Il ruolo ambiguo del contingente italiano.

Da www.ilmanifesto.it del 17 agosto.

l’opinione
Il ruolo ambiguo del contingente italiano
Stefano Chiarini

Il ministro Arturo Parisi, riferendosi all’invio di un contingente italiano in Libano, ha cercato di tacitare i dubbi e le critiche sostenendo che le truppe italiane «svolgeranno un ruolo di arbitri… capaci di imporre il rispetto delle regole». Ma, al di là delle buone intenzioni, il nostro contingente si troverà davanti al fatto che le «regole» dettate dalla risoluzione 1701 affidano ai militari della missione compiti che per essere realizzati richiedono – a mio parere – un ruolo attivo di combattimento e non di pura interposizione o peace-keeping.
In particolare questo mi sembra chiaro quando si parla della creazione di una «fascia di sicurezza» nel sud del Libano senza che venga imposto a Israele di lasciare i territori libanesi occupati da cui dovrebbe invece essere allontanati – e disarmata – la resistenza libanese e palestinese.
Sulla base della 1701 Israele potrà rimanere in Libano, anche nelle «Fattorie di Sheba», l’enclave alle pendici del monte Hermon occupata nel ’67, e potrà compiere «operazioni difensive» contro gli Hezbollah mentre gli Hezbollah dovranno cessare la lotta armata in difesa del loro paese.
Se rifiuteranno di farlo – questo secondo me è il punto chiave – dovranno essere i soldati della forza multinazionale, fra cui gli italiani, a imporglielo. In altri termini la 1701 darà in questo caso una legittimazione internazionale a quella «fascia di sicurezza» fino al fiume Litani che Israele ha inutilmente tentato di creare fin dal ’78 (in realtà fin dalla conferenza di Versailles del ’19) e che ora potrebbe – e vorrebbe – veder realizzata con il placet dell’Onu. Il tutto in cambio di nulla per il Libano perché il ritiro dalle «fattorie di Sheba» è rimandato a data da destinarsi, come pure la liberazione dei prigionieri e il rientro dei profughi palestinesi.
La 1701 presenta quindi – secondo me – dei gravissimi pericoli per il contingente italiano in quanto ignora la necessità del ritiro israeliano dai territori occupati in Libano, di uno scambio di prigionieri e soprattutto del diritto dei libanesi di difendere il proprio paese con tutti i mezzi a disposizione. Per non parlare del problema più generale dell’occupazione israeliana in Cisgiordania e nel Golan siriano.
Mi sembra evidente allora che la 1701 ignori i motivi principali all’origine del conflitto e il fatto che la pace, e non una pur sempre positiva tregua temporanea, si potrà raggiungere se e quando Israele si ritirerà completamente dalle terre palestinesi, libanesi e siriane.
Se le cose stanno così – e io credo che stiano così – le nostre truppe potrebbero trovarsi a interpretare un ruolo di scontro con la resistenza e quindi con la popolazione civile che la sostiene massicciamente.
E’ vero che anche l’Hezbollah ha accettato la 1701 ma bisogna prestare più attenzione alle «riserve» che ha espresso. Più che una «milizia di partito», come da molti si vuol presentare, si sente (e ha dimostrato di essere) una «forza di difesa nazionale» e non sembra per nulla disposta a deporre le armi finché gli israeliani occuperanno parti del Libano. E neanche a ritirarsi dal sud sciita né a farsi mettere sotto da un governo come quello di Beirut che, pur partecipandovi, è egemonizzato dai sunniti filo-Arabia saudita e filo-Usa. Il leader Hezbollah Hassan Nasrallah al proposito è stato chiarissimo: «Il disarmo della resistenza è un fatto interno al Libano», e ancor più chiaro il leader crisitiano-maronita Michel Aoun (a dimostrare che l’appoggio al Partito di dio va oltre la comunità sciita): se la forza Onu verrà schierata per disarmare gli Hezbollah «la guerra fra Hezbollah e Israele diventerà una guerra fra Hezbollah e le forze dell’Onu».
Ma a me sembra che questo sia esattamente quanto la 1701 chiede ai nostri soldati. Con il rischio ulteriore di far saltare non solo il governo di Beirut ma anche e peggio gli accordi di Taif dell’89 che posero fine alla guerra civile, con scenari devastanti sul futuro del paese dei cedri in una fase in cui tutto il Medio Oriente è preda di sanguinose convulsioni.
Da qui i pericoli che, per il suo ruolo ambiguo, presenta a mio avviso la forza multinazionale in Libano. Una missione che, partita come «peace keeping» potrebbe finire, come accadde in Somalia, in un drammatico «caos enforcing», con gravissime conseguenze per i libanesi e per i soldati italiani.

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