Storie da Piombo Fuso: Wafa al-Radea

Storie da Piombo Fuso: Wafa al-Radea

Gaza – Pchr. 10 gennaio 2009: Wafa al-Radea
“Quando lasciai i miei bambini camminavo e i miei figli non avevano visto le mie ferite. Il momento più difficile fu quando tornai con una gamba sola e molte lesioni. Ero una Wafa diversa. Al ritorno avrei dovuto essere felice, e la gente avrebbe dovuto essere felice di vedermi, ma tutti piangevano”.

Il 10 gennaio 2009, intorno alle 16:30, Wafa al-Radea (39 anni) e sua sorella Ghada (32) furono prese di mira da due missili radioguidati mentre camminavano su Haboub Street, una delle strade principali di Beit Lahiya. Le sorelle camminavano durante l’ora di coprifuoco annunciata dagli israeliani, e si dirigevano verso una vicina clinica perché Wafa sentiva che avrebbe presto partorito il suo bambino. Entrambe le donne rimasero gravemente ferite nell’attacco.
“Quando la gente arrivò per aiutarci li sentivo parlare ma non riuscivo a rispondere. Dicevano che ero morta”, ricorda Wafa.

Mentre Ghada veniva portata all’ospedale con gravi ferite alle gambe, la gente aveva coperto Wafa pensando che fosse morta. Alla fine un’ambulanza la portò all’ospedale, dove i dottori eseguirono un taglio cesareo nel tentativo di salvare il bambino. Solo durante l’intervento chirurgico i dottori si resero conto che Wafa era ancora viva. Mentre suo figlio, Iyad, nasceva, i dottori amputarono la gamba destra di Wafa e cercarono di curarle le altre ferite. Il 12 gennaio entrambe le sorelle furono trasferite in un ospedale egiziano per ricevere ulteriori cure mediche. Wafa fu sottoposta a una serie di operazioni fino alla fine di aprile e poi fece 3 mesi di riabilitazione. Wafa e Ghada tornarono a Gaza il 29 e il 27 giugno 2009.

Wafa ricorda vividamente i mesi passati in Egitto. “Il mio ricordo più chiaro di quel periodo è il dolore insopportabile causato dal ricambio delle fasciature. Le infermiere impiegavano dalle 5 alle 6 ore ogni volta. Fui sottoposta a molti interventi chirurgici. Dopo un’operazione di trapianto di pelle dalla mia cosca sinistra ad una parte inferiore della gamba, le infermiere rimossero per errore le cellule trapiantate mentre pulivano la ferita. Dovetti sottopormi di nuovo allo stesso intervento, questa volta prendendo la pelle dalle braccia. Urlavo dal dolore. Mio fratello Walid (25) svenne e perdeva sangue dal naso. Non poteva sopportare quello che mi stava accadendo. Ero molto arrabbiata con tutti dopo l’operazione”. Walid, il fratello di Wafa, rimase con lei per tutto il periodo trascorso in Egitto. Wafa non vide nessun altro parente da Gaza. “Era molto difficile per loro farmi visita perché viaggiare in Egitto è costoso e dovevano prendersi cura dei bambini”, dice.

Wafa è madre di 8 figli: Ehab (20), Lina (19), Hani (17), Shourouq (15), Mo’taz (13), Saher (12), Jehad (9) e Iyad (3). Durante il tempo passato in Egitto, Wafa aveva un contatto limitato con i suoi figli. Afferma che “nei primi tre mesi non potevo parlare al telefono con i miei ragazzi. Mi rifiutavo. Non riuscivo a parlare. Mi hanno aspettato per 6 mesi. Erano ansiosi di sapere cosa mi era successo”.
“Quando ho lasciato i miei bambini camminavo e i miei figli non avevano visto le mie ferite. Il momento più difficile è stato quando sono tornata con una gamba sola e piena di lesioni. Ero una Wafa diversa. Quando sono tornata avrei dovuto essere felice, e la gente avrebbe dovuto essere felice di vedermi, ma tutti piangevano”, ricorda Wafa. “Ho notato che i miei figli osservavano ogni mio singolo movimento, Jehad continuava a seguirmi con lo sguardo, osservando in che modo andavo in salotto, in che modo mi sedevo. Rifiutava di uscire a giocare con gli altri bambini. Voleva solo stare a casa con me. Ero molto colpita dalla situazione dei miei figli. Sono sempre pronti ad aiutarmi in qualsiasi momento provi a muovermi o a fare qualcosa”.

Le figlie maggiori di Wafa, Lina (19) e Shourouq (16) si erano prese cura di Iyad mentre la loro madre era in ospedale in Egitto. “Una di loro andava a scuola di mattina lasciando Iyad con la sorella. Nel pomeriggio facevano il contrario”. Continua: “Quando tornai a casa, portarono Iyad e me lo posarono in grembo. Era biondo e bellissimo e pensavo fosse un nipote. Non immaginavo fosse mio figlio. Chiesi loro di Iyad e mi risposero che l’avevo in braccio”.

Wafa ricava molta forza dall’avere i suoi figli intorno a sé. “Sono molto grata e felice di avere i miei figli. Mi aiutano in tutto e mi tengono alto il morale. Anche quando sono triste, sorrido se i miei figli vengono da me. Voglio che sentano che sono felice perché sono con loro”.
Wafa trova difficile accettare aiuto da loro: “Sono sempre stata io ad aiutarli. Prima andavo a scuola a controllare i bambini e camminavo fino al mercato per fare la spesa. Ora se voglio uscire devo usare la macchina. E se voglio muovermi dentro casa devo usare una sedia a rotelle. Uso anche le stampelle e se Iyad vuole prendermi la mano non posso dargliela perché ho paura di cadere. Mi servono le mani per tenere le stampelle”.

Wafa ha fatto un anno di fisioterapia a Gaza, per la schiena, il bacino e la gamba sinistra. Nonostante numerosi tentativi, fino ad ora non ha la protesi alla gamba. Si sta ancora sottoponendo a un trattamento alla gamba sinistra. “Sta migliorando, ma vado ancora all’ospedale di tanto in tanto, ad esempio quando ho delle infiammazioni. Un mese fa sono stata all’ospedale per 6 giorni. In inverno le ferite mi fanno più male e sento dolore al bacino, alla schiena, all’addome e alle gambe”.
Nonostante debba costantemente affrontare il passato, Wafa cerca di concentrarsi sul futuro. “Spero che i nostri figli non debbano attraversare esperienze simili quando saranno grandi. Spero che le loro vite siano migliori. Ma i miei figli continuano a chiedermi ‘ci sarà un’altra guerra, ritorneranno e ci uccideranno tutti?’ Hanno paura e vedo come la guerra ha avuto un impatto negativo su di loro”, afferma.

Wafa prova molta frustrazione per come il crimine contro lei e sua sorella abbia causato così tanta sofferenza e tuttavia rimanga impunito. “Sono passati 3 anni da quando loro [Israele] ci hanno attaccato e ancora non ci sono risposte. Ho parlato della mia storia con molte persone di organizzazioni per i diritti umani e qual è il risultato? Non c’è il benché minimo risultato né azione”.

Il PCHR presentò una denuncia criminale contro le autorità israeliane da parte di Wafa al-Radea il 7 ottobre 2009. Ad oggi, non è stata ricevuta alcuna risposta.

Traduzione per InfoPal a cura di Giulia Sola

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