Siria e Arabia saudita spaccano il fronte arabo.

Da www.ilmanifesto.it del 23 Febbraio 2008
La crisi libanese si estende e i due stati sponsor degli schieramenti
opposti a Beirut sono oggi ai ferri corti

Siria e Arabia saudita spaccano il fronte arabo
Michele Giorgio

Se il vertice arabo del 2007 a Riyadh era stato definito il più
importante degli ultimi cinque anni, quello previsto alla fine del
prossimo mese a Damasco potrebbe passare alla storia come uno dei più
inconcludenti. La crisi interna libanese, sempre più profonda e
pericolosa, ha peggiorato lo stato delle relazioni tra Siria ed Arabia
saudita, paesi sponsor degli schieramenti opposti a Beirut. Al momento
appare improbabile che re Abdallah possa recarsi a Damasco. Assenza
che, se confermata, spingerà il rais egiziano Hosni Mubarak a rimanere
a casa e con lui altri leader arabi. Sarebbe un colpo duro per il
presidente siriano Bashar Assad che dal summit vuole la conferma della
linea decisa lo scorso anno: normalizzazione possibile in Medio
Oriente solo se Israele si ritirerà da tutti i territori arabi e
palestinesi, Alture del Golan incluse, che ha occupato nel 1967. Assad
vorrebbe un ulteriore irrigidimento delle posizioni arabe, anche dei
paesi alleati di Washington, di fronte alla mancata risposta di
Israele all’offerta di pace formulata dall’iniziativa saudita votata a
Riyadh. Sviluppi che gli Usa seguono con attenzione e il New York
Times sostiene che gli arabi, sempre più scettici verso la soluzione
dei «due Stati» (Israele e Palestina), potrebbero lanciare a Israele
una sorta di aut-aut, prendere o lasciare, perché ormai convinti che
il progetto del premier israeliano Olmert sia quello di creare uno
staterello palestinese indipendente solo sulla carta ma in realtà
privo di sovranità.
La Siria perciò ha più di una ragione per volere lo svolgimento di un
vertice con la partecipazione di tutti i leader arabi. Il successo
però è minacciato dal peggioramento dei rapporti con Riyadh, frutto
della paralisi politica libanese, che fa temere l’inizio di uno
scontro violento tra la maggioranza filo occidentale, con a capo il
sunnita Saad Hariri e il druso Walid Jumblatt, e l’opposizione guidata
dal leader sciita di Hezbollah, Hassan Nasrallah, e al cristiano
Michel Aoun. Riyadh, sostenitrice di Hariri, accusa Damasco di non
aver fatto alcun passo serio per sbloccare la situazione a Beirut
dove, peraltro, da tre mesi non si riesce ad eleggere il presidente e
gli schieramenti opposti non trovano un’ intesa per la formazione di
un esecutivo di unità nazionale. Riyadh vuole un Libano inserito
pienamente nel sistema di alleanze con gli Usa che, da parte loro,
guardano al paese dei cedri come una futura base politico-militare in
funzione antisiriana e anti-iraniana. Per dimostrare concretamente le
sue intenzioni, l’Arabia saudita ha ribadito più volte negli ultimi
tempi di voler sostenere, anche con finanziamenti, la creazione del
tribunale internazionale sull’assassinio dell’ex premier libanese
Rafiq Hariri che, di fatto, metterebbe sul banco degli imputati la
Siria. Damasco, che nega con forza un suo coinvolgimento, considera la
posizione saudita un atto di ostilità aperta e non ha ancora invitato
ufficialmente Riyadh al summit.
L’elezione del presidente libanese, già nella seduta parlamentare del
26 febbraio, potrebbe salvare il vertice ma senza un accordo sul
futuro governo è improbabile che ciò si realizzi. L’opposizione chiede
diritto di veto sulle decisioni dell’esecutivo, almeno per le
questioni più importanti, che la maggioranza non intende concedere. Il
disegno di Hariri e Jumblatt è chiaro: il nuovo governo dovrà dare il
via libera alla formazione del tribunale internazionale e procedere al
disarmo di Hezbollah (su cui insistono Usa e Israele). Dall’altra
parte ne sono consapevoli e insistono sul potere di veto. La matassa è
talmente ingarbugliata che il Segretario generale della Lega araba,
Amr Musa, impegnato nella mediazione, ha rinviato il suo previsto
viaggio a Beirut.
Nel frattempo spirano forti i venti di guerra. Ieri Hassan Nasrallah
ha detto che la recente uccisione a Damasco del capo militare di
Hezbollah, Imad Mughniyeh, «rientra nella preparazione di un nuova
guerra israeliana contro il Libano e più in generale contro tutta la
regione» e, ha avvertito, se Israele attaccherà di nuovo «sarà distrutta».

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