A 28 anni dal massacro di Sabra e Shatila

A cura di Elisa Gennaro.

Il responsabile dell’orrendo massacro è ancora al governo in Israele. E quasi va baldanzoso del massacro compiuto. E’ un responsabile che dovrebbe essere bandito dalla società“.

Così si esprimeva l’allora presidente della Repubblica italiana, Sandro Pertini, nei confronti di uno dei mandanti ed esecutori del massacro di Sabra e Shatila, il ministro della Difesa israeliano Ariel Sharon.

Sabra e Shatila sono due campi profughi palestinesi alla periferia di Beirut dove, nei giorni tra il 16 e il 18 settembre del 1982, si consumò un genocidio di circa 3.500 palestinesi.

Sullo sfondo di quel crimine c’era la guerra civile libanese, dove si crearono alleanze pericolose per le migliaia di profughi palestinesi in Libano. Le milizie cristiano-maronite (Esercito del sud del Libano) di Sa’ad Haddad agirono con altri gruppi maroniti in aperta ostilità contro l’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp) in Libano, che aveva ripiegato nel paese dei cedri, in seguito alla cacciata dalla Giordana negli anni ’70.

Dall’assedio e dall’accerchiamento dei combattenti dell’Olp, stretti a Beirut, ebbe inizio una lunga trattativa con la mediazione di Stati Uniti, Francia e Italia. Tuttavia, l’invio di una forza internazionale per consentire ai combattenti dell’Olp guidati da ‘Arafat di lasciare la città in sicurezza, dietro la rassicurazione della protezione sui campi profughi palestinesi in Libano, non riuscì a pieno.

Il primo settembre l’Olp era fuori Beirut, ma due giorni dopo Israele cominciò la sua invasione del Libano, violando il patto con gli internazionali i quali, rapidamente, ritirarono i propri uomini.

Intanto, il 14 settembre, Bashir Gemayel, leader falangista viene assassinato: avrebbe dovuto firmare, da lì a poco tempo, un patto di pace con Israele che chiedeva di esercitare il controllo nel sud del libano con a capo Sa’ad Haddad.

Il 15 settembre 1982, l’esercito israeliano è ufficialmente a Beirut. Il premier israeliano Begin dichiarava al pubblico di voler proteggere i palestinesi da eventuali ritorsioni dei falangisti cristiani, mentre Ariel Sharon confidava che l’obiettivo era “la distruzione dell’infrastruttura terroristica dell’Olp in Libano”.

Alle ore 16 del 16 settembre del 1982, le milizie cristiano-falangiste entrano nei campi profughi di Sabra e Shatila per uscirne solo il 18 settembre lasciando un numero di vittime ancora imprecisato.

Segue il racconto di alcuni sopravvissuti, Zena e Munir, allora adolescenti, la cui memoria, oggi, porta ferite mai risanate.

I diritti di Zena e Munir furono violati quel settembre 1982 e continuano ad essere disattesi ed offesi ancora oggi: i responsabili restano impuniti. Tutti gli assassini di Sabra e Shatila restano liberi e qualcuno ha tentato, e prova ancora oggi, a creare una cortina d’impunità legale pur di sottrarli alla giustizia.

 

La storia di Munir

di Franklin Lamb*

Campo profughi palestinese di Shatila, Beirut.

Negli ultimi trent’anni, i sopravvissuti al massacro di Sabra e Shatila del settembre del 1982, hanno condiviso numerose testimonianze di quell’orrore. Solo di recente, qualche testimone oculare ha iniziato a superare i profondi traumi come il silenzio che spesso si era auto-imposto.

Zeina, una donna di bella presenza, conosceva la famiglia di Munir Mohammed. Quando la incontriamo, la donna chiede a uno dei visitatori: “Come possono essere trascorsi 28 anni? A me sembra che mio marito Hussam e i miei figli Maya e Sirham siano usciti a cercare del cibo solo poco fa! L’esercito israeliano si era insediato, invadendo il campo, due giorni prima del massacro. Prego ancora perché i miei cari facciano ritorno”.

Nel campo profughi palestinese di Shatila e fuori dal rifugio ‘Abu Yassir’, ancora oggi sono evidenti i segni di quel massacro, come quelli dei proiettili sui cosiddetti undici ‘muri della morte’ laddove i corpi senza vita restarono a lungo a imputridire e a diventare un tutt’uno con il terriccio.

Ancora oggi, come altri sopravvissuti del campo, anche Abu Samer conserva i souvenir dei proiettili, made in Usa, asce e coltelli tra quelli donati dal Congresso Usa a Israele. A quegli armamenti si aggiunsero droghe e alcol da parte di Ariel Sharon per fare degli assassini un esercito “dall’alta decenza morale”.

Tra le recenti confessioni, quest’anno, uno degli assassini della milizia Numur al-Ahrar (Tigri dei liberali), braccio armato del partito conservatore libanese fondato dall’ex presidente del Libano, Camille Chamoun, ha ammesso, con disinvoltura: “A volte, abbiamo usato questi attrezzi per poter avanzare tra i vicoli di Shatila”.

Come le altre quattro unità assassine cristiane, anche le Tigri dei liberali avevano ricevuto l’assistenza di decine di agenti israeliani del Mossad mentre, a guidare i blitz nel campo fu Dani Chamoun, figlio dell’ex presidente.

Le immagini del massacro di Sabra e Shatila, il 19 settembre 1982, sono accessibili a tutti, via internet. Sono in molti a conservare il ricordo dell’orrore e a raccontare il massacro tramite quelle immagini: notoriamente, lo hanno fatto Ralph Schoenman, Maya Shone, Ryuichi Hirokawa, ‘Ali Hasan Salman, Ramzi Hardar, Gunther Altenburg e lo staff della mezzaluna palestinese (Prcs) degli ospedali Gaza e ‘Akka.

Cinque mesi dopo, la Commissione Kahan decise che si trattò di una guerra e così decretando, tentò di sottrarre Israele da qualunque responsabilità.

Oggi, Zeina mi conduce in uno degli stretti vicoli del campo. Ci fermiamo davanti al muro di casa della sorella e non posso non soffermarmi sui gesti della donna che, mentre passeggiamo, fa uso costante di uno spray. Si scusa e mi spiega che, ancora oggi, sono in molti a farne uso per ricoprire l’indelebile fetore del macello.

Shatila con uno dei ‘muri della morte’ si trova esattamente nei pressi dell’ospedale ‘Akka, della Mezzaluna. Oggi, la struttura resta così com’era e non riceve alcun supporto finanziario.

Per trovare gli undici muri abbiamo bisogno dell’aiuto dei residenti del campo. Molti degli abitanti che incontriamo nei paraggi sono testimoni del massacro e qualcuno lo racconta nei dettagli, palesando una memoria ancora vivida.

Zeina ci racconta la storia di Munir. Nel 1982, Munir Mohammed aveva dodici anni e frequentava la scuola al-Jalil (Galilea).

Qui, ogni luogo, come molti altri campi profughi palestinesi in Medio Oriente, porta i nomi dei villaggi e della storia della Palestina dalla quale furono espulsi in passato. Molti sono i nomi dei villaggi totalmente cancellati dall’occupazione sionista (oltre 531), gli stessi dove oggi sorgono moderne cittadine israeliane.

Zeina ci racconta: “Era un giovedì pomeriggio quel 16 settembre, quando i bombardamenti israeliani divennero sempre più intensi. La popolazione aveva provveduto a sistemarsi in rifugi preparati da personale giunto nel campo qualche giorno prima. Ricordo che viaggiavano su tre automobili bianche e che si erano presentati come il personale di un’Organizzazione non governativa (Ong). Solo dopo capimmo che si trattava dell’intelligence israeliana. Molti di loro si affiancarono ai palestinesi del campo, facendosi passare per operatori umanitari che erano a Shatila per assisterci e aiutarci ad allestire i rifugi.  Scoprirono la locazione di tutti i ricoveri, ne presero nota, annotandoli di rosso sulle mappe per poi rientrare nel loro quartier generale, posizionato a 70 metri dal campo, in una zona nota ancora oggi come Turf Club Yards”.

Secondo Janet Stevens, giornalista americana, proprio laggiù si troverebbe una delle fosse comuni dove sarebbero finiti i corpi, presumibilmente bruciati, di 300 palestinesi di Shatila, mai rinvenuti tra le oltre 3 mila vittime del massacro. Stevens ipotizza che, domenica 19 settembre 1982, si sia consumato un altro massacro per mano della seconda falange israeliana, nel quartier generale conosciuto come complesso sportivo ‘Cite Sportiff’, ad ovest del campo.

A centinaia sarebbero stati deportati laggiù per svuotare il centro abitato del campo. Sarebbero stati tenuti nel complesso edilizio, inermi, mentre udivano gli spari e le urla del massacro. Qualche ora dopo, gli ostaggi furono condotti in luoghi, finora ignoti.

Sana’ Mahmoud Sersawi è una dei 23 sopravvissuti che, in Belgio, hanno mosso accusa contro Ariel Sharon.

Racconta Sana’: “Posizionati vicino all’ambasciata del Kuwait, davanti alla stazione di benzina Rihab, gli israeliani ci intimavano con l’altoparlante di uscire e di consegnarci. Accettammo e ci trovammo nelle loro mani. Gli uomini camminavano dietro di noi e, tutti furono denudati e bendati. Gli israeliani interrogarono i più giovani e la falange consegnò 200 di loro agli israeliani. Da allora, mio marito e mio cognato non fecero più ritorno”.

Sono in molti i giornalisti che hanno lavorato sodo per mettere insieme tutti gli eventi di quei giorni a sostegno della tesi secondo la quale, nel corso delle 24 ore, ci sarebbero stati altri massacri.

Tra questi, c’è anche Robert Fisk che ne individua uno intorno alle 8 del mattino di sabato 18 settembre, proprio mentre la Commissione Kahan si rifiutava di ascoltare i palestinesi e sosteneva che Israele stesse già rispettando un cessate il fuoco.

Il racconto di Zeina che vede gli israeliani accolti nel campo come operatori umanitari, si ritrova in numerose testimonianze. Le informazioni sarebbero state trasferite dagli israeliani alle forze libanesi esecutrici del massacro: Elie Hobeika e Fadi Frem, alleati del maggiore Sa’ad Haddad, a capo dell’esercito del Libano del sud, alleato di Israele.

Giovedì sera, 16 settembre, Hobeika, divenuto comandante sin dal giorno dall’assassinio – il 14 settembre – del leader falangista e presidente Bashir Gemayel, comandò sul campo una della squadre della morte, responsabile degli assassini nell’area di Horst Tabet, vicino al rifugio ‘Abu Yassir’.

L’operazione vide il massacro dei palestinesi in otto rifugi, tra gli undici contrassegnati dagli agenti/operatori umanitari israeliani.

Fu la prima carneficina: rapida e metodica.

Per quanto avessero agito alla perfezione, agli assassini sfuggirono tre rifugi e uno di questi si trovava a soli 25 Mt dal rifugio ‘Abu Yassir’.

In pratica, oltre a questi tre rifugi, non sopravvisse nessun palestinese nel campo di Shatila.

Tra gli altri, anche il giornalista statunitense, David Lamb ha scritto in merito al massacro della prima notte e sui ‘muri della morte’.

Intere famiglie furono massacrate. Gruppi di 10-20 individui furono fatti allineare sui muri per essere crivellati di pallottole. Madri con neonati tra le braccia. Sembra che quasi tutti gli uomini siano stati colpiti con spari alla schiena. Cinque giovani della resistenza furono trascinati a lungo legati ai camion, prima di essere crivellati”.

I rifugi erano anzitutto destinati a donne e bambini e gli uomini tentavano di mettersi al riparo all’esterno, ma qualcuno di essi s’introduceva con il pretesto di restare a fianco alla moglie e ai figli.

Alle otto di mattina del 18 settembre, Munir Mohammed entrò nel rifugio ‘Abu Yassir’ con la madre Aida, i fratelli e le sorelle: Iman, Fadya, Mufid, Mu’in.

Gli assassini giunsero anche nel rifugio di Munir.

Agli uomini fu ordinato di uscire e tutti furono allineati sul muro per essere crivellati in diversi gruppi.  Poi presero a sparare all’impazzata sulla folla e le vittime crollarono in massa. Anche Munir cadde sul suolo, senza realizzare che la madre e le sorelle avevano perso la vita.

Allora era solo un ragazzino Munir, quando sentì qualcuno degli assassini urlare e chiedere, rivolgendosi a coloro che giacevano per terra, di identificarsi. “Vi soccorreremo, non temete, se c’è qualche ferito, faccia un cenno che lo porteremo in ospedale”.

Chi rispose a quella richiesta fu ucciso all’istante. Gli assassini usarono ogni mezzo. Ricorsero anche ai razzi luminosi pur di setacciare ogni angolo del campo. Anche di giorno.

A un tratto, Munir pensò di intravedere il corpo della madre muoversi, le sussurrò di non farlo e lui restò l’intera notte in quella posizione, tra la carneficina generale, tentando di respirare appena per non farsi scoprire.

Più volte, nel corso del trentennio, Munir si è ritrovato a raccontare la sua storia e ogni volta ha dichiarato di essere traumatizzato e disgustato dalla violenza utilizzata dagli assassini.

Più della morte, mi disturba il pensiero delle urla e dei lamenti delle donne che venivano violentate”.

Anche qualcuno degli assassini intervistati ha ammesso di avere lo stesso ricordo. Nei racconti del film tedesco, ‘Massaker’, diretto da Monika Borgmann (2005), uno degli assassini intervistati ammette di aver intravisto, negli occhi delle vittime, molteplici morti. Anzitutto il terrore sui loro volti. Gli assassini hanno raccontato dei corpi nascosti prima dell’arrivo dei giornalisti nel campo, di quelli bruciati, sepolti o racchiusi nelle nere buste di plastica per rifiuti fornite dagli israeliani.

Ad oggi, Hurras al-Arz (Guardiani dei cedri) ha la propria responsabilità su quei massacri. Due settimane prima, infatti, il partito aveva chiesto che tutte le terre dei palestinesi in Libano fossero confiscate, che ne venissero bandite le proprietà e distrutti tutti i campi profughi. In un comunicato del primo settembre 1982 si poteva leggere: “Bisogna agire per ridurre il numero di rifugiati palestinesi in Libano. Non deve restare un solo palestinese sul nostro suolo”.

Sempre nel 1982, altri partiti libanesi descrivevano i palestinesi come “un bacillo da sterminare”, mentre sui muri del paese, si poteva leggere ovunque “è dovere di ciascun libanese ammazzare un palestinese”, proprio come si legge oggi sui muri della Palestina per mano di coloni, rabbini estremisti e politici d’Israele”.

Nel 2001, i Guardiani sono tornati a presentate quell’istanza e, il primo settembre dello stesso anno, il ministro del Lavoro, lo stesso in carica oggi in Libano, ha accolto la richiesta che è divenuta legge.

Il parlamento non permetterà mai ai rifugiati palestinesi il diritto di proprietà”.

Spirito e approccio libanesi risalenti ai giorni del massacro del 1982, resistono ancora oggi nel paese. Lo prova il provvedimento, divenuta legge nel 2001, e lo dimostra la resistenza libanese di fronte all’appello della comunità internazionale a favore del riconoscimento dei diritti civili basilari dei sopravvissuti di Sabra e Shatila.

Qualcuno si è soffermato ad analizzare la stampa e il linguaggio libanesi attualmente diffusi via internet e, con riferimento a quello adottato in seno al parlamento libanese, ne è derivato un peggioramento.

Il dottor Paul Morris aveva curato Munir in quel 1982 all’ospedale ‘Gaza’, a un chilometro di distanza dal rifugio ‘Abu Yassir’.

Aveva chiesto l’allontanamento di Munir dal campo, almeno temporaneamente. Sul suo viso poteva vedere un sorriso innaturale, lo preoccupava molto, ma confidava in una guarigione del sopravvissuto.

Suo fratello Munif aveva quindici anni e fu il primo della famiglia a entrare nel rifugio. Fu visto ferito alla schiena mentre chiedeva protezione per sé e i suoi familiari. Da allora nessuno ha avuto più notizie o fornito testimonianze che potessero aiutare Munir a risalire al destino del fratello.

Nabil invece è il fratello maggiore di Munir, nel 1982 aveva 19 anni e aveva fatto resistenza nel campo, così il cugino e la moglie lo portarono con sé alla ricerca di un rifugio. Si fermarono in una casa di soccorso dove lavorava una loro zia e, da lì a poco, i tre appresero la notizia della morte della madre e delle sorelle.

Oggi, Munir e Nabil sono sopravvissuti e vivono entrambi a Washington Dc. Munir è sposato e ha il suo lavoro, mentre Nabil è un attivista per la pace in Medio Oriente e lavora per un’Ong. Entrambi ritornano spesso a Shatila.

Come Munir e Nabil, anche i membri della milizia cristiana sono sopravvissuti e tutti conducono una vita normale. Uno di loro oggi è tassista.

Esistono materiali, prove e testimonianze a sufficienza a conferma che il massacro di Sabra e Shatila è stato un crimine di guerra, contro l’umanità e un genocidio.

Il massacro di Sabra e Shatila è stato una violazione della IV Convenzione di Ginevra, della legge consuetudinaria internazionale e della Ius cogens (l’insieme di leggi applicabili a tutela dei valori che la comunità internazionale ritiene fondamentali e intangibili, ndr).

Crimini del genere sono stati riportati nella storia: quelli degli ufficiali in Rwanda, dell’ex presidente cileno Pinochet, di quello del Chad Hissen Habre, del serbo Slobodan Milosevic, di Taylor in Liberia e di Bachir in Sudan.

A oggi, nessuno è stato punito o indagato per il massacro di Sabra e Shatila e per converso, il 28 marzo 1991 il parlamento libanese ha introdotto l’esenzione, applicabile e valida retroattivamente, di ogni responsabilità degli assassini del settembre 1982. Tuttavia, resta una legge incompatibile con la legislazione internazionale in base alla quale invece esiste l’obbligo di perseguire legalmente e punire quei responsabili.

Tutte le organizzazioni internazionali, tra cu anche quelle con un ufficiale ruolo consultivo presso la comunità internazionale (come Amnesty International) si oppongono all’estensione dell’amnistia a beneficio degli assassini di Sabra e Shatila. Ribadendo che il provvedimento libanese viola la costituzione del paese e la stessa legge internazionale, queste organizzazioni monitorano e lavorano per prevenire l’impunibilità per l’atroce crimine.

Proprio per ricercare e punire i responsabili di Sabra e Shatila, è stata istituita una Corte penale internazionale (Icc) alla quale spetta l’arduo compito di fare chiarezza, di perseguire legalmente gli assassini e, soprattutto, fare in modo che il Libano riconosca i diritti civili basilari dei sopravvissuti al massacro di Sabra e Shatila.

 

*Franklin Lamb è direttore di ‘Americans Concerned for Middle East Peace’, è membro della Fondazione Sabra e Shatila ed è volontario della campagna per il diritti civili dei palestinesi in Libano. Lamb è autore di ‘The Price We Pay: A Quarter-Century of Israel’s Use of American Weapons Against Civilians in Lebanon’.

L’autore può essere contattato al seguente indirizzo:fplamb@gmail.com

La Storia di Munir



 

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