quello di consolidare la giurisdizione universale tra gli Stati membri dell’Unione Europea, in modo da consentire di perseguire e arrestare i presunti colpevoli, e processarli di fronte ai propri tribunali.

L’Unione Europea – sottolinea il Trp – è tenuta a usare tutti i mezzi disponibili perché Israele rispetti il diritto internazionale, non soltanto attraverso qualche dichiarazione di condanna.

Il Trp chiede ancora la sospensione dell’Accordo di Associazione con lo Stato ebraico, l’attuazione delle raccomandazioni del Rapporto Goldstone e l’intensificazione della campagna Bds (boicottaggio, disinvestimento e sanzioni).

Soprattutto “chiede agli stati dell’Unione Europea di imporre sanzioni a Israele attraverso misure diplomatiche, commerciali e culturali, per mettere fine all’impunità di cui ha goduto per decenni”.

Ma l’appello del tribunale è rivolto anche, e forse soprattutto, ai cittadini europei, che nel caso in cui l’Unione “mancasse di coraggio”, sono tenuti a portare avanti movimenti di pressione verso le istituzioni.

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NELLA WEST BANK NON C’È CRISI ECONOMICA, MA NON C’È NEMMENO PACE

Non sono in pochi ad aver titolato con molto interesse che la ripresa economica della West Bank presentava un’opportunità non indifferente per rilanciare il processo di pace tra Israele e Palestina su basi diverse. Il primo ad esprimere questa idea fu proprio Benjamin Nethanyau, che in uno dei suoi primi discorsi di insediamento rivelò il proprio piano per la West Bank e il processo di pace, sostenendo che, piuttosto che una ripresa della Road Map, andasse assunta la sfida dello sviluppo economico dei Territori palestinesi. Forse quel discorso fu più profetico e programmatico di quanto molti non si immaginassero, avendo gli eventi degli ultimi anni dato più ragione a Nethanyau che a coloro che credevano che il cambio di vertice alla Casa Bianca avrebbe comportato una riapertura ed una svolta nei negoziati di pace.

E’ emerso piuttosto il contrario. A livello geopolitico, Obama e la sua amministrazione hanno ben altre priorità rispetto alla “Terra Santa” e di ben altra urgenza: con due conflitti ancora aperti e parzialmente irrisolvibili che aggravano il rapporto tra Occidente e mondo musulmano, e con la possibilità che l’Iran diventi effettivamente entro l’anno una potenza nucleare, è difficile prevedere, al di là dei cerimoniali di rito, un investimento forte dell’attuale amministrazione USA in Israele e Palestina. L’Unione Europea, dal canto suo, potrebbe ritrovare nuova linfa dopo la ratificazione del Trattato di Lisbona, che è finalmente riuscita a marcare un progresso nel senso di un maggiore coordinamento in politica estera nella figura del Ministro degli Esteri Catherine Ashton, ma è troppo incentrata sulla crisi economica e sul rilancio interno e troppo lontana da Israele per poter fare la differenza. 

Si tratta dunque di un momento di stasi a livello macro, ma nella regione qualcosa si muove in modo più febbrile di quanto non paia ad un primo sguardo. In primo luogo, la crisi economica non ha intaccato nel lungo periodo né Israele, che è tornato a crescere dello 0.7% più velocemente di quanto non si attendessero perfino le stime economiche governative,  con una crescita del prodotto interno lordo pari a 4.9%, né la West Bank, che non è mai entrata nella crisi ma ha anzi registrato livelli di crescita importanti già nel secondo semestre del 2009, pari al 7%, con punte di crescita del 24% in alcuni settori-chiave, come il settore immobiliare, i servizi finanziari e i servizi sociali. Quest’ultimo dato, per molti aspetti sorprendente da parte di un “paese” tradizionalmente in crisi, ha fatto parlare di una West Bank come la nuova “Silicon Valley”, un definizione molto distante dalla realtà.

Se infatti alcuni indicatori positivi esistono e vanno valutati positivamente, essi vanno anche contestualizzati. E’ vero che la disoccupazione è leggermente declinante (dal 20% al 16%), e che il governo Fayyad riesce a sollecitare donazioni estere importanti, come i 200 milioni di dollari del Congresso USA, i quasi 400 raccolti tra stati donatori afferenti all’Assemblea delle Nazioni Unite e i 21 milioni elargiti dall’UE per saldare salari e pensioni), e che più in generale il settore dei servizi ha riscontrato una crescita esponenziale, ma mentre alcuni di questi successi si possono considerare come effettivi, altri sono poco sostenibili nel lungo periodo. Se infatti si considera come tutte le attività in crescita siano quelle soggette a forti investimenti esteri e si tiene presente la volontà dell’ANP, dichiarata di recente, di ridurre considerevolmente l’entità di tali donazioni nel prossimo biennio, è possibile che i livelli di crescita appena raggiunti non si mantengano per il 2011-12. Ancora, alcuni problemi strutturali dell’economia palestinese restano tali e non sono stati risolti dall’attuale governo: il tasso di impiego femminile nella West Bank è, ad esempio, uno dei più bassi del mondo (pari al 15%), come rivelato da un sondaggio dell’Ufficio statistico centrale in Palestina sull’occupazione femminile in occasione della Giornata Mondiale delle Donne.

Ancora, altri indicatori potrebbero fare riflettere, come il fatto che l’agricoltura abbia registrato un calo addirittura del 17% e che la mobilità sia effettivamente aumentata all’interno della West Bank (grazie allo smantellamento di circa 147 checkpoints ) , ma non sia ritornata ai livelli precedenti alla Seconda Intifada (2000) ed abbia oltretutto completamente rinunciato a collegamenti con la striscia di Gaza, oggi ritenuta da più parti un’entità autonoma anche dal punto di vista economico. Un altro aspetto poco considerato è l’interdipendenza dell’economia palestinese con quella israeliana, e specificatamente con l’economia e i servizi legati ai settlements.  Trattandosi di un argomento politicamente delicato, se ne fa poco riferimento, ma l’occupazione nel settore immobiliare e nell’agricoltura delle colonie rappresenta una voce d’impiego importante per città come Gerico, a cui  si è parzialmente chiusa a partire dalla Seconda Intifada,  l’opportunità del turismo. Altre situazioni difficili potrebbero essere citate, come il caso di Rantis, il villaggio del governatorato di Ramallah che è stato quasi completamente circondato dalla “Defense Barrier” e la cui situazione oggi, come quella di molti altri villaggi in condizioni analoga, si presenta doppiamente difficile, sia dal punto di vista della mobilità che dell’agricoltura, tradizionale risorsa del villaggio, penalizzata dall’espropriazione di terre, ma anche per il mancato permesso della sua manodopera di accedere al mercato israeliano, tradizionale sbocco lavorativo per la popolazione locale.

La West Bank è dunque una Silicon Valley con delle discrepanze immense al proprio interno: con aree a forte sviluppo che convivono accanto a sacche di estrema povertà. Il nuovo progetto urbano lanciato dal Governo Fayyad lo scorso gennaio, ovvero quello di costruire una città modello (Rawabi) capitale dell’high-tech palestinese, si scontra contro la persistenza di numerose realtà locali completamente tagliate fuori dal mercato del lavoro e dal sistema viario nazionale. Forse, come ben sottolineava nel suo articolo su Maanews Sam Bahour, esiste il problema di un’ANP e di una comunità internazionale che valutano il successo e l’insuccesso di un Paese solo in termini di GDP, senza chiedersi quali condizioni concrete, di diritti, di lavoro e di opportunità, si riscontrino sul suo territorio ogni giorno.

Senza contare che la “pace economica” offerta da Nathanyau è intesa in modo differente dai suoi partner palestinesi, che guardano piuttosto ad un risanamento economico e istituzionale dell’ANP in vista di un riconoscimento internazionale della West Bank quale stato autonomo, democratico e affidabile nel consesso delle nazioni, un riconoscimento di fatto unilaterale e indipendente dal beneplacito di Israele.

Difficile dunque stabilire se le parole “pace” ed “economia” possano confluire nella stessa direzione, o piuttosto temporaneamente velare il conseguimento di obiettivi divergenti da parte di Israele e dell’ANP, che torneranno a manifestarsi tali quando e se il risanamento economico dovesse dirsi completato.

Il fatto che alcuni compromessi e scelte politiche nel lungo periodo non possano esser esclusi del tutto è una banalità evidente che pure la logica economicistica e apolitica oggi dominante vorrebbe dimenticare o circoscrivere il più possibile: nel caso specifico è un gioco da cui Israele e l’ANP vogliono entrambe riuscire vittoriose, ma  con obiettivi profondamente diversi.

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Organizziamo una vera settimana dell’apartheid in Medio Oriente di Alan M. Dershowitz

Ogni anno, più o meno in questo periodo, studenti islamici estremisti – coadiuvati da professori estremisti anti-israeliani – organizzano un evento che loro chiamano “settimana sull’apartheid israeliano”. Durante tale settimana cercano di indurre gli studenti in vari campus universitari in giro per il mondo ad aborrire Israele come un regime da apartheid. La gran parte degli studenti sembra ignorare le invettive di questi estremisti, ma alcuni ingenui finiscono con prenderli sul serio. Altri studenti, ebrei o pro-israeliani, denunciano di venire intimiditi quando cercano di rispondere alle loro falsità.
In quanto persona che si oppone con determinazione a qualunque tipo di censura, la mia soluzione è sempre quella di combattere i discorsi malevoli con discorsi validi, le menzogne con la verità, l’insegnamento disonesto con l’insegnamento autentica.
In questo spirito mi faccio sostenitore della proposta di tenere nelle università in tutto il mondo una “settimana dell’apartheid mediorientale” che sia basata sul principio – universalmente accettato in fatti di diritti umani – della “priorità al caso peggiore”. In altri termini, innanzitutto devono essere studiate e rivelate le forme peggiori di apartheid praticate da nazioni ed entità mediorientali. Poi andranno studiate le pratiche da apartheid di altri paesi, in ordine di gravità e di impatto su minorane vulnerabili.
In base a questo principio, il primo paese da studiare è l’Arabia Saudita: un regime tirannico che pratica l’apartheid di genere in grado estremo, relegando le donne in uno status estremamente basso. Non a caso un eminente imam saudita ha emesso di recente una fatwa in cui si proclama che chiunque sostenga che le donne lavorino a fianco di uomini o che in altro modo compromettano l’assoluto apartheid di genere, è passibile di esecuzione. I sauditi praticano anche un apartheid basato sull’orientamento sessuale, imprigionando e giustiziando cittadini sauditi gay e lesbiche. Inoltre l’Arabia Saudita pratica un esplicito apartheid religioso: ha strade speciali riservate “solo ai musulmani”, discrimina i cristiani rifiutando loro il diritto di praticare apertamente la loro religione e – è appena il caso di ricordarlo – non riconosce agli ebrei il diritto di vivere in Arabia Saudita, di possedervi proprietà e persino (con limitate eccezioni) di entrare nel paese: insomma, un apartheid con rappresaglia.
La seconda entità sulla lista dei peggiori apartheid mediorientali da studiare dovrà essere Hamas, l’autorità de facto della striscia di Gaza: anche Hamas discrimina apertamente le donne, i gay e i cristiani, non permette nessun dissenso, nessuna libertà di parola, nessuna libertà di religione.
Ogni singolo paese mediorientale pratica queste forme di apartheid, in un grado o nell’altro. Si consideri ad esempio la nazione più “liberale” e filo-occidentale dell’area, vale a dire la Giordania. Il Regno di Giordania, che il re stesso ammette non essere una democrazia, ha una legge nei suoi codici che proibisce a qualunque ebreo di essere cittadino giordano e di possedere terre in Giordania. Nonostante gli sforzi della regina progressista, le donne di fatto sono ancora subordinate praticamente in tutti gli aspetti della loro vita in Giordania.
L’Iran naturalmente non pratica nessuna discriminazione contro i gay dal momento che il suo presidente ha garantito che in Iran i gay non esistono affatto [Mahmud Ahmadinejad lo proclamò nel settembre 2007 dal pulpito della Columbia University]. In Pakistan, dei sikh sono stati giustiziati per essersi rifiutati di convertirsi all’islam, mentre in tutto il Medio Oriente vengono praticati omicidi delle donne detti “d’onore” spesso con la tacita approvazione delle autorità laiche e religiose. Tutti i paesi musulmani in Medio Oriente riconoscono una sola religione ufficiale, l’islam, e non fanno nemmeno finta di sforzarsi per garantire eguaglianza religiosa ai fedeli di altre fedi. E questa non è che una sintetica rassegna di alcune, certo non di tutte le forme di apartheid praticate in Medio Oriente.
Passiamo ora a Israele. Il laico stato ebraico d’Israele riconosce pieni diritti religiosi a cristiani e musulmani (e alle altre minoranze religiose) e proibisce ogni forma di discriminazione basata sulla religione (ad eccezione, per la verità, degli ebrei conservatori e riformati, ma questa è un’altra storia!). I cittadini musulmani e cristiani d’Israele (in tutto più di un milione) hanno diritto di votare ed essere eletti alla Knesset, e alcuni di costori si oppongono anche al diritto di Israele di esistere. Un arabo siede alla Corte Suprema, un arabo è membro del governo, numerosi arabi israeliani occupano posizioni importanti nel business, nell’università, nella vita culturale della nazione. Un paio di anni fa, nella sede YMCA di Gerusalemme, ho assistito a un concerto dove Daniel Barrenboim dirigeva un’orchestra mista di musicisti israeliani e palestinesi davanti a un pubblico misto di israeliani e palestinesi. L’uomo seduto al mio fianco era un arabo israeliano: più esattamente il ministro della cultura dello Stato d’Israele [Raleb Majadele, dal 2007 al 2009 ministro di scienza, cultura e sport nel governo Olmert]. Qualcuno riesce a immaginare un concerto di questo genere che avesse luogo nell’apartheid del Sudafrica o nell’apartheid dell’Arabia Saudita?
In Israele vige competa libertà di dissenso, che infatti viene praticata con gran vigore da musulmani, cristiani ed ebrei. E infatti Israele è una vibrante democrazia.
Ciò che vale per Israele vero e proprio, comprese le sue regioni a maggioranza araba, non vale per i territori occupati. Israele ha posto fine all’occupazione della striscia di Gaza alcuni anni fa [estate 2005], col solo risultato di venire attaccato dai razzi di Hamas. Israele mantiene la sua occupazione in Cisgiordania solo perché i palestinesi hanno preso le distanze dalla generosa offerta che prevedeva indipendenza statale sul 97% della Cisgiordania, capitale a Gerusalemme e 35 miliardi di dollari come pacchetto di indennizzi per i profughi. Se avessero accettato quell’offerta dell’allora presidente americano Bill Clinton e dell’allora primo ministro israeliano Ehud Barak, oggi esisterebbe (da quasi dieci anni) uno stato palestinese in Cisgiordania, non vi sarebbe la barriera difensiva, non vi sarebbero strade a circolazione limitata ai cittadini israeliani (ebrei, musulmani e cristiani) e non vi sarebbero insediamenti civili. Da molto tempo sono contrario agli insediamenti civili in Cisgiordania, come molti o forse la maggior parte degli israeliani. Ma chiamare “apartheid” un’occupazione che perdura a causa del rifiuto dei palestinesi di accettare la soluzione a due stati significa abusare della parola. Come capiscono bene quelli di noi che hanno combattuto la vera lotta contro l’apartheid, non c’è nessun paragone possibile tra ciò che accadeva in Sudafrica e ciò che accade oggi in Cisgiordania. Come ha ben detto il congressista John Conyors, che contribuì a fondare il Black Caucus del Congresso Usa, applicare la parola apartheid a Israele “non serve alla causa della pace, e l’uso di essa in particolare contro il popolo ebraico, che è stato vittima del peggior genere di discriminazione, una discriminazione che sfociava nella morte, è ingiurioso e sbagliato”.
La “Settimana sull’apartheid israeliano” in corso in varie università del mondo, focalizzandosi soltanto sui difetti dell’unica democrazia mediorientale, è accuratamente studiata per occultare i ben più gravi problemi delle vere forme di apartheid nei paesi arabi e musulmani.
La domanda è: perché tanti studenti si identificano con regimi che offendono le donne, i gay, i non-musulmani, i dissidenti, gli ambientalisti e i sostenitori dei diritti umani, e intanto demonizzano un regime democratico che garantisce eguali diritti alle donne (il presdiente della Corte Suprema e il presidente del parlamento sono donne), ai gay (vi sono nell’esercito israeliano generali che sono gay dichiarati), ai non-ebrei (musulmani e cristiani occupano posizioni importanti in tutta la società israeliana), ai dissenzienti (praticamente ogni singolo cittadini israeliano dissente apertamente su qualcosa). Israele ha il miglior curriculum ambientale di tutto il Medio Oriente, esporta più tecnologia medica salva-vite umane di qualunque altro paese della regione e si è sacrificato per la pace più di qualunque altro paese di tutto il Medio Oriente. Eppure in tanti campus universitari democratici, egualitari e libertari Israele è una sorta di paria, mentre i terroristi di Hamas sessisti, omofobi, totalitari e anti-semiti sono considerati degli eroi.
C’è qualcosa di molto sbagliato in tutto questo.

Spettacolo | 12/03/2010 | ore 08.59 »

Palermo, 12 mar. – (Adnkronos) – Nuovi muri circondano e inglobano le colonie ebraiche all’interno dei territori palestinesi. Israele si sta trasformando in una nazione blindata e anche nei quartieri arabi di Gerusalemme la presenza dei coloni continua a dividere. La paura dell’altro sta condizionando due popoli che non riescono a trovare un punto di equilibrio per stare accanto. Ne parlera’ il reportage di apertura di «Mediterraneo» il settimanale della Testata Giornalistica Regionale realizzato a Palermo da Rai e France 3 con la Entv di Algeri, in onda sabato alle 13.20 su Rai Tre e alle 21.00 su Rai Med.

Il magazine si spostera’ quindi a Cipro dove, dopo 30 anni di esitazioni, e’ stato inaugurato il nuovo aeroporto che e’ anche un piccolo museo. Il terzo reportage in Siria, a Bosra che si trova sull’antica via delle spezie. Nacque come citta’ nabatea nel secondo secolo avanti Cristo, poi divento’ romana e poi tante altre cose ancora. Oggi e’ in pieno degrado. Infine in Italia alla scoperta delle Catacombe dei Cappuccini di Palermo dove la mummificazione era praticata dai frati seguendo un particolare culto per i defunti.

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Maratoneti di pace

di Veronica Addazio

Italiani, palestinesi e israeliani si uniscono per correre da Betlemme a Gerusalemme. A fine aprile, in Terra Santa, lo sport diventa occasione di pellegrinaggio abbinando alla corsa, biciclettate, staffette di nuoto e match di pallavolo

Al pari della musica, anche lo sport parla a tutti in una “lingua” che non ha bisogno di traduzioni. Nasce con questo intento “JPII Games 2010 – Pellegrini di pace”, una maratona-pellegrinaggio non competitiva intitolata a Papa Giovanni Paolo II. L’evento, arrivato alla settima edizione, cambia titolo e formato, conservando il messaggio iniziale: promuovere la pace e l’incontro tra i popoli in un’area del mondo dilaniata ancora dai confilitti, la Terra Santa. Il cuore della manifestazione rivolta a pellegrini, sportivi, dilettanti e non, è concentrato nella giornata del 25 aprile con la corsa di 10 chilometri aperta dalla fiaccola della pace e dalla bandiera olimpica. La domenica mattina ci si incontra in piazza della Natività a Betlemme per procedere verso Gerusalemme, di corsa tutti insieme. In contemporanea si svolgerà il Peace Volley, un triangolare di pallavolo di tre set a quindici punti tra le rappresentaze femminili under 21 italiane, palestinesi e israeliane nel piazzale del check point. Una grande festa dello sport, insomma, seguita da un momento istituzionale aperto a tutti: una conferenza internazionale tra autorità religiose, politiche e del mondo dello sport di Palestina, Italia e Israele che culminerà con la sottoscrizione di una “carta dei valori” dello sport e del turismo.

Il giorno dopo la corsa, il 26 aprile, biciclettata nei siti bilbici: in mattinata si visiteranno i lughi simbolo della cristianità lungo il lago di Tiberiade per un percorso su due ruote che si snoda per circa 40 chilometri tra Nazareth e Cafarnao, dove c’è la sinagoga e la casa di Pietro. La serata termina nella piscina dell’università a Gerusalemme con una esibizione di nuoto sincronizzato seguita da una staffetta di atleti italiani, palestinesi e israeliani. La manifestazione religiosa-sportiva è organizzata da Opera Romana Pellegrinaggi e dal Centro Sportivo Italiano, con l’adesione del Coni e del Pontificio Consiglio. Chi volesse partecipare all’evento e abbinare la visita alle terre di Gesù con sosta al Mar Morto, può scegliere le proposte di viaggio messe a punto da Opera Romana dal 21 al 28 aprile o dal 23 al 27 aprile. Per informazioni su programma e costi è attivo l’indirizzo di posta:maratona@orpnet.org. Per saperne di più su “JPII Games 2010 – Pellegrini di pace”, visitare www.orpnet.org, www.csi-net.it e www.josp.com. A breve sarà online un sito dedicato all’iniziativa. (12/03/10)

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